La guerra combattuta contro Israele e Stati Uniti, la disruption regionale e le conseguenze di medio termine del confronto militare hanno lasciato cicatrici profonde sull’economia iraniana. I dati economici della Repubblica Islamica diffusi dal Centro statistico iraniano e ripresi da Al Jazeera mostrano un crollo del Pil del 10,1% nel trimestre dal 20 marzo al 21 giugno, caratterizzato dalla coda dell’operazione di scontro su larga scala e da una lunga serie di schermaglie con gli Usa oltre che dall’inasprimento delle tensioni su Hormuz, rispetto al medesimo intervallo di tempo dello scorso anno. Del 26,4% il calo, rispetto allo stesso periodo del 2025, dell’output di gas e petrolio, cuore dell’economia nazionale e dell’export di Teheran.
Sono dati rilevanti e strutturali che invitano a riflettere su come l’Iran possa sostenere sul medio-lungo periodo questa fragilità in un contesto in cui molti dati economici appaiono cupi: l’inflazione è galoppante, mentre nel Paese si segnalano problematiche come l’impennata del costo delle cure e dei medicinali e l’aggravamento connesso alla guerra dell’annosa questione abitativa, perché come nota Zamaneh Media, “l”aumento dei costi di costruzione, i progetti bloccati, gli affitti alle stelle e il fallimento dei programmi abitativi statali hanno lasciato milioni di inquilini in una situazione di insicurezza”. En passant, il proseguimento del deprezzamento del rial, la valuta nazionale, l’ha portato ad avvicinare un cambio-record (in negativo) contro il dollaro, con una quantità superiore a due milioni di rial necessari per acquistare un dollaro.
La profonda crisi economica iraniana
La guerra, in tal senso, ha aggravato un contesto già problematico e di cui su queste colonne abbiamo dato conto ai tempi delle proteste scoppiate a fine 2025 contro le incertezze economiche e la precarietà di un’ampia fetta della popolazione, soprattutto giovane, che si è trovata a dover gestire in prima persona il tracollo del potere d’acquisto, l’indebolimento della moneta, l’assenza di prospettive economiche e opportunità di lavoro, soprattutto per la componente più formata e istruita della popolazione. Già allora l’Iran fu colpito duramente da un contesto di inflazione galoppante e tracollo della valuta, su cui si innestava la sfida delle sanzioni internazionali.
La prossima sfida che ora la popolazione si ritrova potenzialmente ad affrontare è quella del possibile rincaro dei carburanti in un contesto di sistematica carenza. Nel frattempo, mentre emergono speranze di trattativa gli Usa non mollano la presa dell’offensiva sanzionatoria Economic Outcast, che di recente ha colpito i collegamenti aerei da e per la Repubblica Islamica mentre sempre nuovi soggetti sono aggiunti regolarmente alla lista delle entità e delle persone colpite dall’Office for Foreign Assets Control del Dipartimento del Tesoro dalle sanzioni unilaterali Usa.
L’Iran isolato ma non troppo
L’Iran affronta sfide durissime, a cui si somma il problema della ricostruzione per ovviare ai danni subiti da città, basi militari, impianti industriali, infrastrutture, impianti energetici e altre costruzioni e strutture economiche colpite tra febbraio e aprile nella fase più acuta della guerra, che il regime ha stimato aver causato danni per 270 miliardi di dollari. Ciononostante, appare ancora non pienamente concretizzabile l’ipotesi di un tracollo di Teheran dovuto unicamente a una crisi economica oggettivamente grave e di un ribaltamento dell’attuale paradigma di stallo che vede la Repubblica Islamica determinata a non fare concessioni agli avversari americani in questa delicata fase di negoziazione per porre fine a una guerra congelata ma non conclusa e a non mollare il colpo su Hormuz. Questo almeno sul breve periodo e per almeno quattro motivi, il primo dei quali, apparentemente il più semplice, spiega la capacità asimmetrica di risposta dell’Iran nella fase più tesa del conflitto: la Repubblica Islamica era già prima della guerra un Paese sanzionato e largamente escluso dai commerci internazionali, la cui “superficie d’impatto” era molto minore di quella che condizionava le economie del Golfo o i mercati in cui erano inseriti gli Stati Uniti, più esposti alla strategia di regionalizzazione del conflitto operata dall’Iran.
