Che il gruppo paramilitare M23 si sia macchiato di gravissime atrocità nella Repubblica Democratica del Congo, e in particolare nelle province del Nord Kivu e del Sud Kivu, non è certo una novità. Da anni le Nazioni Unite e le principali organizzazioni per i diritti umani documentano esecuzioni sommarie, torture, violenze sessuali sistematiche e reclutamento forzato ad opera dei ribelli sostenuti dal Ruanda. Già nel settembre 2025 una missione di accertamento dell’Onu parlava di “gravi e diffuse violazioni” configurabili come crimini di guerra e contro l’umanità.
Il rapporto pubblicato da Amnesty International il 21 settembre 2026 si inserisce in questo solco, ma sposta i riflettori sugli abusi contro i minatori artigianali e il traffico di oro e coltan verso il Ruanda.
Il rapporto
Nel rapporto di Amnesty si analizzano le violazioni che i combattenti dell’M23 hanno commesso in due siti minerari sotto il loro controllo: una miniera di coltan vicino a Rubaya, nel territorio di Masisi (Nord Kivu) e una miniera d’oro a Lomera, nel Sud Kivu. Secondo l’organizzazione, che ha intervistato 26 persone tra civili e lavoratori, tra gennaio 2025 e marzo 2026 ci sarebbero stati 18 omicidi di minatori. Dieci di questi sarebbero stati picchiati a morte, due uccisi a colpi d’arma da fuoco e sei rapiti e poi ritrovati senza vita. Il report raccoglie anche testimonianze di torture, detenzioni arbitrarie, lavoro forzato e reclutamento coatto, con turni di lavoro (sottoterra) anche superiori a una settimana senza interruzione.
I testimoni raccontano di minatori uccisi a colpi di piccone sul petto, continue torture, detenzione in celle sotterranee chiamate “ndake”, container usati come prigioni e frustate. Le razioni sono minime, i turni sfiancanti, le paghe irrisorie o nulle.
Le vittime identificano molti autori degli abusi come ruandesi, basandosi sulla lingua. Il rapporto cita un gruppo di esperti ONU che parla di “presenza sistematica” delle RDF (l’esercito del Ruanda) accanto all’M23. Per Amnesty, il Ruanda ha una responsabilità statale per queste violazioni.
“Gli abusi subiti dai minatori includono esecuzioni sommarie, atti di tortura e maltrattamenti, detenzioni arbitrarie, reclutamento coatto, e possono configurarsi come crimini di guerra”, ha dichiarato Agnes Callamard, segretaria generale di Amnesty International.
Amnesty denuncia, inoltre, che l’M23 sta organizzando un traffico illegale di oro e coltan dalle miniere verso il Ruanda, attraverso rotte di contrabbando. Un’attività che rientra nella definizione di “saccheggio” prevista dal diritto internazionale umanitario. Da Lomera, sacchi di sabbia aurifera vengono caricati su barche (spesso scortate da motoscafi ruandesi), sul lago Kivu, e portati a Kamembe, in Ruanda. Una fonte ruandese citata dal rapporto conferma che tutti i minerali che arrivano a Kamembe arrivano dalla Rdc.
Il coltan della miniera di Rubaya invece, stando al gruppo di esperti ONU, viene mescolato alla produzione ruandese, in quella che viene definita come “la più grande contaminazione delle filiere di minerali nella regione dei Grandi Laghi”.
Il rapporto si chiude con un appello agli Stati, alle imprese e all’Unione africana per interrompere il commercio di minerali provenienti dalle zone di conflitto e dal Ruanda in attesa che Kigali fornisca prove concrete di aver interrotto la ricezione di oro e coltan dai trafficanti. Amnesty chiede inoltre che Stati Unit e Ue non concludano accordi minerari che coinvolgano miniere controllate dall’M23 nella RdC. All’M23 viene chiesto di porre fine immediatamente a tutti gli abusi nei siti minerari che controlla; al Ruanda di fermare il contrabbando. Alla Corte penale internazionale, al Consiglio dei diritti umani ONU e alla Commissione africana per i diritti umani di aprire indagini e attivare meccanismi di giustizia per le vittime.
Cosa può cambiare (e cosa no)
Il dossier di Amnesty, quindi, non svela per la prima volta le atrocità e gli abusi dell’M23 (già ampiamente documentati da ONU e organizzazioni per i diritti umani) ma porta alla luce le dirette connessioni tra queste violenze e lo sfruttamento delle risorse minerarie dell’est della RdC. Le accuse generiche diventano accuse mirate di saccheggio e possibili crimini di guerra, grazie alle testimonianze e alla documentazione di omicidi, torture, lavoro forzato e traffico di oro e coltan.
Le implicazioni sono tanto politiche quanto economiche. Il rapporto rafforza le richieste di indagini penali e di sanzioni mirate contro i responsabili degli abusi e contro le reti che facilitano il contrabbando, mettendo sotto pressione anche quelle aziende e quei governi che importano oro e coltan, chiamati a verificare le provenienze e a interrompere gli acquisti dal Ruanda.
M23 e Ruanda restano però, allo stato attuale delle cose, del tutto impuniti. Nonostante i rapporti Onu, le sanzioni americane e le denunce di Amnesty e Human Rights Watch, l’M23 continua a controllare decine di miniere nella RdC e a imporsi con la violenza su migliaia di minatori. Il nuovo dossier mira a dare uno scossone alla comunità internazionale per interrompere l’inazione e il silenzio su un traffico che sfrutta le ricchezze minerarie del Congo per alimentare una guerra combattuta anche attraverso esecuzioni sommarie, torture e schiavitù nelle miniere.
Fonti
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