La battaglia di Hormuz, attuale evoluzione di una guerra d’Iran divenuta un rebus strategico, continua a bassa intensità mentre tra Teheran e gli Stati Uniti la diplomazia appare oggi distante e si fatica a capire quale sarà il sentiero che verrà percorso in direzione della pace o della guerra. L’attuale fase di conflittualità allo stato gassoso, “né guerra né pace”, vede sostanzialmente tre elementi consolidarsi: il primo, l’impossibilità di una soluzione militare definitiva; il secondo, l’ampliamento del piano economico del confronto e la parallela volontà di Usa e Iran di puntare su questo fronte per scaricare gli spazi d’escalation; infine, l’inevitabile necessità di guardare al conflitto in un’ottica regionale visto, soprattutto, l’impatto degli scenari tra Yemen e Arabia Saudita sul contesto mediorientale.
Né pace, né guerra
Ad oggi, partendo col primo punto, è da sottolineare come a nessuna delle parti coinvolte appaia conveniente cercare la leva della maggior pressione militare per ottenere un risultato decisivo. Gli Stati Uniti e il presidente Donald Trump hanno più volte fatto trapelare la possibilità di nuovi, pesanti attacchi contro la Repubblica Islamica, col presidente che ha sottolineato che nessun attacco ci sarà prima delle elezioni di metà mandato.
Una strategia dilatatoria che va di pari passo con quanto emerso circa i dubbi del capo di Stato Maggiore israeliano, Eyal Zamir, che, informato dei preparativi americani, avrebbe ammonito i vertici militari a stelle e strisce del rischio che una nuova escalation conflittuale potrebbe mettere a repentaglio lo svolgimento delle elezioni per il rinnovo della Knesset, il Parlamento dello Stato Ebraico, previste per il 27 ottobre. Israele ha avviato in sinergia con gli Usa l’attacco all’Iran il 28 febbraio scorso ma dal cessate il fuoco di aprile non ha più colpito Teheran e sono stati gli Usa a farsi garanti della pressione economica e dei raid su Hormuz.
Dalla guerra d’Iran alla battaglia di Hormuz
Del resto, il focus del conflitto si è spostato rispetto a quanto inizialmente pensato a febbraio-aprile 2026, quando gli attacchi israelo-americani avevano contribuito a decapitare i vertici della Repubblica Islamica senza provocare, però, il crollo del regime. “Israele ha dimostrato una straordinaria capacità di penetrare in Iran e di eliminare persino i suoi leader più importanti”, nota l’Institute for National Security Studies della Tel Aviv University, ma parimenti dal punto di vista di Israele “se tali capacità possano produrre un ordine politico auspicabile è tutt’altra questione”. Ad oggi, il regime change non c’è stato e l’Iran, pur duramente colpito, resta in grado di mantenere una capacità balistica ed è chiaro che la battaglia di Hormuz sia più una faccenda strettamente americana che israeliana. Fintanto che il focus resta su stretti, rotte, transiti petroliferi e scenari di Hormuz, non è nell’interesse di Tel Aviv propendere per un rilancio dei raid.
Anche l’Iran, del resto, non ha interesse a muovere per primo. I vertici di Teheran hanno elaborato una dottrina reattiva di regionalizzazione del conflitto che mira a far convincere gli Usa del fatto dell’impossibilità di una soluzione militare. L’analisi di questo fatto ci porta al secondo punto, ovvero l’escalation della guerra economica. I traffici di petrolio da Hormuz attraverso Hormuz sono dati in crescita ad almeno i quattro quinti del livello pre-bellico e, nota l’esperto di questioni energetiche Javier Blas, nonostante l’export di petrolio iraniano via nave sia sostanzialmente azzerato il quantitativo di greggio caricato e in viaggio sui mari del mondo è ai massimi storici. La trattativa Iran-Oman su un meccanismo di gestione di Hormuz non ha subito progressi sostanziali ma al contempo è tutto da dimostrare quanto spesso dichiarato da Trump e dai suoi alla luce di una narrazione che vedrebbe Washington in controllo dello Stretto di Hormuz e la capacità di deterrenza iraniana dimidiata.
La battaglia energetica e la strategia iraniana
Innanzitutto, il traffico di prodotti raffinati non è ancora vicino ai livelli pre-guerra, complici i danni subiti dalle infrastrutture nei Paesi del Golfo; in secondo luogo, Michelle Brohard, responsabile delle politiche e dei rischi geopolitici presso Kpler ha posto il dubbio che alcuni attori locali possano sottobanco pagare un pedaggio di transito all’Iran per evitare attacchi, anche se non ci sono prove decisive a riguardo. Infine, l’Iran ha posto in essere una campagna di attacchi mirati al traffico nello Stretto per alzare la posta politica e economica. Un’analisi dello United States Naval Institute ricorda che gli attacchi sono quasi quotidiani e sottolinea la complessa logistica dei flussi di petrolio da Hormuz, notando che “l’aumento delle esportazioni di greggio dal Medio Oriente è dovuto al sistema di trasporto intermodale, in cui le navi prelevano il petrolio dai porti del Golfo Persico, lo trasportano attraverso lo Stretto di Hormuz – spesso con i sistemi di identificazione automatica disattivati – per poi effettuare un trasbordo da nave a nave nel Mar Arabico”.
