L’Assemblea Generale dell’Onu e la sua coda non hanno sbloccato lo stallo del negoziato per risolvere il conflitto su Usa e Iran ma hanno mostrato l’esistenza di sforzi per provare a tenere in vita il processo diplomatico. Mentre la tensione prosegue attorno allo Stretto di Hormuz, il vertice di New York ha prodotto dei tentativi di abboccamento che hanno permesso di attestare come tra Teheran e Washington le distanze restino notevoli. E districarsi nella nebbia di guerra e nella ridda di dichiarazioni resta esercizio complesso. Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano, ha lasciato New York dopo una lunga serie di incontri, ivi compresi molti capi delle diplomazie europee e il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, e dopo che gli Usa hanno rispedito al mittente la proposta di un cessate il fuoco completo di 7 giorni capace di riaprire i traffici nello Stretto di Hormuz. Parimenti, il presidente Usa Donald Trump ha parlato di colloqui avviati in forma indiretta tramite mediatori, con Qatar e Pakistan in campo, mentre diverse indiscrezioni lasciano pensare che il tentativo americano sia andato oltre Hormuz.
Una trattativa complessa
The Donald ha smentito seccamente un’indiscrezione di Axios che riportava come gli Usa sarebbero stati disposti a fare concessioni sulle sanzioni se l’Iran avesse fatto passi nella loro direzione sul nucleare. Per le fonti Usa consultate da Axios i colloqui sono parsi “costruttivi” e ad oggi il dato che sembra emergere è che a mancare non sia tanto la volontà di dialogare, quanto piuttosto la comunanza di obiettivi. Per l’Iran, che lo ha ribadito anche nel quadro del negoziato con l’Oman per garantire un meccanismo di governance di Hormuz, l’obiettivo di fondo è il ritorno al Memorandum di Islamabad di giugno firmato a Versailles, al termine del G7 francese, da Trump e mediato nella fase decisiva dal Pakistan, che garantiva una roadmap verso la riapertura di Hormuz e sostanzialmente vidimava la tenuta della strategia difensiva di Teheran. Washington a suo modo cerca invece di spuntare concessioni migliorative e entrambe le parti ritengono di avere buoni motivi per sostenere le rispettive tesi.
L’Iran ha avvertito, tramite il capo negoziatore e presidente del Parlamento Mohammed Ghalibaf, che in caso di nuovi attacchi reagirà come fatto tra febbraio e aprile, regionalizzando il conflitto e puntando le basi Usa nella regione, mentre il mediatore Qatar ha respinto al mittente questa presa di posizione, col portavoce del Ministero degli Esteri Majed al-Ansari che ha definito la mediazione “uno sforzo erculeo”.
I problemi di Washington e quelli di Teheran
Teheran vuole usare dalla sua l’effetto-leva dell’imminenza delle elezioni di Midterm e degli alti costi energetici, oltre che il precedente di febbraio-aprile, per far desistere gli Usa dalla massima pressione sulla Repubblica Islamica e assicurarsi un compromesso politico positivo. Washington, invece, mira a consolidare la stretta sanzionatoria e a far sì che sia il deprezzamento della valuta, unitamente alla sostanziale paralisi del nuovo export energetico per il blocco navale, a fare il suo gioco. Ne risulta un contesto di stallo in cui tante iniziative appaiono sovrapporsi e intercettarsi. L’Iran mira a usare il tempo come fattore-positivo ma la tenuta dell’economia è un rebus.
Nel frattempo, gli Usa sono restii a una nuova opzione militare su maggior scala, e lo hanno dimostrato chiamandosi fuori anche dal sostegno diretto ai sauditi in Yemen, mentre Bab-el-Mandeb e gli Houthi filo-iraniani esercitano pressione contro le rotte dal Mar Rosso all’Oceano Indiano.
In tal senso, il negoziato Usa-Iran potrebbe essere commentato citando Galileo: “Eppur si muove”. Si avanza con la mediazione degli attori coinvolti nella diplomazia triangolare, per ricostruire una fiducia andata gradualmente evaporando. E provare a capire se le asimmetrie tra le parti sono risolvibili. Non sarà facile, anche perché da giugno le prospettive sono evolute e si sono sviluppate da ambo le parti. “La proposta iraniana di sette giorni si basa sul memorandum d’intesa di Islamabad, ma ne comprime significativamente i tempi e ne modifica la sequenza”, nota Amwaj Media, e se l’Iran continua a indicare lo Stretto di Hormuz come una sostanziale contropartita negoziale, mentre per Amwaj l’amministrazione americana “sta mettendo in discussione la capacità dell’Iran di usare Hormuz come merce di scambio. La posizione degli Stati Uniti sembra essere che l’Iran non possa pretendere concessioni in cambio di qualcosa che Washington afferma di essere in grado di garantire autonomamente”. Ad oggi, Washington, complice il logoramento e i costi subiti e l’imminenza del voto di metà mandato, non sembra essere intenzionata a un’opzione di escalation che, invece, l’Iran non ha tolto dal tavolo come prospettiva futura in caso di naufragio dei colloqui o della pressione Usa.
Iran e Usa, tra mediazione e tatticismi
La studiosa del Center for International Politics Negar Mortazavi, analizzando il discorso del presidente iraniano Masoud Pezeshkian alla recente assemblea Onu per l’Arab Center di Washingtonha scritto che il leader di Teheran ha “ripetutamente lasciato aperta la porta alla diplomazia, ma ha respinto i negoziati condotti di fronte a minacce o richieste di resa”. Per Mortazavi “Teheran offre i colloqui come mezzo per porre fine al conflitto, non come meccanismo per formalizzare la sconfitta”.
In mezzo alle dichiarazioni e alle strategie c’è la realtà, che da un lato parla di un Iran capace ancora di colpire nello Stretto di Hormuz e che al contempo però cerca di trovare un meccanismo negoziale con l’Oman per apparire un partner responsabile, mentre al contempo le prospettive future dell’export energetico pendono verso il basso, e dall’altro un’America che non ha raggiunto gli obiettivi strategici della guerra e ora mira a rafforzarsi tatticamente spingendo l’Iran a un negoziato migliorativo con la sfida economica totale. Ad oggi, dunque, nonostante la guerra sia sostanzialmente ferma l’equilibrio è ben lungi dall’essere raggiunto e se da un lato Teheran e Washington trattano, con impegno costruttivo dei mediatori, dall’altro la sensazione di avere dalla propria il fattore tempo potrebbe condizionare gli scenari regionali futuri. Dal tiro alla fune tra la spinta a mediare e la possibilità di spuntare risultati migliorativi dipenderà il futuro di una trattativa che contribuirà a dare un volto al Medio Oriente che verrà e a capire quanto realisticamente si potrà, in futuro, parlare di stabilità.
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