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Energia

L’offensiva degli Houthi e gli attacchi dall’Iraq: l’Arabia Saudita chiude l’oleodotto da 5 milioni di barili

La chiusura dell'oleodotto East-West dopo attacchi forse arrivati dall'Iraq rivela la crisi strategica in cui si dibatte Riad.
Arabia Saudita

La crisi strategica dell’Arabia Saudita impegnata nel nuovo capitolo della contesa geopolitica riaccesasi in Yemen conosce un nuovo capitolo con la decisione di Riad di chiudere temporaneamente i flussi attraverso l’East-West Crude Oil Pipeline, l’oleodotto che taglia il Paese permettendo all’export petrolifero di bypassare Hormuz, dopo i diversi colpi subiti nei giorni scorsi, l’ultimo dei quali avvenuto nella giornata di venerdì e ritenuto imputabile a un lancio di droni proveniente da oltre il confine iracheno. Il risultato? Lo stop al flusso di 4-5 milioni di barili di petrolio al giorno trasportati dall’oleodotto su 7 di capacità massima verso il terminal di Yanbu, fondamentale per mantenere attiva una quota rilevante di export di greggio da parte di Riad, un fatto che, combinato all’l’interdizione dello stretto di Bab-el-Mandeb da parte degli arrembanti Houthi yemeniti può pregiudicare la posizione del Paese nel quadrante geopolitico di riferimento.

Fino al 5% dell’offerta globale di petrolio rischia di essere temporaneamente messa fuori combattimento, aprendo la strada a una nuova forma di disruption dei mercati energetici già provati dall’onda lunga della guerra in Iran. A tal proposito, è da valutare lo scenario geostrategico nel suo complesso. Al Jazeera nota che a Baghdad le autorità guidate dal primo ministro Ali Al-Zaidi indagano sulle responsabilità in una fase in cui il Paese ha in corso un difficile lavoro per portare i gruppi miliziani sciiti vicini all’Iran sotto il pieno controllo statale. Nessuna rivendicazione è arrivata per l’attacco, e andrà valutata la reazione saudita: Riad accusò le Forze di Mobilitazione Popolare (Pmf) di aver tentato un attacco con droni al suo settore energetico a fine luglio, rispondendo il 29 dello stesso mese con un attacco congiunto con gli Usa contro i militanti sciiti.

Dall’Iraq allo Yemen, la percezione dell’Arabia Saudita di trovarsi tra due fuochi in un potenziale contesto che vedrebbe sommarsi due rischi asimmetrici dall’alto impatto strategico apre un dilemma a tutto campo. Il primo tema da discutere sarebbe quello dell’effettiva paternità degli attacchi all’East-West Pipeline in una fase tanto complicata. A luglio l’attacco con droni che portò alla risposta saudita fu formalmente rivendicato dagli Houthi yemeniti, e a tal proposito Middle East Forum ha analizzato l’ipotesi della convergenza tra milizie sciite nel Paese mesopotamico e ribelli yemeniti notando che “gli Houthi non necessitano di una grande forza indipendente in Iraq. Un piccolo gruppo di rappresentanti, specialisti di droni, operatori religiosi e facilitatori finanziari può operare all’interno delle infrastrutture fornite dalle milizie irachene”. La ripresa degli scontri in Yemen e l’avanzata degli Houthi contro il campo filo-saudita, sommata alla rinnovata pressione sul settore energetico di Riad, apre scenari complessi.

In secondo luogo, in questo contesto tanto liquido e complesso è lecito domandarsi in che misura la crescente, percepita insicurezza di Riad di fronte a offensive che potrebbero chiamare in causa gli attori sostenuti dall’Iran su entrambi i fronti possa condizionare a livello macro-regionale i rapporti tra Arabia Saudita e Iran e, in prospettiva, possa essere ipotizzato un uso strumentale da parte di Teheran delle difficoltà del Paese più importante della Penisola arabica. In tal senso c’è ancora molto da capire prima di giungere a conclusioni definitive. In particolare, l’Iran ha negli Houthi alleati importanti nel teatro yemenita a cui ha trasferito armi, capacità finanziarie, operatività strategica in diverse occasioni, ma l’azione dei ribelli sciiti che controllano la capitale Sana’a è molto spesso autonoma e dettata da contingenze politiche interne più che da un disegno complessivo strategico.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian si è affrettato a ricordare che Teheran “non è in guerra” con l’Arabia Saudita e, del resto, è da valutare il fatto che Teheran si sta preparando a formalizzare l’accordo sulla nuova gestione del traffico navale a Hormuz con l’Oman e a confrontarsi con i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo a riguardo, mentre restano in stallo i negoziati con gli Usa che potrebbero riaprire definitivamente lo stretto. Non è detto che sia nell’interesse iraniano veder un rinfocolamento delle tensioni in Yemen tale da provocare una crisi sistemica all’Arabia Saudita, specie alla luce del recente Patto di La Mecca di Riad con Pakistan e Turchia i cui contraenti hanno a lungo rassicurato Teheran circa il fatto che non intende essere una partnership di contenimento della Repubblica Islamica, ma le cui condizioni di soccorso reciproco potrebbero attivarsi se l’offensiva Houthi continuerà a far sentire i suoi effetti, diretti e indiretti, su Riad. Tutti gli attori hanno la percezione di trovarsi in un contesto strategico critico. Gli Houthi alzano l’asticella, l’Arabia Saudita si spaventa e guarda al doppio fronte yemenita e iracheno, i mercati energetici trattengono il fiato mentre la prospettiva che Bab-el-Mandeb, quanto se non più di Hormuz, a dover tornare a preoccupare i traffici commerciali globali e le rotte energetiche nei prossimi mesi non è più da escludere. E in ogni caso, le crisi degli stretti toccano un’Arabia Saudita tanto potente quanto fragile in questa circostanza delicata.

Fonti

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