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Guerra

I raid Houthi mostrano le fragilità dell’Arabia Saudita, un problema per tutta la regione

I raid Houthi mostrano le fragilità dell'Arabia Saudita, un problema per tutta la regione. Gli scenari strategici.

I 12 morti registrati nel terzo attacco in una settimana all’Aeroporto King Khaled di Riad, capitale dell’Arabia Saudita, attribuito dalle autorità locali agli Houthi yemeniti, hanno mostrato tutta la fragilità del Paese guidato da Mohammad bin Salman di fronte alle azioni asimmetriche dei ribelli che controllano Sana’a e buona parte della costa su Bab-el-Mandeb, anche se sottoposti a una crescente pressione governativa. Dopo che il 6 ottobre un cittadino sudanese è stato ucciso in un primo attacco, l’8 ottobre due missili lanciati degli Houthi e fermati dalla risposta della contraerea hanno, con i loro detriti, distrutto un aereo e provocato 3 vittime, mentre nell’assalto di ieri si è registrato il conto più pesante. Le difficoltà di intercettazione hanno aggiunto problematiche a un quadro strategico già complesso per Riad.

L’aeroporto di Riad sotto attacco

16 i morti in quella che gli Houthi hanno dichiarato essere una campagna di risposta all’escalation di attacchi in Yemen della coalizione avversaria, dopo che la guerra civile che li oppone al governo filo-saudita di Aden internazionalmente riconosciuto è ripartita dopo quattro anni di tregua e che li aveva portati a dichiarare a rischio per le compagnie internazionali l’intero spazio aereo saudita. In tal senso, mentre in Yemen infuriano i combattimenti sul terreno tra le forze anti-Houthi e Ansar Allah, che gode del sostegno dell’Iran, la disrpution di centinaia di voli diretti in Arabia Saudita ha aggiunto un nuovo problema politico ed economico al Paese di Mohammad bin Salman, che ha visto un blocco totale dell’operatività dopo il terzo e più sanguinoso attacco avvenuto sabato 10 ottobre.

Gli Houthi sono in campo con una duplice proiezione: da un lato, in Yemen, consolidano il loro “Stato nello Stato”, che da un decennio ha sostanzialmente riportato le fratture del Paese all’epoca della divisione pre-unitaria, e godono di un’autonomia operativa dettata anche dalle difficoltà logistiche che ogni manovra e campagna volta a scardinarli deve affrontare. Dall’altro, contro i sauditi sfruttano il vantaggio dell’asimmetria e, come in occasione della precedente fase dell’intervento (2015-2022) di Riad in Yemen, colgono la possibilità di infliggere danni pesanti al Paese centrale nella Penisola Arabica utilizzando mezzi relativamente ridotti.

L’asimmetria degli Houthi e le difficoltà di Riad

Prima gli impianti petroliferi e la East-West Crude Oil Pipeline e ora gli aeroporti sono nel mirino di una campagna che ha prima fatto vacillare la proiezione dell’Arabia Saudita nei mercati energetici internazionali e ora mette sotto pressione la sua capacità di essere hub intercontinentale, piattaforma di incontro economico, diplomatico, politico. L’Arabia Saudita ha giocato a lungo una politica di potenza in Yemen che si è scontrata con vincoli operativi e difficoltà a esercitare proiezione.

Da settembre i morti in Yemen sono oltre 800, comprese decine di vittime da parte della coalizione a guida saudita che ha compiuto attacchi aerei in profondità sul territorio controllato dagli Houthi, compresi dei raid contro l’aeroporto di Sana’a. Negli scontri tra i due Yemen, sono almeno 200mila gli sfollati dall’inizio del rinnovato confronto, in un contesto in cui anche per i pesanti raid e l’intervento della coalizione a guida saudita, oltre che per l’insorgenza degli Houthi, milioni di persone hanno dovuto lasciare le proprie case nella fase precedente di un conflitto civile che ha logorato un Paese fragilissimo (il 14% della popolazione, oltre 4 milioni di persone, era sfollato secondo l’Unhcr nel 2025) e prodotto una grave crisi umanitaria oltre che un buco nero geopolitico.

L’Arabia Saudita ha, con durezza, spesso portato la guerra nel territorio yemenita e ora si trova sotto crescente pressione. L’ipotesi di subire danni così strutturati non era, con ogni probabilità, stata messa in conto dagli strateghi di Casa Saud e l’azione degli Houthi crea un problema sistemico. “Gli attacchi non mirano solo a interrompere il traffico aereo, ma anche a minare il morale pubblico saudita e a creare pressione psicologica sul regno”, ha sottolienato a riguardo l’analista dell’Institute for National Security Strategy della Tel Aviv University Danny Citrinowicz, aggiungendo che “una delle sfide fondamentali nel trattare con gli Houthi è che ogni volta che la pressione militare contro di loro aumenta, essi rispondono intensificando ulteriormente le ostilità piuttosto che indietreggiando”.

La crisi della strategia saudita

Quanto sottolineato da Citrinowicz mostra con chiarezza che l’Arabia Saudita ha difficoltà a maneggiare le conseguenze della crisi yemenita. Come ha scritto Responsible Statecraft, i sauditi hanno fatto flop in Yemen e hanno perso l’occasione di trasformare la tregua trainata dalla distensione di Riad con l’Iran in una pacificazione strutturale dello Yemen mentre, nota la testata del Quincy Institute, “gli Houthi non sono stati indeboliti militarmente da nessuna delle campagne punitive lanciate contro di loro: né dagli attacchi mirati di Israele , che hanno ucciso il primo ministro e il capo di stato maggiore del gruppo, né
dall’Operazione Rough Rider , la campagna di bombardamenti statunitensi durata due mesi e costata un miliardo di dollari lo scorso anno”. Zvi Bar’el su Haaretz aggiunge che agli Houthi basta “rendere la guerra così costosa, prolungata e dannosa da rendere Riad insicura sul raggiungimento dei suoi obiettivi”, sottolineando che questo “indica un altro dilemma saudita: come definire il concetto di vittoria in Yemen”, fattispecie ancora assai nebulosa.

Ciò che è oneroso per l’Arabia Saudita è solo una piccola frazione di ciò che è andato in scena in Yemen in un lungo decennio di guerra. E questo mostra la fragilità della capacità di Riad di governare le conseguenze del conflitto. Lo Yemen ha subito danni umani e fisici notevoli da anni di guerra, l’intervento saudita in due tempi non si è rivelato decisivo se non per risolvere delle questioni inerenti al campo anti-Houthi, come nel caso degli scontri tra Aden e il Consiglio di Transizione del Sud (Stc) filo-emiratino tra fine 2025 e inizio 2026, e ora la fragilità saudita è un problema strategico regionale.

Sarà da capire quanto questa fase impatterà sull’attivazione concreta del sostegno dei partner del Patto di La Mecca, Turchia e Pakistan, per la difesa dai raid, in che misura ci sarà una spinta a un maggior coinvolgimento statunitense da parte di Mbs e della sua cerchia e quanto un’escalation potenziale in Yemen potrebbe destabilizzare l’intero quadrante del Grande Medio Oriente. Una crisi strutturale dell’Arabia Saudita è un fatto che nessuna potenza regionale può permettersi. Il fatto che Riad si sia impantanata in Yemen crea problematiche imprevedibili in una situazione tesa dove, soprattutto con vista Iran e Hormuz, molti equilibri devono ancora definirsi e ogni accelerazione in teatri conflittuali può avere conseguenze a cascata non prevedibili.

Fonti

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