Secondo punto, l’Iran, nonostante questa asimmetria, non è pienamente isolato politicamente e il recente vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, oltre al seguente summit dei Brics hanno visto il presidente Masoud Pezeshkian incassare una serie di positivi input diplomatici circa il rifiuto della fase più dura della pressione sanzionatoria da parte di importanti attori regionali ed euroasiatici. Inoltre, la debolezza intrinseca dell’Iran rende un suo eventuale collasso poco desiderabile per molti attori dell’area mediorientale e centroasiatica, dalla Turchia al Pakistan.
Vero è che per il sostanziale blocco alle manovre iraniane, nonostante la vicinanza politica di attori come Cina e Russia possa essere di sostegno contro l’assalto sanzionatorio, il problema di fondo commerciale della stretta sull’export di materie prime energetiche resta irrisolto. “Le nuove spedizioni di greggio dall’Iran si sono praticamente azzerate”, sottolinea Bloomberg, che ha raccolto l’opinione di Homayoun Falakshahi, responsabile analisi per il greggio presso la società di analisi dati Kpler, specializzata in materie prime. Per lo studioso, il petrolio iraniano in mare e non intercettabile dagli Usa (di cui la Cina è il principale acquirente) potrebbe “garantire un flusso di entrate per altri cinque o sei mesi”. Un cuscinetto non secondario, dato che per l’Iran la partita si gioca sul medio-lungo termine e sulla spinta a rendere sempre più insostenibili i costi che gli avversari, Usa in testa, stanno già pagando per le conseguenze della guerra.
Un’economia erosa, una società controllata
In terzo luogo, c’è il fattore che Amwaj Media in un’ampia analisi ha ricostruito con efficacia e che ha a che vedere con la capacità del regime iraniano di assorbire il colpo e di distribuirlo uniformemente a livello sociale: “il sistema è sopravvissuto in parte perché è stato in grado di trasferire il costo dell’adeguamento dallo Stato alle famiglie, alle imprese, alle infrastrutture e alle generazioni future”, nota Amwaj in un approfondimento meritevole di integrale lettura, aggiungendo che “un aspetto di questi trasferimenti è il deficit negli investimenti infrastrutturali, che porta a un’erosione controllata che include anche un’erosione del capitale umano”.
Si torna al discorso più volte ripetuto della volontà del regime politico in evoluzione dell’Iran di coltivare a tutti i costi l’obiettivo dell’autopreservazione. In tal senso il combinato disposto tra welfare clientelare, tenuta del sistema di rete edificato dai Pasdaran e dagli altri corpi influenti nella società e tentativi di guadagnare tempo mira a ridurre la pressione e rallentare il logoramento del sistema-Paese Iran.
Il contesto di emergenza nazionale per la guerra, infine, amplia la capacità del governo di mantenere un controllo ferreo sulla popolazione e di rendere meno tollerabili eventuali manifestazioni di protesta. L’unità nazionale forzata dal conflitto, che ha compattato anche un’élite litigiosa e divisa sull’obiettivo di dare un secondo tempo a un regime che si riteneva prossimo al tracollo prima del conflitto con Usa e Israele, è un utile espediente anche per mantenere una forzata quiete sociale interna. La giornalista iraniana Negar Mortavazi ha scritto per il Middle East Council che per ora “le istituzioni di sicurezza iraniane rimangono sufficientemente forti da contenere i disordini anche quando il governo non è in grado di affrontarne le cause profonde” e aggiunge, però, che alla difficile realizzabilità della strategia Usa di forzare un cambiamento tramite sanzioni si aggiunge un caveat sulla strategia iraniana: “l’errore di Teheran sarebbe presumere che la società iraniana possa sopportare una pressione illimitata”.
