La goccia che ha fatto traboccare il vaso? Un’indagine effettuata dal ministero dell’Interno di Bangkok sulla Gan Chabad Co Ltd, società proprietaria di un cimitero ebraico nella provincia di Chachoengsao, nella Thailandia centrale, per possibili legami con società fittizie e riciclaggio di denaro.
Il caso è esploso dopo le proteste dei residenti contro un possibile ampliamento del sito. Le autorità thailandesi hanno quindi effettuato un sopralluogo scoprendo che la licenza del cimitero per operare (e pure per ospitare cerimonie religiose) era scaduta nel 2023. Durante il controllo i funzionari hanno inoltre scoperto quattro salme, appartenenti a persone decedute tra il 2023 e il 2026, tre delle quali sepolte in fosse sigillate.
A quel punto il viceministro degli Interni, Polapee Suwunchwee, ha ordinato controlli ancora più approfonditi sia per capire come il cimitero abbia ottenuto l’approvazione iniziale nel 2021, sia per verificare che non vi siano stati decessi occultati.
Senza riferirsi esplicitamente al cimitero di Chachoengsao né menzionare i cittadini israeliani, ma collegandosi evidentemente alla vicenda, il primo ministro della Thailandia, Anutin Charnvirakul, ha lanciato un durissimo avvertimento a tutti gli stranieri accusati di violare le leggi del Paese o di sfruttare i residenti locali: “Se venite qui, venite e guadagnatevi da vivere onestamente. Se dovete morire, morite a casa vostra”.
Cosa succede in Thailandia
Secondo quanto riportato da The Nation, le autorità thailandesi stanno esaminando con particolare attenzione le attività commerciali riconducibili a Gan Chabad, verificando anche l’eventuale presenza di prestanome all’interno di una più ampia rete societaria e i possibili collegamenti con altre realtà considerate opache.
Nella lista figurerebbero, per esempio, The Kosher Place (Thailand) Co., Ltd., un’azienda attiva nella ristorazione con prodotti kosher, insieme ad altre società attive nel settore turistico che rivolgono i loro business principalmente a visitatori ebrei e israeliani. Tra le persone finite sotto i riflettori c’è il rabbino Yosef Chaim Kantor, fondatore di Gan Chabad e una delle principali figure della comunità Chabad in Thailandia.
Le verifiche riguardano inoltre alcune attività che offrono servizi a persone arrivate nel Paese asiatico per periodi di riabilitazione, convalescenza dopo malattie o addirittura esperienze legate a conflitti. Il governo thailandese rimane comunque intenzionato a non compromettere i rapporti con Israele. Nonostante la retorica durissima, e una crescente insofferenza a livello nazionale nei confronti di quei cittadini stranieri che sempre più spesso non rispettano la legge, il premier Anutin ha più volte ribadito che l’inasprimento dei controlli e le misure più stringenti non sono rivolte contro qualcuno in particolare.
Le proteste contro i cittadini israeliani
Sui social, intanto, stanno circolando numerosi video di utenti thailandesi che accusano alcuni turisti israeliani di atteggiamenti irrispettosi e arroganti. In una clip condivisa da @djudjunzumba, per esempio, vengono contestati e definiti particolarmente diffusi comportamenti quali la pretesa di ottenere servizi gratuiti e il mancato rispetto delle usanze locali. Un tono ancora più duro è stato usato dal content creator @lifeofaydinx, che in un video ha definito alcuni turisti israeliani “spiritualmente arroganti”, accusandoli di maleducazione e di ignorare le norme culturali del Paese.
La popolare rock star thailandese Aed Carabao, al secolo Yuenyong Opakul, ha invece dichiarato il suo sostegno alle manifestazioni per impedire a un numero imprecisato di israeliani di occupare le popolari destinazioni turistiche del Paese, come l’isola tropicale di Koh Phangan e la località montana settentrionale di Pai.
Lo scorso 10 settembre circa 300 thailandesi – nazionalisti, conservatori e monarchici – hanno protestato davanti all’ambasciata israeliana di Bangkok con svariati cartelli offensivi. La sede diplomatica ha diffuso un opuscolo e un video su Facebook consigliando agli israeliani di rispettare le leggi locali e di non violare le tradizioni conservatrici.
Secondo quanto riportato dal quotidiano Khao Sod English, i thailandesi sono preoccupati per “alcuni espatriati israeliani che, a loro dire, starebbero pianificando di insediarsi in Thailandia, controllare il settore immobiliare, le attività commerciali e persino minare la sovranità thailandese”. Si tratta di un mix tra xenofobia, nazionalismo e risposta incontrollata alla stagnazione economica del Paese che rischia di compromettere i rapporti tra Bangkok e Tel Aviv.
Il governo di Anutin vuole infatti che le buone relazioni con lo Stato ebraico continuino. In primis perché circa 60.000 thailandesi lavorano in Israele in progetti edili e agricoli impegnativi, inviando rimesse alle proprie famiglie (per lo più provenienti dalla regione dell’Issan, nel nord est della Thailandia, roccaforte politica dell’attuale primo ministro). E poi perché Tel Aviv assiste Bangkok in materia di sicurezza, sviluppo del cyberspazio e altri progetti.
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