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Politica

Fucilazioni pubbliche e attacchi alla Cpi. Usa, una crisi d’immagine che diventa danno politico

L'America è meno popolare, meno sicura, meno prospera oggi di quanto lo fosse il giorno del secondo insediamento di Donald Trump.

L’America di Donald Trump è in una crisi d’immagine che rischia di creare problemi anche alla sua azione politica. L’ultima manifestazione di questa tendenza è stato l’atteggiamento di un Paese che ristabilisce, dopo oltre novant’anni, le esecuzioni pubbliche che in Occidente pensavamo di aver dimenticato. Mentre ad Atene il Segretario di Stato Marco Rubio decantava la necessità di rilanciare la civiltà occidentale, invitava l’Europa a svegliarsi dal torpore e lanciava una nuova predica sui valori e la leadership americana dopo il discorso “interventista” di febbraio alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, dagli Usa arrivava la notizia che il Pentagono del Segretario Pete Hegseth aveva deciso di trasmettere in diretta streaming la fucilazione di Nidal Hassan, condannato per l’omicidio di 13 soldati americani a Fort Hood, South Carolina, nel 2009. Un dualismo notevole, che dice molto del concetto di potere di un’America che prova a nascondere le sue criticità e le sue fragilità dietro la faccia feroce del leader incontrastato o del Paese intento a rimoralizzare, anche in maniera dura, la propria società.

Il Pentagono di Hegseth ha combattuto una guerra su ampia scala e non l’ha vinta: parliamo della guerra in Iran. Il capo delle forze armate Usa si è dimostrato inadatto a gestire il carico organizzativo di uno sforzo bellico delegato tatticamente al Centcom e ha mostrato, piuttosto, il combinato disposto tra uno zelo quasi missionario nel perorare il prosieguo dell’attacco e minacce roboanti al regime della Repubblica Islamica. Non vinta questa guerra, ora prova a riconquistare tatticamente terreno cercando di parlare della riapertura dello Stretto di Hormuz, che era perfettamente percorribile prima dell’assalto israelo-americano all’Iran del 28 febbraio scorso.

Donald Trump sperava di dare un colpo alla Cina, principale acquirente di petrolio iraniano, sfruttando la punta di lancia dell’interventismo israeliano. Si è trovato a dover gestire un conflitto di cui non governa le conseguenze, mentre al Pentagono reagiscono provando a riaffermare il controllo sulla situazione: dopo essersi dimostrato debole coi forti in Medio Oriente, Hegseth prova a essere forte coi deboli, come debole può essere un uomo condannato a morte la cui esecuzione viene trasformato in uno spettacolo che la civiltà contemporanea sperava di aver dimenticato. E su cui già gli antichi avevano avvertito.

“Torno a casa più avido, più ambizioso, più voluttuoso e persino più crudele e disumano: perché sono stato tra gli esseri umani”, scriveva Seneca nella Lettere Morali a Lucilio dopo aver assistito a un’esecuzione pubblica di condannati per il ludibrio della folla, sottolineando che “si tratta di puro omicidio”, di uno spettacolo fatto solo per solleticare le turme e il popolino. L’Impero di Roma dovrebbe insegnare molto, con la sua traiettoria, all’attuale impero Usa, fragile superpotenza che nelle sue mosse per mostrare forza manifesta invece le sue insicurezze.

Pietro Parolin, cardinale di Santa Romana Chiesa e Segretario di Stato della Città del Vaticano, ricorda che “non è accettabile spettacolarizzare la morte” e ha ribadito che “il pensiero della Chiesa è in opposizione totale alla pena di morte, non è conforme alla dignità umana e non costituisce alcun deterrente”. J.D. Vance, vicepresidente che si professa cattolico si è limitato a prendere posizione sull’eventualità di videotrasmettere l’esecuzione di Hassan sottolineando che “non la guarderà”. Certamente non una presa di posizione da cuor di leone, verrebbe da dire. Il Pentagono, intanto, prova a mostrare lo sguardo feroce come a ribadire al mondo di essere ancora temibile. Provando con gesti eclatanti, e senza precedenti, a coprire la realtà che vede le forze armate Usa incerte nel definire le strategie con cui condizionare il sistema-mondo. Una manifestazione di debolezza, più che di forza.

Il vuoto strategico

E non finisce qui. Non sappiamo se Marco Rubio abbia letto Seneca, ma sappiamo che nel suo discorso ad Atene ha detto che “noi occidentali abbiamo iniziato a vergognarci proprio di ciò che ci rendeva eccezionali” e che “con il passare degli anni, sembrava che esternalizzassimo sempre più la nostra sovranità, trasferendo le nostre decisioni a burocrazie globali ben al di fuori della nostra portata di controllo”. Piccolo dettaglio: queste burocrazie spesso furono create a uso e consumo della rete d’influenza americana, che indubbiamente seppe dare un’organizzazione coerente al diritto internazionale liberale, per quanto sempre con il contrafforte della solidità della forza americana.

Se tra le indubbie conquiste dell’Occidente liberale c’è stato il primato della civiltà del diritto, è quantomeno un controsenso, sul piano politico, ideologico e morale, vedere il Dipartimento di Stato e l’amministrazione Trump scagliarsi contro chi di questa civiltà del diritto è stato rappresentante, come la Corte Penale Internazionale, di cui gli Usa non fanno parte e che hanno sanzionato profondamente poche ore dopo l’assegnazione del Nobel per la Pace alla sua ex giudice sudafricana, Navi Pillay. “Nessuno ha mai sentito parlare di lei, a parte il fatto che, molto ovviamente, odia Israele, non so cosa abbia fatto questa donna”, ha scritto su Truth il presidente Usa sull’ex avvocata anti-Apartheid divenuta giudice in campo per indagare sui crimini del genocidio in Ruanda e poi, più di recente, presidente di una commissione indipendente su Gaza. Il fallo di reazione sulla giustizia internazionale segnala una difficoltà Usa nel proiettare influenza su un sistema la cui architettura sta iniziando a vedere trasformate le fondamenta in un contesto multipolare e multicaotico.

La crisi d’immagine è crisi politica, la crisi di influenza degli Stati Uniti su diverse dinamiche diventa rivendicato unilateralismo dei gesti eclatanti, artefatta supplenza di un vuoto strategico che si palesa sempre più e genera cortocircuiti con gli alleati e riduzione della deterrenza politica verso gli avversari. Trump e i suoi ne devono prendere atto rinunciando alla parte più dura del confronto muscolare con la Cina e provando a venire a patti col rivale strategico numero uno. The Donald, dal canto suo, si trova in una situazione difficile. In un’America polarizzata il suo movimento Maga rischia un duro colpo alle elezioni di Midterm; deve mantenere la barra dritta su una coalizione conservatrice frastagliata; deve accontentare una base ideologica molto critica di diverse mosse, a partire dall’interventismo militare, e anche soppesare le istanze del sistema di potere tecnologico, economico e finanziario che è legato a doppio filo allo Stato profondo a stelle e strisce. L’America è meno popolare, meno sicura, meno prospera e meno capace di proiezione geopolitica dominante oggi di quanto lo fosse il 20 gennaio 2025, giorno del secondo insediamento di Donald Trump. Dichiarazioni roboanti, gesti eclatanti e parole forti non cambiano questa situazione ma alimentano le faglie interne e le fragilità strutturali che non aiutano Washington a decodificare il mondo. Presentandosi come segni di debolezza di fronte a cambiamenti in accelerazione.

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