Lo scorso 14 settembre ha destato particolare scalpore l’annuncio da parte del Segretario dell’U.S. Air Force, Troy Meink, che gli Stati Uniti disporrebbero di “armi per il controllo dello spazio” in orbita, in grado di difendere le forze USA da “azioni ostili di avversari”. Meink non ha fornito ulteriori dettagli, limitandosi ad affermare che la scelta delle parole era stata “ben ponderata” e ha sottolineato che mantenere e poter contare sulle capacità spaziali statunitensi è fondamentale, dato che gli avversari stanno sviluppando mezzi propri per minacciarle, pertanto queste “armi spaziali” sono funzionali per mantenere la capacità di deterrenza.
Oggi forse siamo in grado di capire di quale tipo di armamento si tratti, ma prima è bene precisare le tipologie di armi per la Space Warfare, in quanto le maggiori potenze globali ne stanno continuando lo sviluppo in accordo coi progressi scientifici.
Una delle armi più distruttive, e la prima a essere considerata, è una bomba nucleare: nello spazio, la distruzione non avverrebbe per via dell’onda d’urto (non essendoci un mezzo a trasmetterla) né col calore o le radiazioni ionizzanti, bensì grazie all’EMP (Electro Magnetic Pulse) ovvero l’impulso elettromagnetico che scaturisce immediatamente con l’esplosione che è in grado di disabilitare istantaneamente i circuiti elettronici non schermati, rendendoli inservibili. Questo principio è valido anche in caso di un conflitto nucleare limitato o globale in quanto si postula l’esplosione di una testata di grande potenza ad alta quota per disabilitare i sistemi di comunicazione, comando e controllo del nemico. Risulta immediatamente chiaro lo svantaggio di questo sistema: un EMP non distingue tra satelliti amici e nemici, pertanto anche i propri assetti verrebbero resi inservibili.
Una seconda tipologia di armamento antisatellite è quella di tipo cinetico, costituita da missili ASAT lanciati da terra o da veicoli killer azionati da altri satelliti in orbita. Anche questa tipologia presenta svantaggi non indifferenti: la distruzione cinetica di un satellite comporta la creazione di decine, centinaia di migliaia di frammenti che restano in orbita e disperdendosi possono danneggiare le costellazioni dei satelliti “amici”. Un caso che spiega questo fenomeno è stato offerto dalla Repubblica Popolare Cinese, quando effettuò un test di un missile ASAT l’11 gennaio del 2007: il satellite bersaglio, distrutto da un vettore lanciato dal Xichang Satellite Launch Center, ha creato più di 150mila detriti spaziali di cui, secondo le stime della NASA, il 30% dei più larghi di 10 centimetri sarà ancora in orbita nel 2035. Quei detriti, di tutte le dimensioni, rappresentano ancora oggi una minaccia per gli assetti in orbita, compresa la Stazione Spaziale Internazionale. Un satellite con veicolo killer potrebbe avere effetti simili ma su scala minore, pertanto anche l’utilizzo di questa tipologia di armamento ASAT non è particolarmente consigliato. Restando sui satelliti anti-satellite, ne esistono in grado di avvicinare il proprio bersaglio e “spingerlo” fuori dalla sua regolare orbita.
Come rendere inservibile un satellite
Di tutt’altra specie sono le armi non cinetiche, come quelle a energia diretta: laser e/o microonde. Posizionare un’arma di questo tipo nello spazio, però, richiede una fonte di energia notevole, che ha un ingombro e quindi un peso ancora considerevoli, e la tecnologia attuale, benché stia compiendo passi da gigante, ancora non ha raggiunto l’adeguato rapporto potenza/miniaturizzazione.
Infine, esiste anche la possibilità di disabilitare o rendere inefficiente un satellite attraverso l’EW (Electronic Warfare), ovvero col comune jamming delle frequenze di trasmissione, che è in grado di disturbare le comunicazioni tra la superficie terrestre e il satellite e pertanto lo renderebbe sostanzialmente inservibile. Sistemi antisatellite di questo tipo esistono già, e stavolta l’esempio ci arriva dalla Russia: il sistema di EW “Krasukha-4” è in grado, col suo raggio d’azione, di disturbare i segnali dei satelliti nella parte inferiore dell’orbita bassa (300 km).
Secondo alcuni ricercatori, sarebbero proprio queste le armi antisatellite messe in orbita dagli Stati Uniti. L’astrofisico Jonathan McDowell, che si occupa dell’osservazione dell’attività spaziale e del tracciamento dei lanci missilistici, ritiene infatti che gli USA negli ultimi quattro anni abbiano effettuato dei lanci con carichi segreti che hanno messo in orbita 17 piccoli satelliti che potrebbero fungere da jammer. Questi satelliti si trovano in orbita geostazionaria terrestre, a un’altitudine tale da muoversi in sincronia con la rotazione del pianeta; ciò li trasforma in sentinelle praticamente immobili, capaci di monitorare costantemente una specifica regione del globo sottostante. Tuttavia, egli sospetta che almeno alcuni dei disturbatori attualmente in orbita siano vere e proprie piattaforme progettate per non rimanere affatto in una posizione fissa e pertanto potrebbero avvicinarsi quanto basta a un satellite avversario per effettuare efficacemente l’operazione di disturbo e accecamento delle frequenze radio.
Si tratta solo di un’ipotesi frutto di una deduzione da parte di un esperto, però è altamente plausibile, stante quanto detto fino ad ora sulle armi ASAT, che gli Stati Uniti abbiano scelto, come prima mossa della nuova Space Warfare, di affidarsi all’EW. Questa decisione risulta anche coerente con la visione 2040 dell’U.S. Space Force, in cui la nuova forza armata USA ritiene che il dominio spaziale del futuro sarà un ambiente altamente contestato in cui proprio l’EW, la guerra elettronica, sarà preponderante al punto da diventare una vera e proprio nuova dimensione di combattimento quasi a livello di uno dei classici domini di un conflitto (sea, air, land, cyber, space).
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