Skip to content

I cambiamenti radicali che servono per evitare l’autodistruzione europea

Guido Guidesi, nostro lettore, ci invia questa riflessione sull’Unione Europea, preoccupata per la direzione presa dal continente. Nella sua lettura della crisi dell’Unione Europea ritroviamo temi cari a InsideOver: la mancanza di ambizione di Bruxelles sulla scena globale, il bisogno...

Guido Guidesi, nostro lettore, ci invia questa riflessione sull’Unione Europea, preoccupata per la direzione presa dal continente. Nella sua lettura della crisi dell’Unione Europea ritroviamo temi cari a InsideOver: la mancanza di ambizione di Bruxelles sulla scena globale, il bisogno di dare spazio alle forze vive dell’Europa e di guardare al futuro invece di arroccarsi mentre il mondo di fuori corre. Guidesi scrive a titolo personale, ma con lo sguardo informato di chi ricopre l’incarico di Assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia.

Persino la direttrice del Fondo monetario internazionale, un’istituzione spesso percepita come distante dalle dinamiche dell’economia reale, ha richiamato la Commissione europea alla necessità di un cambio di passo e di una maggiore incisività di fronte alla situazione economica.

Gli annunci di cambiamento da parte della Commissione si susseguono ormai dall’inizio della legislatura. Una comunicazione roboante, capace di alimentare grandi aspettative tra imprese e cittadini, che troppo spesso si traduce in strumenti complessi, accompagnati da interminabili documenti tecnici e accessibili, di fatto, soltanto attraverso il supporto di consulenti specializzati.

Di un’Unione europea capace di rispondere ai cambiamenti geopolitici e macroeconomici, di adeguarsi tempestivamente e, soprattutto, di anticiparli, dopo tanti anni non si vede ancora traccia.

Esiste, invece, un’Unione che ci ha riempito di regolamenti, direttive, obiettivi e vincoli, commettendo clamorosi errori di impostazione e dimostrando, oggi, una preoccupante incapacità di correggerli.

Le ricette uniformi imposte alle imprese stanno contribuendo alla deindustrializzazione dell’Europa. La mancata capacità di intervenire efficacemente sui costi energetici ha alimentato una lunga stagione inflazionistica, le cui conseguenze rischiano ormai di trasformare un problema economico in una grave emergenza sociale.

Il paradosso è sotto gli occhi di tutti. Di fronte alle tensioni geopolitiche internazionali, alle guerre e al disimpegno degli Stati Uniti, l’Europa ha messo in campo strumenti come il pacchetto ReArm Europe. Eppure, mentre si riconosce la necessità di rafforzare la difesa e affrontare una situazione internazionale straordinaria, si continua ad applicare un’impostazione rigida delle regole di bilancio, come se l’economia europea non avesse bisogno di flessibilità neppure in una fase che richiederebbe, per certi aspetti, una logica da economia di guerra.

L’Europa è diventata il teatro di contraddizioni quotidiane.

Se il rapporto diretto con i territori consente di comprendere meglio le esigenze delle comunità e di assumere decisioni più realistiche, nel prossimo bilancio europeo Commissione e Consiglio scelgono di ridurre le risorse destinate allo sviluppo delle regioni, trasferendone la gestione agli Stati centrali.

Se l’impostazione rigida e omologante imposta ai processi produttivi ha favorito i concorrenti cinesi, la Commissione non soltanto conferma una strategia che rischia di compromettere il futuro industriale dell’automotive europeo, ma, mantenendo l’impostazione della precedente legislatura, rischia di trasformare questo errore in un precedente per altri settori strategici.

Se i giovani, anche grazie alla maggiore mobilità e alla diffusione di una lingua comune, si sentono sempre più europei, Commissione e Consiglio continuano a frenare una maggiore integrazione in ambiti fondamentali come difesa, fiscalità, bilancio e politica industriale.

Il motivo è evidente: gli Stati membri hanno priorità differenti e nessuno sembra disposto a rinunciare a una parte delle proprie prerogative per consentire all’Europa di compiere dieci passi avanti insieme. E diciamolo chiaramente: anche alla Commissione, in fondo, sembra andare bene che le competenze restino prevalentemente nazionali. Così si può tirare avanti, rinviando le scelte più difficili e arrivando alla fine della legislatura senza affrontare davvero i nodi strutturali dell’Unione.