Tutto questo, in un contesto globale che vede il boom dei prezzi di noleggio e assicurazione delle petroliere, si sovrappone al tiro alla fune tra Iran e Usa. Per Washington, la pressione economica sanzionatoria e le dinamiche di condizionamento del sistema interno iraniano porteranno la Repubblica Islamica a più miti consigli e a un accordo migliorativo del Memorandum di Islamabad di giugno, presto naufragato, fortemente penalizzante per gli Usa. L’Iran, hanno scritto su Foreign Affairs il politologo Vali Nasr e l’antropologa Narges Bajoghli, mira a resistere a ogni pressione.
Nella loro analisi Bajoghli e Nasr notano che, nonostante un’economia profondamente danneggiata e duri colpi subiti dalla guerra, “la teoria della vittoria di Teheran è che possa resistere e infliggere danni sufficienti a indurre gli Stati Uniti a porre fine al contenimento dell’Iran” e ricordano che in caso di nuovi attacchi “il comportamento dell’Iran sarà quindi sfrenato e sproporzionato”. In sostanza, l’Iran ritiene che anche l’attuale situazione di pressione logori gli Usa maggiormente di Teheran e che il dilemma di Washington non farà che acuirsi in futuro.
Dall’Iran allo Yemen, da Hormuz a Bab-el-Mandeb
Tutto questo, venendo all’ultimo punto, si inserisce in un contesto che vede lo Yemen, la sfida tra i ribelli Houthi e l’Arabia Saudita e la Spada di Damocle pendente su Bab-el-Mandeb aggiungere un ulteriore elemento d’incertezza. L’Iran non comanda gli Houthi nonostante l’allineamento politico e ideologico tra i ribelli sciiti e Teheran, e in tal senso bisogna aggiungere che indirettamente la presenza dei miliziani che controllano Sana’a e un vero e proprio Stato nello Stato nel Nord-Ovest dello Yemen drena risorse e attenzioni politiche verso Bab-el-Mandeb, aprendo un secondo fronte per le potenze del Golfo, Arabia Saudita in testa, e offrendo elementi per rendere desiderabile una de-escalation generale.
A settembre Paul Pillar notava per Responsible Statecraft che l’escalation in Yemen avrebbe potuto rappresentare un assist indiretto all’Iran e, del resto, nelle ultime settimane l’emersione della difficoltà saudita nel difendere le infrastrutture del Regno dai raid dei ribelli, la mobilitazione del Patto di La Mecca e l’emersione di una pressione da parte del governo di Mohammad bin Salman sul fatto che possano essere gli Usa a togliere le castagne dal fuoco unendosi a una nuova campagna in Yemen (sarebbe la terza dal 2024 a oggi) hanno spostato l’interesse strategico a Sud-Ovest, rendendo difficilmente sostenibile la prospettiva di una stasi prolungata in Medio Oriente. Lo scacchiere è dunque articolato e complesso e si va nella direzione della ridefinizione strategica del Medio Oriente in un contesto in cui un equilibrio e una balance of power sarebbero desiderabili ma tutti gli attori, belligeranti e non, hanno l’interesse a vedere cambiamenti migliorativi prima di ragionare a riguardo. In passato la regione era teatro delle endless war. Ora la prospettiva è quella del logoramento infinto. A conti fatti subottimale per tutte le parti e per la stabilità di una regione-crocevia che da anni vive una riconfigurazione e movimenti tellurici problematici.
Fonti
- https://www.axios.com/2026/10/07/trump-us-central-command-iran-israel-war-elections
- https://www.axios.com/2026/10/08/trump-iran-strikes-midterm-elections
- https://www.jpost.com/middle-east/iran-news/article-911125
- https://news.usni.org/2026/10/09/october-sees-near-daily-strikes-on-ships-in-hormuz
- https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-10-07/oil-shipping-costs-reach-dizzying-new-highs-on-hormuz-snarls
- https://jstribune.com/from-containment-to-regime-change-israels-new-strategic-logic/
- https://think.ing.com/articles/record-breaking-tanker-rates-pile-pressure-on-high-fuel-prices/
- https://x.com/JavierBlas/status/2109563510560604622
- https://responsiblestatecraft.org/iran-war-houthis/
- https://twitter.com/JavierBlas/status/2109629523478163777
- https://x.com/Anuraag_Shukla/status/2109514512869265780
- https://oilprice.com/Energy/Crude-Oil/Kpler-Suspects-Gulf-Producers-Are-Paying-Iran-for-Safe-Passage.html
- https://www.foreignaffairs.com/iran/irans-theory-victory
- https://defence24.com/defence-policy/how-can-saudi-arabia-defend-itself-freedom-of-action-at-stake#google_vignette
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