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Guerra

“L’IA militare non riduce le vittime civili”: le conclusioni della Commissione Usa

L'intelligenza artificiale non riduce le vittime civili in guerra, ma le moltiplica: lo dimostra un'audizione al Congresso USA.

L’intelligenza artificiale aiuta gli eserciti a non colpire in maniera deliberata i civili nei teatri di guerra? Purtroppo no. Anzi. Secondo Open Intel, piattaforma che monitora il coinvolgimento di aziende private nel genocidio a Gaza, Palantir, l’azienda fondata da Alex Karp e Peter Thiel, avrebbe reclutato sistematicamente ex membri dell’Unità 8200, il corpo di intelligence dei segnali dell’esercito israeliano specializzato in cyberwarfare e sorveglianza elettronica. Il software dell’azienda, secondo la stessa fonte, integrerebbe comunicazioni intercettate, immagini satellitari e altri set di dati per generare liste di obiettivi militari destinate alle forze israeliane.

Ma a indagare a fondo su quest’aspetto dell’intelligenza artificiale nei conflitti moderni è stata, mercoledì scorso, nella sala 2255 del Rayburn House Office Building a Washington, la Tom Lantos Human Rights Commission (TLHRC), che ha riunito esperti di Diritto internazionale, ricercatori ed ex funzionari dell’intelligence per una audizione dal titolo eloquente: Artificial Intelligence in the Military Domain: Implications for Human Rights. Ad aprire i lavori è stato il co-presidente della Commissione, il deputato democratico James P. McGovern, il quale ha ricordato la tesi più usata da chi promuove l’adozione militare dell’IA senza vincoli: la tecnologia dell’IA, secondo costoro, ridurrebbe le vittime civili migliorando la precisione degli attacchi. Ma è vero? La risposta degli esperti non lascia spazio a dubbi: assolutamente no.

Steven Feldstein, senior fellow del Carnegie Endowment for International Peace, ha osservato che se da più parti si parla di sistemi di «targeting accurati al 90%», il dato reale potrebbe aggirarsi piuttosto intorno al 50%. Una bella differenza, che diventa ancora più preoccupante se si considera – come ha spiegato lo stesso Feldstein – che anche a fronte di una maggiore precisione, l’ampliamento esponenziale del numero di obiettivi colpiti può tradursi in un numero assoluto di vittime civili più alto, non più basso. Gaza, Iran, Yemen: i casi sul tavolo

Gaza, Iran, Yemen: i casi sul tavolo

Deborah Brown, vicedirettrice per tecnologia e diritti umani di Human Rights Watch, ha parlato di alcuni casi concreti: a Gaza come in Iran, l’evidenza empirica non sosterrebbe affatto la tesi di una riduzione del danno ai civili, vista l’elevata quota di vittime registrata. Amanda Klasing di Amnesty International USA ha aggiunto un elemento fondamentale: anche ammettendo tassi di accuratezza elevati – come il 90% rivendicato da Israele per il sistema Lavender utilizzato a Gaza – il dato perde di significato quando il principio di proporzionalità viene comunque violato, per esempio quando una bomba da 900 chili viene sganciata su un edificio residenziale.

Dubbi, inoltre, da parte dei presenti in commissione, sul possibile ruolo dell’IA nell’attacco del 28 febbraio scorso contro una scuola elementare femminile a Minab, in Iran, costato la vita a oltre 170 persone. Interpellato in precedenza sul presunto coinvolgimento della sua azienda in quell’episodio, Shyam Sankar di Palantir – il cui sistema Maven Smart System viene utilizzato dal Pentagono per l’identificazione di obiettivi e la scelta delle armi da impiegare – aveva difeso l’operato della tecnologia militare. Secondo quanto riportato, Palantir ha contribuito a colpire 13mila obiettivi nei primi 38 giorni del conflitto con l’Iran.

A tal proposito, secondo una missione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite gli Stati Uniti avrebbero preso di mira in modo deliberato l’edificio scolastico, escludendo che si sia trattato di un impatto accidentale o del danno collaterale di un attacco a una struttura militare iraniana adiacente. Gli investigatori ritengono che esistano fondati motivi per qualificare l’attacco come crimine di guerra.

Il controllo umano è davvero tale?

Uno dei momenti più forti dell’audizione è arrivato da Anna Mysyshyn, ricercatrice ucraina esperta di governance dell’intelligenza artificiale. Secondo l’esperta, il fatto di premere un pulsante di approvazione non basta per dire che c’è un vero controllo umano.

Mysyshyn ha sollevato un dubbio concreto: un singolo operatore, chiamato a controllare più sistemi basati sull’IA allo stesso tempo, riesce davvero a accorgersi in tempo di una raccomandazione sbagliata e a fermarla prima che faccia danni? Per questo ha chiesto una formazione più seria per chi lavora su targeting e intelligence.Il problema non è teorico. La nuova strategia del Pentagono per il 2026 vuole rendere le forze armate americane una forza “AI-first”: cioè, riorganizzare metodi di lavoro e concetti operativi intorno all’intelligenza artificiale già disponibile.

L’obiettivo, già presente nella strategia del 2023, è avere «catene di uccisione» più rapide, precise e resistenti. Ma, secondo i testimoni ascoltati, questa accelerazione rischia di lasciare ancora meno tempo all’essere umano per intervenire e correggere un errore. La conclusione è amara e inquietante: le evidenze raccolte dimostrano che gli eserciti utilizzano l’intelligenza artificiale soprattutto per colpire con maggiore efficienza, non per proteggere i civili.

Fonti:

Tom Lantos Human Rights Commission, “Artificial Intelligence in the Military Domain: Implications for Human Rights,” hearing, 16 settembre 2026, https://humanrightscommission.house.gov/events/hearings/artificial-intelligence-military-domain-implications-human-rights.

“This Isn’t Sci-Fi, AI Is Already Killing People,” Responsible Statecraft, 18 settembre 2026, https://responsiblestatecraft.org/ai-palantir-weapons/.

Kyle Anzalone, “UN Report: Reasonable Grounds to Believe US Committed War Crimes in Iran,” Antiwar.com, 17 settembre 2026, https://news.antiwar.com/2026/09/17/un-report-reasonable-grounds-to-believe-us-committed-war-crimes-in-iran/.

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