Ma oggi siamo davvero a un bivio. O l’Europa diventa finalmente quella che ci è stata raccontata, oppure rischia di tradire definitivamente le ragioni per cui è nata.

Così non funziona. Ed è ormai evidente.

Per salvare il progetto europeo serve un cambio radicale di impostazione, tanto sul piano economico quanto su quello democratico e istituzionale.

La prima priorità è ripensare completamente la politica economica e industriale europea.

Occorre costruire un rapporto diretto con i territori, superando i confini amministrativi nazionali quando questi rappresentano un ostacolo allo sviluppo. Servono aree industriali ed economiche omogenee e transnazionali: distretti nei quali, per esempio, Lombardia, Baviera e Catalogna possano operare come parti di un unico ecosistema produttivo europeo.

Dobbiamo costruire filiere macroregionali, integrare ricerca, formazione, credito e servizi alle imprese, favorire condizioni più omogenee in materia di diritto del lavoro e fiscalità e garantire la piena neutralità tecnologica. Non possiamo pretendere di competere sui mercati internazionali se continuiamo a imporre alle nostre imprese vincoli e condizioni che non gravano allo stesso modo sui loro concorrenti globali.

Solo così potremo tornare a giocare la partita della competitività internazionale, difendendo la nostra capacità produttiva e la nostra autonomia strategica.

La seconda priorità è una maggiore integrazione europea, accompagnata da un nuovo equilibrio democratico.

Gli Stati devono essere pronti a condividere maggiori responsabilità in materia di difesa, bilancio, fiscalità, debito, investimenti e ricerca ecc. Ma questa integrazione non può essere costruita soltanto attraverso accordi tra istituzioni: deve poggiare su un assetto democratico più solido, capace di coinvolgere maggiormente i territori e i cittadini.

A beneficio del realismo e dell’efficacia delle decisioni, serve un ruolo più incisivo delle regioni nei processi decisionali europei. L’Europa si costruisce davvero se diventa l’Europa delle regioni, capace di riconoscere e valorizzare le specificità territoriali anziché appiattirle.

Allo stesso tempo, occorre rafforzare il coinvolgimento democratico dei cittadini nella scelta di chi guiderà l’Unione. I candidati alla futura Commissione devono essere maggiormente visibili, riconoscibili e sottoposti a un confronto politico trasparente. Serve una maggioranza fondata su una chiara identità valoriale e programmatica, capace di assumersi la responsabilità delle proprie scelte.

Le grandi coalizioni che si sono succedute finora non hanno risolto i problemi dei cittadini europei. Al contrario, hanno contribuito ad alimentare il distacco tra le istituzioni e le comunità, rendendo sempre più difficile individuare responsabilità politiche precise e alternative credibili.

Purtroppo, le decisioni sembrano andare in una direzione diversa.

Realizzare questo cambiamento è estremamente complicato. Richiede coraggio, visione e una capacità di superare interessi nazionali consolidati. E richiede soprattutto tempo, una risorsa che l’Europa rischia di non avere a disposizione.

Eppure, il sogno europeo è nato proprio così: dalla capacità di assumere decisioni difficili e coraggiose, andando oltre le divisioni del passato per costruire un futuro comune.

Le alternative, oggi, sono entrambe preoccupanti.

La prima è la progressiva cancellazione dell’industria europea, accompagnata da una colonizzazione tecnologica sempre più profonda da parte della Cina. Da convinto atlantista, temo questa prospettiva e ne vedo tutti i rischi: perdere la capacità di produrre significa perdere autonomia economica, sociale, strategica e politica.

La seconda è il ritorno a un’Europa frammentata in Stati nazionali sempre più ripiegati su se stessi, come prima dell’Unione. In questo scenario, il rischio minore sarebbe tornare a una divisione del continente simile a quella della cortina di ferro. Il rischio maggiore sarebbe ripetere gli errori che la storia avrebbe dovuto insegnarci a non commettere mai più.

C’è poco tempo. E serve coraggio.

Quel coraggio che, oggi, nell’interesse generale dell’Europa, vedo soltanto espresso dal capo dello Stato più piccolo del mondo: il Santo Padre.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto