La Cina produce talmente tanta energia verde che non sa come utilizzarla. È il segnale che Pechino ha fatto veramente passi da gigante sul fronte delle rinnovabili, ma è anche un mezzo campanello d’allarme che deve spingere gli alti funzionari del governo guidato da Xi Jinping a rendere più fluido ed efficiente l’intero sistema.
Basta dare un’occhiata ai numeri per capire il livello raggiunto dal Dragone. Nei primi sei mesi del 2026, e cioè nella finestra che va da gennaio a giugno, il gigante asiatico ha prodotto complessivamente 1268 Twh di energia eolica e solare. Secondo un’analisi realizzata dal Centre for Research on Energy and Clean Air, ne sarebbe però andata sprecata circa il 9%, una quantità abbastanza rilevante, e per altro sottostimata.
Cosa significa? Che la Cina avrebbe potuto generare 401 Twh di energia in più, quasi quanto la produzione annua combinata di Spagna e Filippine. Siamo quindi di fronte a un paradosso singolare: Pechino produce tantissima energia verde ma non riesce a sfruttarla tutta a causa di problemi infrastrutturali e di fastidiosi colli di bottiglia nella rete di distribuzione energetica.

Il paradosso energetico della Cina
Nella provincia del Gansu, lontano dagli scintillanti grattacieli di Shanghai e Pechino, nell’entroterra cinese, si trova Jiuquan, una città che ospita il più grande parco eolico del mondo. Qui, nell’arco di 20 anni, decine di aziende hanno costruito un enorme complesso di impianti green con una potenza installata superiore a 20 gigawatt. Per intendersi, si tratta della quantità di una quantità di energia sufficiente ad alimentare fino a 20 milioni di abitazioni cinesi.
E allora qual è il problema? La distanza di centinaia e centinaia di chilometri tra il sito di Jiuquan e le case, le abitazioni, le imprese che necessiterebbero di quell’energia. Una distanza che impedisce un adeguato utilizzo della preziosa risorsa rinnovabile e che genera un suo evitabile spreco.
La Cina, insomma, produce enormi quantità di energia rinnovabile ma non sempre è in grado di sfruttarla tutta a dovere. È per questo che il governo si è mosso per contrastare la dispersione energetica delineando quello che Bloomberg ha definito il progetto di sviluppo della rete elettrica “più ambizioso della sua storia”.
Pechino costruità quindi nuove linee elettriche, mega-batterie e sistemi di accumulo energetici a lungo termine per sfruttare le sue enormi riserve di energia rinnovabile. E ribaltare così, presumibilmente in maniera definitiva, gli equilibri della competizione a distanza con gli Stati Uniti per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e altre tecnologie di ultima generazione.

Il progetto di Pechino
La costruzione di parchi eolici e solari è solo una parte della politica energetica intrapresa dalla Cina. L’altra, e forse ancora più cruciale, riguarda la corretta distribuzione dell’energia prodotta in ogni meandro del Paese. Detto altrimenti, considerando che le rinnovabili sono caratterizzate da intermittenza e volatilità, Pechino deve e vuole integrarle all’interno della propria rete per usarle al meglio.
Il Dragone ha bisogno di energia, ne produce in abbondanza ma è chiamato adesso ad allocare le risorse con criterio dalle province occidentali alla costa. L’entroterra cinese sta intanto diventando un’area adibita alla costruzione di server e hardware ad alto consumo energetico, hub di calcolo e data center per l’intelligenza artificiale.
Il Paese ha in ogni caso fame di elettricità ed energia, e per questo investirà 3.900 miliardi di dollari nella rete elettrica da qui al 2049. Le prossime sfide del governo cinese? Sfruttare il surplus energetico per staccare gli Usa sul fronte tecnologico, smantellare un’economia basata sul carbone che dà ancora lavoro a milioni di persone senza provocare disordini sociali, fare in modo di non ostacolare la crescita.
Nel 2025 la domanda di energia elettrica di Pechino ha superato i 10 trilioni di kilowattora, un primato assoluto per qualsiasi Paese. Aumenterà ancora e oltre la Muraglia non c’è tempo da perdere.

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