Naza, la macchina della morte a Gaza
“Prima di dare l’ordine ascoltavamo le persone all’interno dell’edificio. Una chiacchierata, una risata, un bambino piangere. E poi davamo l’ok. Tutti i civili che uccidevamo in un attacco erano definiti NAZA”. Così l’esercito israeliano ha trucidato decine di migliaia di innocenti, che non chiama neppure persone o bambini: li chiama NAZA. Da qui il titolo del film di Yuval Abraham e Rachel Szor. Nelle parole dei militari non c’è odio, né desiderio di redenzione. “Non odiamo gli arabi. C’è disumanizzazione, ma non odio”, racconta un soldato di un’unità d’élite. Lui, come tanti altri, uccideva a Gaza, ma non dalla Striscia. Da dietro una scrivania, raccoglieva i dati forniti dall’AI e, quando l’intelligenza artificiale assegnava un punteggio abbastanza alto a un uomo, il soldato ne approvava l’esecuzione, insieme a chiunque si fosse trovato con lui. “Nessuno nella mia unità provava rimorso, anzi: eravamo in un turbine di eccitazione, per portare a termine ogni missione”. Dove ogni missione prevede l’uccisione di 20, 50, a volte 200 o 500 NAZA. Vedi NAZA e ne esci sconfitto. Non arrabbiato, ma annichilito. Esci dalla sala e senti addosso la sconfitta dell’umanità intera. Non c’è speranza, ma ti attacchi all’unico spiraglio di luce: NAZA è stato ideato, girato e prodotto. NAZA è stato visto. L’unica possibilità di ripartenza è tutta qui.