“12 euro per cambiare la moda”: è da questa provocazione che parte il talk a Bari il 25 settembre per la Giornata mondiale del salario dignitoso, organizzato da Campagna Abiti Puliti e Fridays For Future Bari. L’evento vuole richiamare il prezzo simbolico di un capo di abbigliamento fast fashion per porre l’attenzione sul modello consumistico che caratterizza la società attuale, e sulla necessità di passare da un’industria basata sul profitto a una just fashion, una moda più giusta.
Il titolo sintetizza due grandi aspetti dell’industria tessile globale, nonché temi che verranno dibattuti durante il talk dalla moderatrice Marianna Lentini, giornalista di InsideOver: lo sfruttamento del lavoro e l’impatto ambientale, direttamente collegato alla crisi climatica.
Chi paga davvero il prezzo della moda low cost?
La maggior parte della produzione tessile avviene in Paesi dove i bassi costi sono ottenuti a spese della salute, della sicurezza e dei diritti fondamentali dei lavoratori, spesso costretti a orari di lavoro estenuanti e privati delle tutele lavorative più elementari. Un intervento di Amnesty International nell’aprile di quest’anno ricorda la strage di Rana Plaza avvenuta 13 anni fa in Bangladesh, dove si registrarono 1.100 vittime, principalmente donne, e 2.500 feriti. Sebbene l’organizzazione per la difesa dei diritti umani ricordi un episodio tanto lontano, il richiamo alla strage mostra la sistematicità di casi simili ed il rischio a cui i lavoratori tessili sono sottoposti tutt’oggi per produrre capi di abbigliamento economicamente accessibili ai più.
Tuttavia, il disagio che accompagna i lavoratori nel settore della moda non si ferma al confine asiatico come molti credono: diverse inchieste nei distretti tessili di Prato e di Milano hanno rilevato turni di 12-14 ore al giorno, lavoro in nero, pagamenti a cottimo e salari insufficienti a coprire i bisogni primari, svelando una realtà diffusa su scala globale e che necessita di misure nazionali e internazionali.
Questo modello consumista incentiva la sovrapproduzione di capi economici composti da materiali di scarsa qualità, come plastica e poliestere, rendendoli facilmente usurabili. I vari capi saranno dunque destinati ad una brevissima vita ed il cliente verrà in questo modo spronato ad effettuare un nuovo acquisto in un lasso di tempo relativamente breve. Si tratta di un processo per nulla affine con i principi dell’ecosostenibilità che genera un impatto non trascurabile sulla questione climatica, classificato in Europa come quarta causa di pressione su ambiente, terza per uso di acqua e di suolo e quinta per emissioni di gas serra e uso di materie prime.
Perché un salario dignitoso è anche una questione climatica
Il salario dignitoso, o living wage, è uno stipendio calcolato in base al costo effettivo della vita, sufficiente a permettere a chi lavora, e alla sua famiglia, di sostenere le spese di sussistenza quali cibo, casa, salute ed altri costi necessari, diversamente dal salario minimo legale che stabilisce una soglia retributiva.
Viene da sé che chi percepisce stipendi più bassi è anche più vulnerabile agli effetti del cambiamento climatico, perché privato delle risorse necessarie per contrastare eventi meteorologici estremi che potrebbero incidere sulle condizioni di lavoro, sulla salute o sulle spese quotidiane. Dare una retribuzione adeguata ai lavoratori tessili, quindi, significa allinearsi ai principi della “giustizia sociale e climatica” per creare una condizione tale in cui i lavoratori dispongono di maggiori strumenti per affrontare le conseguenze della crisi climatica.
La responsabilità non è solo di chi compra
Il Manifesto per una transizione giusta nella moda e le analisi di Campagna Abiti Puliti evidenziano che la crisi della moda non è legata esclusivamente alle scelte individuali d’acquisto, ma al più generale problema dello sfruttamento delle persone e delle risorse naturali finalizzato al massimo profitto di pochi. Chiedere semplicemente alle industrie di produrre meno non sarebbe una misura risolutiva se allo stesso tempo non venisse accompagnata da politiche volte a proteggere lavoratrici e lavoratori del mondo tessile, nel Sud Globale come in Italia.
Per trascendere la reale, seppur amplificata, responsabilità individuale, i brand dovrebbero essere ritenuti legalmente ed economicamente responsabili dei danni ambientali e delle violazioni dei diritti umani, garantendo la piena tracciabilità delle forniture ed assumendo impegni concreti e vincolanti per il versamento di salari dignitosi, cercando di arginare il ricorso a pratiche di socialwashing adoperate per mascherare i costi sociali della produzione.
Ritornare al Chiosco del Giardino Mimmo Bucci a Bari significa ritornare a quella cifra simbolica: 12 euro. Se un capo di abbigliamento costa così poco non è perché d’improvviso la moda è diventata accessibile a tutti, ma perché il suo costo ridotto nasconde violazioni e soprusi intrecciati nelle più ampie dinamiche della filiera produttiva. Lo Swap Party organizzato a Bari offre un esempio pratico di consumo consapevole tramite lo scambio effettivo di abiti usati, dimostrando che un altro rapporto con i vestiti è possibile.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

