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Media e Potere

“Persona non grata”: la Lettonia punisce il giornalista Ragozin (ex Bbc), critico della guerra

La ministra Braže avvia la revoca dei documenti del giornalista russo Ragozin, senza rendere pubbliche le accuse. Un altro caso di dissenso represso in nome della sicurezza.

«Persona non grata». Motivo? Le opinioni. Il 6 ottobre la ministra degli Esteri lettone, Baiba Braže, ha annunciato l’avvio della procedura di espulsione di Leonid Ragozin, noto giornalista russo di lungo corso, collaboratore di numerose testate internazionali, tra cui Newsweek, Al Jazeera e The Guardian. Come base del provvedimento, la ministra ha citato genericamente le informazioni raccolte dalle «autorità competenti», senza renderne noto il contenuto. Non è dunque chiaro di cosa Ragozin sia accusato concretamente: una nebulosa coltre di accuse che sa di persecuzione politica.

Ragozin è tutt’altro che un «putiniano». Oltre alla Bbc, ha collaborato con Bloomberg e Politico e oggi firma editoriali per Al Jazeera. Dall’inizio della guerra in Ucraina ha pubblicato con regolarità interventi critici verso l’establishment politico europeo, con un punto di vista autorevole. È proprio su questo che, secondo ogni evidenza, le autorità lettoni non gli perdonano nulla: Ragozin sostiene da tempo che si debba dare priorità alla via diplomatica con Mosca, perché quella militare evidentemente non porta a nulla di buono e sta anzi producendo trasformazioni pericolose all’interno delle società europee. Il modo in cui i governi del continente trattano i critici sembra dargli ragione. Espellere un giornalista internazionale per le sue sole posizioni sa di assetto di guerra. Non di democrazia.

Le parole di Ragozin

Lo stesso Ragozin, in una serie di messaggi pubblicati su X, ha descritto così la propria situazione: «Quello che sto osservando in questo momento è la minaccia di una punizione extragiudiziale molto severa per aver detto ciò che penso e per aver offerto opinioni e analisi originali».

Il giornalista spiega anche perché, a suo avviso, le autorità abbiano scelto lo status di persona non grata: «Il motivo è la volontà di negarmi giustizia nel sistema giudiziario, dove il caso, come ammettono apertamente gli alti politici coinvolti nell’attacco, non reggerebbe». Da qui la sua conclusione: «Per questo interpreto la situazione come un caso di persecuzione politica».

Ragozin denuncia inoltre che la minaccia è accompagnata da una campagna di «character assassination» condotta da «realtà dell’infowar e delle fake news di estrema destra che distorcono deliberatamente le mie opinioni sul conflitto». E non ha dubbi sull’obiettivo: «Distruggere la mia vita e mettere un bavaglio a una voce rilevante nel dibattito pubblico sulla guerra russo-ucraina».

L’iniziativa del governo lettone, che ha avviato il percorso per revocare i documenti del giornalista in un Paese dell’Unione, sembra confermare proprio l’analisi che Ragozin aveva formulato: la tendenza a restringere lo spazio del dissenso in nome della sicurezza. Ovvero, in nome di una guerra perpetua contro la Federazione russa.

Un caso isolato? Purtroppo no

Quello di Ragozin è tutt’altro che un caso isolato in Ue. Per essere ridotti al silenzio e alla miseria, nell’Unione Europea, basta avere opinioni sgradite all’establishment. È il caso – di cui abbiamo già parlato in passato su InsideOver – di Hüseyin Dogru, giornalista berlinese di origini turche, è diventato il simbolo di una deriva autoritaria che preoccupa giuristi e difensori dei diritti civili. Tutto è iniziato nel 2025, quando Dogru è finito nel 17esimo pacchetto di sanzioni contro Mosca. L’accusa formale? Con il suo lavoro giornalistico «filo-palestinese», avrebbe «alimentato discordie etniche, politiche e religiose», sostenendo così le «attività destabilizzanti della Russia». Prove? Nessuna. In buona sostanza, l’Unione Europea ha introdotto una sorta di «reato d’opinione» senza dirlo pubblicamente, utilizzando l’escamotage – piuttosto subdolo – delle sanzioni.

 L’Unione Europea, peraltro, ha mostrato il suo volto più autoritario anche in altre circostanze. Che dire, infatti, del caso dell’ex colonnello svizzero Jacques Baud? Analista militare di grande esperienza, Baud ha avuto il torto di esprimere opinioni critiche sulle narrazioni ufficiali riguardanti la guerra in Ucraina. La sua «colpa» è stata quella di ricordare pubblicamente che la diplomazia avrebbe potuto evitare il conflitto e di essere stato intervistato, in passato, da qualche media russo. Per questo motivo è stato sanzionato dall’Unione Europea e, proprio come Dogru, costretto a vivere senza poter accedere al proprio conto bancario.

È questa la famosa democrazia europea da anteporre al regime di Putin?

Fonti:

Ali Walker, “Latvia Moves to Expel Russian Journalist Who Used to Work for BBC,” POLITICO, 7 ottobre 2026, https://www.politico.eu/article/latvia-moves-expel-russian-journalist-leonid-ragozin/.

Roberto Vivaldelli, “Libertà d’opinione stile UE: sanzioni al giornalista tedesco Dogru perché ‘pro-pal’, bloccato anche il conto della madre,” InsideOver, 31 maggio 2026, https://it.insideover.com/media-e-potere/liberta-dopinione-stile-ue-sanzioni-al-giornalista-tedesco-dogru-perche-pro-pal-bloccato-anche-il-conto-della-madre.html.







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