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Energia

Dalla Siberia all’Asia, la nuova scommessa russa sul petrolio 

Putin ha inaugurato i lavori dell'iniziativa Vostok per la produzione stimata di 100 milioni di tonnelate di oro nero, destinate all'Asia.

La Russia procede a passo spedito nella corsa alle risorse energetiche per tagliare il traguardo posto lungo la nuova frontiera che in tanti vorrebbero raggiungere: l’Artico. A inizio settembre, il presidente Vladimir Putin ha inaugurato i lavori per il progetto Vostok Oil, un rassemblement di giacimenti e infrastrutture petroliferi con un potenziale di 7 miliardi di barili di greggio nella regione di Krasnoyarsk, in Siberia. L’iniziativa è stata lanciata Rosneft, il gigante dell’oro nero che per il Vostok Oil è stato in grado di mettere in moto una macchina di investimenti da 4 trilioni di rubli.     

Il progetto è sin da subito entrato nel vivo della sua implementazione, tanto che il primo petrolio è stato trasportato tramite l’oleodotto Vankor–Payakha–Bukhta Sever raggiungendo uno dei numerosi porti che si affacciano sull’Oceano Artico ed essere caricato a bordo della petroliera Valentin Pikul. Un ulteriore elemento di commercio che giocherà a favore dei russi, i quali cercheranno di vendere i barili di greggio, presumibilmente, agli acquirenti asiatici, dopo gli aspri scontri avuti con l’Unione europea a seguito dello scoppio del conflitto in Ucraina

I numeri e le potenzialità: cos’è il progetto Vostok

Il territorio di Krasnoyarsk custodisce nel sottosuolo un tipologia di petrolio molto leggero per via della scarsa percentuale di zolfo al suo interno che lo rende facile da lavorare. Questo dettaglio non è irrilevante, dal momento che la zona presenta condizioni climatiche piuttosto avverse per quanto riguarda l’operatività dei lavori di estrazione e raffinazione, ma anche in merito all’organizzazione logistica che richiede mezzi e risorse non sempre facilmente reperibili in commercio come le rompighiaccio di classe Arc6.

L’iniziativa relativa a Vostok Oil nasce con l’intento di raggruppare oltre 2 mila pozzi di petrolio in parte già presenti (cluster Vankor) sullo scacchiere energetico siberiano e in parte in procinto di essere perforati (cluster Payakha) in modo da forgiare un sistema integrato di impianti industriali, oleodotti, terminali in grado di aggirare i colli di bottiglia logistici e politici. L’oledodotto Vankor–Payakha–Bukhta Sever è stato edificato appositamente in quest’ottica: la struttura collega l’area dei giacimenti alla località portuale di Bukhta Sever dotata di 14 mila serbatoi per 30 mila tonnellate ciascuno e una banchina per l’attracco delle petroliere destinate al trasporto delle materie prime. 

A caratterizzare Vostok non ci sono solo le raffinerie e gli oleodotti, ma anche una rete satellitare capace di garantire le comunicazioni dalle steppe innevate fino alla costa, oltre a una fibra ottica di lunghezza pari a 850 km che metta in contatto la Siberia centrale e la penisola di Taymir. Lo scopo, dunque, è quello di dare forma a un parco industriale che possa essere del tutto autosufficiente e avanguardistico sul piano strutturale e in grado di bruciare le tappe il più velocemente possibile per battere sul campo gli avversari.

Le fondamenta dei cambiamenti geopolitici

Il progetto Vostok è particolarmente strategico per il Cremlino non solo perché la posta in gioco vale svariate tonnellate di oro nero, ma anche per la stretta vicinanza a un corridoio commerciale che ultimamente sta venendo riscoperto: la Rotta del Mare del Nord. Tale passaggio acquatico collega l’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico, costeggiando la costa artica della Russia con traversata dello Stretto di Bering per raggiungere i porti dell’Oriente. La rotta è già battuta dalle metaniere che dalle località portuali della Siberia salpano per approdare lungo la costa cinese per trasbordare il gas naturale liquefatto prodotto presso il sito dell’Arctic LNG 2.  

Il battesimo ufficiale del Vostok potrebbe dunque aggiungere un ulteriore elemento di scambio commerciale tra Mosca e Pechino anche se al momento si tratta perlopiù di un’ipotesi e nulla vieta che i russi vogliano fare affari con altri partner all’interno o fuori dal continente asiatico. Indubbiamente, tutti gli investimenti in campo energetico fatti finora dalle aziende di Stato non sono solo un investimento economico, ma da interpretarsi anche come un segnale di raffreddamento dei rapporti tra la Russia e l’Unione europea, dopo che quest’ultima ha determinato la fine di ogni fornitura da Mosca. Non è un caso, dunque, se il Cremlino cerchi nuove fonti e canali di esportazione dopo che il suo mercato principale gli ha sbarrato l’accesso.

Vostok rappresenta, per certi versi, una pietra miliare per la costruzione di un mondo fondato su nuovi equilibri di potere, considerando che chi controllerà l’approvvigionamento energetico in futuro, darà le carte ai tavoli che contano. Rimane da specificare che il progetto è ancora nella sua fase embrionale e l’obiettivo delle 100 milioni di tonnellate di greggio – annuncio di Rosneft – rimane sulla carta, dal momento che sarà senz’altro determinato dalle dinamiche globali dei prossimi anni senza che siano favorevoli alla Russia. 

Le materie energetiche si rivelano sempre di più studiate dai Governi per scrivere il prossimo futuro.

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