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Media e Potere

“Revocategli la cittadinanza”: Israele vuole zittire i registi di Naza, il documentario premiato a Venezia

Il documentario "Naza", premiato a Venezia, denuncia le uccisioni di civili a Gaza e provoca la dura reazione del governo israeliano
Naza

Hamas? L’Iran? No: da qualche ora i nemici pubblici numero uno di Tel Aviv sono due registi israeliani dall’aspetto hipster, Yuval Abraham e Rachel Szor. Gli autori del documentario Naza, presentato alla 83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha ricevuto una meritata standing ovation record e il Premio Speciale della Giuria, hanno fatto letteralmente infuriare l’intero apparato di sicurezza e l’establishment politico israeliano. Il motivo? Il docufilm mostra al mondo i meccanismi alla base dell’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza da parte di Netanyahu e del suo governo. E lo fa proprio in questa fase storica, nella quale lo Stato ebraico ha investito milioni di dollari in propaganda, per cercare di ripulire un’immagine macchiata dal genocidio dei gazawi. L’ottavo fronte di cui vi abbiamo parlato anche su InsideOver.

L’esercito minaccia azioni legali

Autocritica? Macché. La reazione delle autorità israeliane va nella direzione opposta. E non somiglia per nulla a quella di una «democrazia». Il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, il tenente generale Eyal Zamir, ha incaricato il consulente legale delle forze armate di esaminare la possibilità di intraprendere azioni legali contro il film e contro chi vi ha preso parte, affermando che l’opera diffami l’esercito. Zamir ha inoltre disposto separatamente un’indagine interna sulla presunta fuga di materiale classificato utilizzato nella produzione del documentario, secondo quanto riporta il Times of Israel. Nei giorni scorsi, l’Idf aveva già diffuso una nota in cui «respingeva categoricamente» le accuse contenute nel documentario, criticando in particolare il ricorso a testimonianze anonime. L’esercito ha inoltre precisato che le decisioni relative alla selezione e all’approvazione degli obiettivi da colpire sono state prese «esclusivamente da personale umano… e non dall’intelligenza artificiale», nonostante alcune inchieste giornalistiche dicano l’esatto contrario.

Ma il fatto forse più grave – e vergognoso – per quella che viene definita «l’unica democrazia del Medio Oriente» – sta nella proposta incedente del ministro della Cultura, Miki Zohar, il quale ha presentato una richiesta formale all’Autorità per la Popolazione e l’Immigrazione al fine di valutare la «revoca della cittadinanza ai registi, dando seguito a una minaccia lanciata il giorno prima». Critichi il governo e l’esercito? Ti revoco la cittadinanza. Bella democrazia. Alle minacce totalitarie di Zohar si aggiungono le frasi del ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, il quale ha definito il film «antisemita» e i suoi autori un «danno diretto» al popolo israeliano, invitandoli su X ad «andarsene» e ironizzando sul fatto che sarebbero accolti a braccia aperte da Hamas.

Ma sarebbe sciocco a questo punto pensare che le reazioni di sdegno arrivino solo dal governo Netanyahu e dall’esercito. Il presidente del partito Yashar, Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore dell’Idf e favorito alle prossime elezioni, ha scritto su X: «La scelta di alcuni creatori israeliani di salire su un palco internazionale, presentare un quadro distorto e unilaterale, e gettare discredito morale sui soldati che difendono la nostra casa è cecità morale, distacco dalla realtà e un danno allo Stato di Israele in un momento di difficoltà». Benny Gantz, anch’egli ex capo di stato maggiore dell’Idf, ha dichiarato: «Coloro che sono dietro il film non hanno mai messo piede sul campo di battaglia — e non vorrei mai che dovessero farlo».

