Arrestato dagli israeliani a 15 anni per aver lanciato sassi: oggi è amputato e in coma
Immaginate un quindicenne palestinese in salute. Monta a cavallo, si regge sulle proprie gambe. Poi arriva l’esercito israeliano e lo preleva nel cuore della notte, dal suo letto, a Tuqu, nei pressi di Betlemme. Oggi non si alza da un letto: ha alle spalle due operazioni a cuore aperto e l’amputazione di una gamba. Tutto questo perché a Mohamed – questo il nome del ragazzo, che nel frattempo ha compiuto 16 anni – in carcere non sono state garantite cure mediche adeguate. Torniamo indietro: Mohamed viene arrestato con l’accusa di “lanciare oggetti”. Ha ancora 15 anni. È il 25 febbraio e cammina sulle sue gambe. Finisce nella prigione di Ofer, vicino Ramallah. Ai genitori è vietato vederlo. Trascorrono i mesi senza alcuna notizia. Poi la richiesta: firmare il consenso per sottoporre il fiqlio a un intervento a cuore aperto. In prigione Mohamed contrae la scabbia e per mesi nessuno lo cura. È proprio la scabbia, con le lesioni cutanee lasciate senza trattamento, a infettargli una valvola cardiaca. A questo si aggiunge una grave ischemia alla gamba destra, che gli è stata amputata. Nel letto lo tenevano incatenato per tre arti. In sala operatoria lo hanno portato in catene, pur non avendo lui alcun posto dove fuggire. Mohamed è entrato in carcere a 15 anni per aver lanciato oggetti. Ora ne ha 16, è un amputato con disabilità ed è in coma, nel tentativo di riprendersi dal secondo intervento al cuore. Storie di ordinario orrore dalla Cisgiordania occupata. Secondo la Ong israeliana Physician for Human Rights, il servizio carcerario israeliano lascia che la scabbia si diffonda senza controllo tra i detenuti, così da inasprirne l’abuso. L’ennesima forma di violenza.