È la fine simbolica di oltre vent’anni di guerra, occupazione e presenza militare straniera. Entro domani, 30 settembre 2026, l’ultimo soldato americano lascerà l’Iraq, rispettando la scadenza fissata lo scorso luglio dal presidente Usa Donald Trump e dal premier iracheno Ali al-Zaidi. Si apre – come nel 2011 – un nuovo capitolo, delicato e incerto, che potrebbe avere conseguenze significative per tutto il Medio Oriente.
Per Washington, in realtà, il dossier iracheno rimane aperto. Il disimpegno militare non significa che gli Usa rinunceranno a mantenere un controllo (soprattutto economico) su Baghdad, che da parte sua si trova a dover affrontare un vero test di sovranità. Il governo di al-Zaidi ha legato il ritiro delle forze straniere a un monopolio statale delle armi, che prevede di smobilitare o integrare nell’esercito regolare le milizie che per anni hanno combattuto l’Isis all’interno della coalizione sciita delle Popular Mobilization Forces (PMF). Eppure, mentre le bandiere Usa vengono ammainate dalle basi di Erbil e Ain al-Asad, il processo di disarmo è ancora ben lontano dall’essere completato.
Fino a poche settimane fa, in Iraq erano ancora dispiegati circa 2.500 soldati statunitensi, un contingente ridotto rispetto ai picchi degli anni passati (170.000 nel 2007) ma strategicamente rilevante per l’addestramento dei militari iracheni e le operazioni di intelligence contro le cellule dormienti dell’Isis. Nelle fasi finali dell’operazione, sul terreno restano poche centinaia di soldati Usa.
Il bilancio di questi 23 anni di occupazione e conflitto è drammatico e ha segnato profondamente la società irachena. Secondo le stime più accreditate, come quelle del progetto Iraq Body Count e del Costs of War Project della Brown University, il numero di civili iracheni uccisi direttamente dalla violenza della guerra dal 2003 a oggi oscilla tra 200.000 e oltre 300.000. A queste cifre vanno aggiunte le migliaia di soldati della coalizione (3.500 solo statunitensi) e i milioni di sfollati interni ed esuli che hanno dovuto abbandonare le loro case.
Una vittoria per Teheran?
Per l’Iran e gli alleati dell’Asse della Resistenza sembrerebbe una vittoria strategica. Il vuoto lasciato dagli americani rimuove un ostacolo fisico alla proiezione di Teheran verso Siria e Libano. Il timore, per fonti di intelligence e analisti regionali, è che gruppi come Kataib Hezbollah, Harakat Hezbollah al-Nujaba e Kataib Sayyid al-Shuhada – tutti strettamente allineati all’Iran – possano sfruttare l’occasione per consolidare il loro controllo su porzioni di territorio e apparati di sicurezza, rendendo di fatto il disarmo una mera formalità.
Funzionari iracheni, secondo Reuters, sostengono che cinque di questi gruppi hanno già respinto le scadenze imposte dal governo, ponendo condizioni considerate irrealizzabili e mantenendo le proprie strutture armate intatte. Il rischio è una frammentazione dell’Iraq, con lo Stato centrale che detiene la sovranità formale ma non il controllo effettivo delle forze armate.
Sadr e i curdi
Le reazioni, all’interno del complesso scacchiere iracheno, non sono state univoche. Se i gruppi sciiti più vicini all’Iran festeggiano il ritiro e possono offrire un appoggio agli alleati di Teheran, c’è anche chi non vuole ingerenze di alcun tipo e chi guarda con preoccupazione al vuoto di potere che potrebbe crearsi.
Per Muqtada al-Sadr, leader nazionalista sciita che ha accolto la notizia con “gioia e felicità”, il 30 settembre può rappresentare la fine dell’occupazione straniera e l’inizio di una nuova fase di prosperità per l’Iraq. A patto, però, che nessun’altra potenza straniera – nemmeno l’Iran – tenti di riempire il vuoto lasciato dagli americani. La strada scelta da al-Sadr per le sue milizie, Saraya al-Salam, è quella dell’integrazione nella compagine statale. Una distinzione importante rispetto al netto rifiuto delle fazioni filo-iraniane.
Nel Kurdistan iracheno si respira un’aria diversa. I leader curdi, come Masoud Barzani e Masrour Barzani, hanno espresso aperta preoccupazione. A Erbril, la protezione aerea e l’intelligence Usa erano garanzie vitali contro i droni e i missili delle milizie. Senza gli americani, il Kurdistan teme di rimanere esposto tanto alle milizie sciite quanto a una potenziale rinascita dell’Isis, in uno scenario che ricorda pericolosamente il 2014.
La leva economica di Washington
Il ritiro, si diceva, non significa la fine dell’influenza americana. Think tank come l’Atlantic Council e analisti di Eurasia Review sottolineano come gli Usa mantengano leve decisive che vanno ben oltre la presenza militare. Il controllo sull’accesso dell’Iraq al sistema finanziario in dollari, gli investimenti energetici e la cooperazione diplomatica sono tutti strumenti che lasciano intendere che Washington non sta abbandonando l’Iraq, ma sta ridefinendo la sua presenza in chiave economica e politica.
La sfida di al-Zaidi
Il premier iracheno al-Zaidi si trova ora in un punto particolarmente critico del suo mandato. Ha ottenuto il ritiro delle truppe straniere, obiettivo nazionale storico, ma deve dimostrare di riuscire a gestirne le conseguenze. Il disarmo totale delle milizie, che inizialmente doveva compiersi entro il 30 settembre, è stato già posticipato a giugno 2027, un compromesso necessario per scongiurare il rischio di una guerra civile, ma che rischia di indebolire la sua autorità e la buona riuscita del suo piano di sicurezza.
Mentre i soldati americani svuotano le basi e i blindati muovono verso il confine con la Giordania, l’Iraq, ventitré anni dopo l’invasione del 2003, si trova a un bivio. Il ritiro delle truppe Usa può trasformarsi in affermazione di indipendenza e unità nazionale oppure in una nuova, silenziosa competizione tra fazioni interne e potenze regionali. La risposta starà nella capacità dello Stato iracheno di imporre la propria legge su tutto il suo territorio.
Fonti
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