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Politica

Dal ritiro in Afghanistan allo smacco nel Golfo, l’egemonia Usa è finita? No, ma gli alleati…

Smacco in Iran, ritiro dall'Europa, crisi col Canada. Sempre più alleati e partner non si fidano di Washington: l'egemonia USA è davvero finita?
The White House in Washington, DC, USA, 14 March 2023. The Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC), Treasury Department and the Federal Reserve will make all depositors whole in California's Silicon Valley Bank, but not the bank or its investors. The Biden administration has intervened in hopes to avert a crisis of financial institututions following the collapse of Silicon Valley Bank.

Negli ultimi sei mesi, la potenza militare ed economica statunitense, che vanta le migliori attrezzature belliche al mondo, il personale militare più addestrato, una rete globale di basi e sistemi logistici e partenariati militari e diplomatici diffusi ovunque globalmente, si è dimostrata insufficiente a sconfiggere l’Iran, un regime repressivo ed economicamente stagnante, armato di missili e droni a basso costo.

Dalle colonne di InsideOver abbiamo già analizzato che questa incapacità degli Stati Uniti si deve anche al fatto che l’Iran ha preparato da decenni un conflitto asimmetrico di questo tipo, razionalizzando le proprie risorse economiche, militari e umane in una dottrina di impiego dello strumento bellico cosciente della propria inferiorità sul piano delle operazioni di warfighting tradizionale: quasi nullo potere aereo, scarsa capacità navale e forze terrestri equipaggiate come nel 1980. Teheran, attraverso le IRGC (Islamic Revolutionary Guard Corps), ha basato la strategia di difesa avanzata attraverso proxy (Hezbollah/Houthi), missili balistici, droni, operazioni di sabotaggio e terrorismo e dotandosi di una forza navale composta da unità sottili, piccoli sottomarini e navi appoggio per attività di spionaggio/sabotaggio. Questo ha permesso all’Iran di avere capacità di rappresaglia e di mettere in crisi il sistema simmetrico del warfighting statunitense, che è stato inefficace nel raggiugimento dell’obiettivo di eliminazione della minaccia iraniana.

Lo smacco ricevuto nel Golfo Persico è però solo l’ultimo tassello di un sistema, quello statunitense, entrato in una crisi che l’avvento alla Casa Bianca di Donald Trump ha solo accelerato e reso palese al grande pubblico.

Da anni il Pentagono lamenta un approntamento delle forze definito scarso – soprattutto per quanto riguarda quelle aeree e navali – come risultato di due decenni di “guerra al terrorismo” che hanno modificato l’approccio delle forze armate Usa – ed europee – rispetto al classico warfighting, concentrandosi su counter-terrorism e counter-insurgency. Questa modifica della postura strategica ha prodotto l’effetto immediato della diminuzione delle scorte missilistiche (Patriot, THAAD, vettori da crociera) che è stata già ampiamente analizzata anche rispetto alle lunghe tempistiche per il loro recupero di livelli ottimali per la deterrenza.

Un alleato affidabile?

Per anni, praticamente tutti hanno creduto che, in caso di crisi, Washington potesse contare su riserve di denaro, truppe, munizioni e sostegno diplomatico superiori a quelle di qualsiasi altra nazione, nonostante le battute di arresto in Vietnam e in Afghanistan. La storia recente sta dimostrando che non è più così. La prima avvisaglia di un cambiamento repentino si è avuta proprio in Afghanistan: il ritiro statunitense, mal coordinato con gli alleati, ha sollevato più di una perplessità all’interno della NATO, al punto che in Europa si è colta l’occasione per rilanciare l’idea di un esercito europeo in modo da avere più autonomia strategica. Quell’evento ha avuto risonanza globale, al punto che anche a Taiwan e in Giappone è emerso lo stesso dubbio: gli Stati Uniti sono ancora degli alleati affidabili? Si impegneranno con costanza nel sostegno di un loro alleato in caso di conflitto?

Il prepotente recupero della Dottrina Monroe ha aperto nuovi dubbi: Washington, mettendo in pratica una nuova forma di politica di sicurezza per l’emisfero occidentale (vedasi Venezuela e narrazione su Cuba), sta progressivamente ritirandosi dal quadrante europeo.

