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Politica

Debito, proteste e presidenziali: la Francia e il lungo tramonto del macronismo

La piazza e i numeri sfidano un esecutivo in crisi di consensi, mentre la destra si attrezza per una possibile futura esperienza di governo.
Macron

La Francia vive la tempesta perfetta sul piano politico, economico, sociale e mentre le piazze si riempiono degli studenti che si mobilitano denunciando le problematiche dell’infrastruttura scolastica, i portafogli di diversi grandi investitori internazionali si svuotano degli Oat, i titoli di Stato transalpini, la cui curva dei rendimenti si è impennata negli ultimi due mesi di circa un punto percentuale, da meno del 4% a quasi il 5% (il seguente grafico di Trading Economics mostra la magnitudine dello spostamento).

Nel frattempo, il governo di Sebastien Lecornu ha presentato una legge di bilancio “lacrime e sangue” che prevede 45 miliardi di euro di tagli alla spesa pubblicaaggiuntivi per il 2026 e 9 miliardi di euro da misure già strutturate per provare a frenare una corsa del debito di fronte a un deficit che si prevede possa attestarsi tra il 5,2 e il 5,4% nel 2026. La piazza non ha accolto con soddisfazione questa proposta, che ha contribuito a spingere alla maxi-mobilitazione sindacale e studentesca programmata per il 13 ottobre. Il Paese si appresta a entrare nel 2027 che sarà segnato dalle elezioni presidenziali con un panorama estremamente frastagliato.

La France Insoumise e il suo leader Jean-Luc Mélenchon si sono schierati dalla parte delle proteste di piazza assieme ai movimenti di sinistra radicale, mentre Lecornu e il presidente Emmanuel Macron sono stretti tra la necessità di difendere la linea del governo di centro liberale privo di maggioranza in Parlamento e orientato alla responsabilità fiscale e la pressione politica delle manifestazioni da un lato e l’ombra del Rassemblement National e di Marine Le Pen, grandi favoriti nella corsa all’Eliseo, dall’altro.

Il lungo tramonto del macronismo si consuma con la crisi strutturale di un esecutivo che gestisce un equilibrio orchestrato dal presidente dopo il voto anticipato convocato nel 2024 e che non aveva prodotto una maggioranza chiara. Lecornu, terzo premier dopo Michel Barnier e François Bayrou, avrebbe avuto il compito di traghettare verso la normalizzazione i conti pubblici, raffreddare le tensioni sociali del Paese e sostenere un riequilibrio del sistema, provando ad attrarre attorno a sé centro-sinistra e centro-destra moderati mentre nel frattempo il presidente si dedicava alla grande strategia, alla diplomazia, alla proiezione geopolitica e all’agenda europea. Così non è stato. Il termometro della piazza parla chiaro: nonostante le proposte del governo che ha promesso aiuti sulle assunzioni dei docenti, sull’edilizia scolastica e su diversi servizi connessi al mondo dell’istruzione, e nonostante il fatto che l’istruzione stessa sia stata risparmiata dai tagli, ricevendo 1,2 miliardi di euro in più nel bilancio per un totale di 64 miliardi per il 2027, adesso l’esecutivo si trova di fronte a un fuoco di fila di proteste.

Nel frattempo, la svendita massiccia di titoli francesi restringe ulteriormente lo spazio di manovra e rischia di dilatare la quota di spesa per interessi sul debito, condizionando ulteriormente lo spazio di manovra. L’esecutivo transalpino propone oggi un bilancio ancora più draconiano di quello la cui bocciatura nel settembre 2025 travolse l’esecutivo di Bayrou dopo la sfiducia da parte dell’Assemblea Nazionale. “Avete il potere di rovesciare il governo, ma non avete il potere di cancellare la realtà”, disse Bayrou in occasione del dibattito sul bilancio, dichiarando che era in corso “un’emorragia silenziosa, sotterranea, invisibile e insopportabile” con la crescita del debito.

Tra chi lo sfiduciò c’era il Rassemblement National, la cui leader è arrivata ad accusare oggi Macron e i suoi per il boom del debito, alimentato negli ultimi anni dai sussidi pandemici, dai ristori per la crisi energetica, dalla spesa per il rilancio dell’economia e dall’aumento dei budget per la Difesa. Anni fa le formazioni liberali e europeiste accusavano sovranisti e populisti di proposte che rischiavano di sfasciare i conti pubblici. Ora è Le Pen, presentando la sua agenda economica, a puntare il dito contro la macronia al potere per il boom debitorio e a chiedere un taglio al deficit e il futuro pareggio di bilancio, promettendo in caso di elezione all’Eliseo il rientro nei parametri europei del 60% del rapporto debito/Pil.

“La proposta di Le Pen arriva in un momento in cui la Francia rischia di precipitare in una crisi del debito, essendo stata individuata dai mercati come un anello debole dell’Eurozona“, nota il Financial Times, aggiungendo che la candidata di destra “ha presentato i piani dettagliati del suo pacchetto di tagli alla spesa e modifiche fiscali da 140 miliardi di euro che intende attuare in cinque anni, un obiettivo più ambizioso rispetto ai 125 miliardi di euro previsti in precedenza”. Si tratta di una manovra che anticipa la prospettiva futura di un ingresso al potere e probabilmente inizia a fare i conti con il doveroso realismo che servirà a chi succederà a Macron all’Eliseo. Nella consapevolezza che nessuno, oggigiorno, ha la bacchetta magica. La piazza e i numeri sfidano un esecutivo in crisi di consensi, mentre la destra si attrezza per una possibile futura esperienza di governo. Tutto questo mentre la Francia è divisa. E nel tramonto del macronismo, il presidente e il suo governo sembrano in balia degli eventi. Da qui a aprile, mese del voto, la prospettiva di uno Stato sull’ottovolante non è da escludere.

Fonti

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