Di cosa parla Naza (e perché fa paura al governo di Tel Aviv)

«Abbiamo realizzato questo film spinti dal dovere di usare la nostra posizione di israeliani per analizzare i sistemi dietro all’uccisione di massa di civili palestinesi di cui il nostro Paese è responsabile» hanno affermato i due registi, già premi Oscar per No Other Land. «Durante le riprese negli ultimi tre anni, ci siamo trovati a porci le stesse domande della generazione dei nostri nonni e di tutto il Novecento: come può un gruppo di persone permettere la totale disumanizzazione di un altro? Come funziona dall’interno un sistema del genere?». Il docu-film si basa sulle testimonianze anonime di 24 tra ufficiali e soldati dell’intelligence israeliana, raccolte in tre anni di riprese segrete sui tetti di Tel Aviv: la pellicola ricostruisce minuziosamente come vengano impiegati sistemi di calcolo —-inclusi strumenti di intelligenza artificiale – per stimare in anticipo i cosiddetti «danni collaterali» prima di autorizzare un raid. Naza è proprio questo: acronimo militare che sta per Nezek Agavi, traducibile come «danno collaterale».

Uno degli elementi più interessanti riguarda la reazione della stampa. Che in Israele è – perlopiù – di sostegno alle tesi dell’Idf. Con qualche importante eccezione. Come quella del solito Haaretz, con un editoriale di David Issacharoff: «Come la stragrande maggioranza degli israeliani – scrive – non ho ancora visto il film, perché non è disponibile in Israele. Per quanto le sue prove possano essere straordinarie, la reazione israeliana è del tutto ordinaria. Ogni volta che un film denuncia le azioni di Israele contro i palestinesi – dalle realtà quotidiane dell’occupazione in Cisgiordania fino alla guerra genocida a Gaza – il mainstream israeliano esplode di indignazione, presentandosi come vittima di ‘sangue calunniato’».

La copertura mediatica mainstream di Naza in Israele, nota ancora Issacharoff, «si è concentrata sulla smentita delle accuse del film da parte dell’Idf, con opinionisti che ripetono i soliti avvertimenti sui danni all’immagine di Israele all’estero. Le accuse in sé non ricevono alcuna attenzione».

Non che in Italia le cose vadano poi così diversamente. La minaccia di revocare la cittadinanza ai due registi è, a ben vedere, un fatto di una gravità inaudita – un atto che dovrebbe far tremare i polsi a chiunque abbia un minimo a cuore la libertà di espressione e di parola, insomma la democrazia – eppure i nostri giornaloni sembrano non farci caso più di tanto, preferendo dare risalto all’accusa, ben più comoda, di aver impiegato materiale top secret (capirai: sono whistleblower, che dovrebbero dire? Peraltro riportando fatti già documentati da svariate inchieste giornalistiche). Si preferisce insomma discutere della fonte scomoda piuttosto che del contenuto scomodo: un classico. Si chiama giornalismo, insegnava Julian Assange – non la sua imitazione addomesticata che va per la maggiore quando si parla di Israele.

Fonti:

Michael Horovitz, “‘Blood Libel’: Israeli Politicians Assail Israeli Film on AI-Powered Killing in Gaza,” The Times of Israel, 14 settembre 2026, https://www.timesofisrael.com/blood-libel-israeli-politicians-assail-israeli-film-on-ai-powered-killing-in-gaza/.

“NAZA,” La Biennale di Venezia, consultato il 14 settembre 2026, https://www.labiennale.org/it/cinema/2026/venezia-83-concorso/naza.

“Israelis Unite Against a New Enemy: ‘NAZA,’ a Film No One Has Seen,” Haaretz, September 14, 2026, accessed September 14, 2026, https://www.haaretz.com/israel-news/haaretz-today/2026-09-14/ty-article/.highlight/israelis-unite-against-a-new-enemy-naza-a-film-no-one-has-seen/000001a0-a0f5-d219-a3ed-bdff05350000.

Yuval Abraham, “‘Lavender’: The AI Machine Directing Israel’s Bombing Spree in Gaza,” +972 Magazine, April 3, 2024, https://www.972mag.com/lavender-ai-israeli-army-gaza/.

Roberto Vivaldelli, «L’ottavo fronte: la propaganda di Israele negli USA. Intervista a Nick Cleveland-Stout del Quincy Institute», InsideOver, https://it.insideover.com/media-e-potere/lottavo-fronte-la-propaganda-di-israele-negli-usa-intervista-a-cleveland-stout-del-quincy-institute.html.



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