All’inizio di quest’anno, il Pentagono ha annunciato l’intenzione di ritirare 5mila soldati dalla Germania, che non vedrà nemmeno lo schieramento dei sistemi Typhon della Second Multi-Domain Task Force, e l’amministrazione ha avviato una revisione della strategia di difesa che preannuncia ulteriori tagli, che saranno successivi al ritiro definitivo di mille soldati dalla Romania, ovvero dalla frontiera orientale della NATO.

Restando sul rapporto con gli alleati, la Casa Bianca, avviando una nuova politica transazionale fatta di minacce economiche e tagli, ha messo particolarmente in crisi i rapporti col Canada, sempre più attratto dall’orbita europea (è diventato Paese osservatore del GCAP, il caccia europeo di sesta generazione), mentre la questione della Groenlandia ha fatto rivalutare a Nuuk la propria volontà indipendentiste, preferendo comunque restare con la Danimarca piuttosto che diventare un protettorato USA, e far prendere agli europei seri provvedimenti riguardanti la difesa della propria sovranità, anche attraverso lo strumento militare.

Un processo non reversibile

Molto probabilmente, la Casa Bianca vuole degli alleati forti per potersi concentrare sul proprio emisfero e nel Pacifico Occidentale, dove una Cina in fase di espansione politica e militare sta diventando sempre più aggressiva nel suo intorno geografico, mettendo a rischio la sicurezza di Taiwan, delle Filippine e del Giappone e incutendo timori in altri partner regionali dell’occidente come l’Indonesia e il Vietnam, che comunque per il momento sono ancora lontani dal gravitare intorno a Washington o all’Europa. Restando in Asia orientale, la capacità di soft e smart power statunitense, pur restando alta, sta diminuendo, con Pechino invece in ascesa dal punto di vista della capacità militare, delle future risorse e dell’influenza diplomatica, mentre altri indicatori, come la capacità economica generale, di resilienza strutturale, o le relazioni economiche e il network dello strumento difesa, vedono gli USA in posizione stabile o in miglioramento rispetto alla Cina.

Del resto, benché alcuni autori siano in disaccordo, il “pivot to Asia” esiste ancora sebbene sia di natura completamente diversa rispetto al passato: ora Washington sta recuperando le posizioni militari nelle Filippine e sta spingendo il Giappone e Taiwan sulla via del riarmo nel tentativo di migliorare la capacità di deterrenza nei confronti dell’enorme espansione militare cinese che facilmente potrebbe sommarsi, in quel quadrante, alla presenza russa. Il Sudamerica meritterebbe una trattazione a sé stante, ma l’“effetto Venezuela” sta facendo guardare alcuni Paesi, come il Brasile, più verso l’Europa e la Cina, soprattutto se minacciati dai dazi statunitensi.

L’egemonia statunitense è quindi finita? Non proprio. Quello che gli Stati Uniti hanno perso è buona parte della loro capacità di soft power avendo intrapreso la via della politica transazionale, fatta di coercizioni, e il conflitto nel Golfo ha dimostrato che il fondamento della politica estera statunitense, ovvero la difesa delle linee di navigazione, sta vacillando sotto i colpi di un Paese che non ha la stessa capacità militare di un avversario sistemico come la Cina.

Questo indebolimento generale degli USA sta spostando gli equilibri dei partenariati globali, ma si sta sviluppando un altro assetto per il quale Paesi che storicamente vedevano in Washington il proprio partner principale ora guardano con più interesse ad altre nazioni like minded: il Giappone o la Corea del Sud sono forse i casi più emblematici di questo fenomeno, avendo deciso di stringere i loro legami – mai del tutto stabili per via della memoria storica – oltre che aprirsi a una maggiore cooperazione con alcuni Paesi europei, come l’Italia per quanto riguarda Tokyo.

In ultima analisi, questa nuova politica statunitense, che non è da leggersi come isolazionista, sta comunque riducendo l’influenza globale degli USA in un processo che difficilmente sarà reversibile. L’era americana, comunque, molto facilmente potrebbe non lasciare il posto all’egemonia cinese, dato che Pechino deve affrontare problemi interni e altri Stati asiatici, come l’India, stanno crescendo fino a diventarne un contrappeso. Gli ultimi eventi tendono a suggerire che altre nazioni democratiche europee o asiatiche, come l’Australia o il Giappone, potrebbero trarne vantaggio dal momento che hanno intrapreso la strada di porre maggiore attenzione alla propria difesa, anziché affidarsi alla protezione americana.

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