Le tre sfide che attendono l’Iran
L’Iran, insomma, incassa duri colpi ma prova a non affondare e resta in campo una triplice questione: in primo luogo, quanto sarà sostenibile la spinta della Repubblica Islamica a affrontare i costi materiali del conflitto e delle sanzioni nel quadro di un complesso quadro diplomatico; in secondo luogo, quanto permanenti e strutturali saranno i problemi con cui da anni l’Iran convive da tempo e che rischiano di retrocederlo permanentemente di status in campo economico e produttivo; infine, che assetto avrà la Repubblica Islamica dopo la guerra. Una Repubblica Islamica chiamata a cambiare e a ascoltare maggiormente la sua popolazione per non affondare definitivamente.
Lo abbiamo scritto prima del conflitto, ricordando come l’oggi defunto Ayatollah Ali Khamenei parlasse prima dell’inizio della guerra ove ha trovato la morte a un Paese di cui sembrava ignorare la profonda inquietudine sociale e commentando i timidi tentativi di apertura del presidente Masoud Pezeshkian a un malessere diffuso, e lo abbiamo ribadito dopo il primo cessate il fuoco di Teheran: la Repubblica Islamica dovrà cambiare per sopravvivere, ascoltare il malcontento e il dolore di un’ampia fetta della popolazione cui ha fatto spesso pagare il conto più salato della resistenza alle crisi e che più volte ha manifestato malcontento, tensioni, desiderio di cambiamento.
Sanzioni e guerra hanno aggravato il conto, ma da sole non spiegano una fase critica e problematica per l’intero sistema-Paese iraniano la cui resilienza non va scambiata per accettazione di uno status quo spesso critico. L’ondata di proteste esplose a più riprese negli ultimi anni sono un campanello d’allarme importante. La Terza guerra del Golfo, per ora, non ha fatto crollare l’Iran passato dalla guida di Khamenei al nuovo apparato teocratico-politico-securitario con un ruolo crescente dei Pasdaran. Ma c’è una popolazione che ha pagato un conto salato e dovrà essere ascoltata. Altrimenti vincere qualsiasi tipo di pace (una pace da cui non si sa quanto il Medio Oriente sia effettivamente distante) sarà semplicemente impossibile per il regime di Teheran, a prescindere da come si risolverà la questione di Hormuz o degli equilibri strategici futuri del Medio Oriente.
Fonti
- https://www.aljazeera.com/news/2026/9/21/how-oil-gas-losses-have-shrunk-irans-gdp-by-10-percent-during-war
- https://iranwire.com/en/news/156819-irans-inflation-crisis-deepens-as-year-on-year-rate-hits-844-in-august/
- https://tradingeconomics.com/iran/inflation-cpi
- https://www.iranintl.com/en/202607130817
- https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-09-01/how-iran-s-economy-is-enduring-trump-s-war-the-us-blockade-and-sanctions
- https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-08-24/iran-oil-cargoes-dry-up-even-before-us-acts-on-tehran-threats
- https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-08-24/iran-s-currency-hits-new-record-low-ahead-of-us-economic-assault
- https://www.democrata.es/it/internazionale/pezeshkian-invita-i-brics-a-unirsi-contro-attacchi-nucleari-e-sanzioni/
- https://foreignpolicy.com/2026/08/25/iran-war-trump-sanctions-economy-collapse/
- https://en.radiozamaneh.com/38180/
- https://www.fdd.org/analysis/2026/06/26/irans-economic-catastrophe/
- https://edition.cnn.com/2025/12/29/middleeast/iran-protests-currency-low-latam-intl
- https://amwaj.media/en/media-monitor/iran-cannot-afford-cheap-gasoline-but-can-it-afford-to-reform-subsidies
- https://www.foreignaffairs.com/iran/why-america-cant-strangle-iran
- https://amwaj.media/en/article/deep-dive-irans-economy-of-depletion
- https://mecouncil.org/blog_posts/iran-is-battered-but-not-on-the-brink-of-collapse/
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