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Guerra

Medio oriente: tra mediazioni segrete e rischi di una October surprise

Di portata minore, ma non per questo non importante, il rovescio subito dall'Arabia saudita che, rilanciando recentemente la guerra contro gli Houti - iniziata nel 2014 e messa in pausa negli ultimi due anni (750mila morti) - si è suicidata.
Medio oriente: tra mediazioni segrete e rischi di una October surprise

Conquistando la città portuale di Mocha e le isole antistanti, gli Houti hanno preso il totale controllo dello Stretto di Bab al-Mandab, nel quale transita molta parte del commercio globale. Uno sviluppo che si sovrappone al controllo dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, di cui gli Houti sono alleati.

Un altro rovescio per Israele e Stati Uniti, che sull’onda del genocidio palestinese (che oltre a ragioni geopolitiche ha anche un significato simbolico per i circoli che credono nel fausto potere dei sacrifici umani) hanno provato invano a chiudere la partita mediorientale con l’aggressione all’Iran.

Di portata minore, ma non per questo non importante, il rovescio subito dall’Arabia saudita che, rilanciando recentemente la guerra contro gli Houti – iniziata nel 2014 e messa in pausa negli ultimi due anni (750mila morti) – si è suicidata. In realtà, però, Riad sta conducendo obtorto collo questa guerra, com’è accaduto negli anni passati.

L’iniziò il baldanzoso principe ereditario Mohamed bin Salman, pensando che un facile blitzkrieg nel Paese confinante a sostegno del presidente fantoccio di Riad, che la ribellione degli Houti insidiava, avrebbe dato lustro e slancio alla sua reggenza.

Non andò come immaginava, nonostante avesse messo su una coalizione internazionale che comprendeva gli Stati Uniti, che di fatto ne erano il dominus. Proprio l’intruppamento degli Usa, con la loro ossessione anti-iraniana, resero bin Salman prigioniero. L’ossessione degli alleati non permetteva cedimenti.

Nonostante la guerra si protraesse senza una vittoria all’orizzonte, bin Salman fu costretto a perseverare, vedendo tra l’altro affondati dai suoi stessi alleati i vari tentativi di porvi fine. Solo in anni recenti il conflitto era stato placato, con fiammate isolate per tenere vivo il fuoco sotto la cenere, e solo perché il dossier yemenita per Washington era diventato sempre più marginale.

Ora si ripete lo schema. Israele e Stati Uniti vogliono piegare gli Houti via terra, avendo fallito via mare con la precedente Operazione Prosperity Guardian, e a tale scopo usano Riad. Lo riferisce il sito libanese al Akhbar in questo modo: “Secondo alcune fonti, la questione yemenita non sembra essere interamente nelle mani dell’Arabia Saudita”.

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Bin Salman non può non farla e, allo stesso tempo, non può permettersi di perderla. Così giovedì ha chiesto a quanti lo stanno costringendo a una guerra che sta procurando guai seri al suo Paese, di intervenire.

Ma Trump ha risposto con un secco diniego. Non vuole entrare in un altro pantano. Riad deve accontentarsi dei 200 consiglieri statunitensi già in loco e del supporto di intelligence. Cose già viste in passato, con esiti che si riproporranno tali e quali se tutto rimarrà così.

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Tale ambigua riluttanza di Riad sul conflitto yemenita spiega quanto riferisce al Akhbar: “Si è appreso che bin Salman ha indirizzato un invito formale alla leadership iraniana perché invii nei prossimi giorni a Riad una delegazione composta dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Abbas Araqchi. Secondo alcune fonti, i sauditi vogliono parlare della guerra con l’Iran e della situazione nello Stretto di Hormuz, oltre che del conflitto in corso con Ansar Allah [gli Houti ndr] in Yemen”.

“Fonti interne”, aggiunge ancora al Akhbar, “riferiscono che l’Arabia Saudita sta svolgendo un ruolo significativo nella mediazione dietro le quinte [tra Iran e Usa]. Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha accennato a questo ruolo durante gli incontri tenuti a margine della sua visita in Francia, sottolineando che il suo governo mantiene contatti quotidiani con gli iraniani e che lui personalmente è in costante comunicazione con il presidente Donald Trump”. Tale impegno di bin Salman nasce dalla convinzione “che la regione non può sopportare ulteriori scontri”.

Insomma, nonostante le bombe, qualcosa si muove sottotraccia per la pace. Lo segnala anche la prosecuzione del dialogo Iran-Oman sulla gestione congiunta dello Stretto di Hormuz, da tempo alle fasi finali e con procrastinazioni successive dovute a pressioni esterne sul sultanato perché eviti l’intesa.

Tale dialogo, però, sottolinea ancora al Akhbar, non si sta svolgendo a porte chiuse, dal momento che l’Oman interloquisce con i Paesi interessati e soprattutto con gli Stati Uniti, per cui è pensabile che quanto si sta delineando abbia il placet di una parte dell’Impero.

Ma la notizia bomba l’ha data il Financial Times, che riprendiamo da Arab news perché, rilanciandola, il sito saudita in qualche modo ne conferma il contenuto: “Secondo quanto riportato venerdì dal Financial Times, i ministri degli Esteri dei Paesi del Golfo intendono incontrare i loro omologhi iraniani nel tentativo di raggiungere un accordo temporaneo per la gestione del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz. L’incontro è previsto per lunedì nella città costiera omanita di Salalah”.

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Appare difficile credere che un summit del genere possa aver luogo. Soprattutto in questo momento e a tale livello. Se davvero si terrà, vuole dire che le spinte verso la de-escalation stanno incrementando.

Detto questo, c’è da stare attenti alle sorprese d’ottobre, eventi sconvolgenti atti a condizionare le elezioni interne. Ormai prassi nella politica americana, sembra che ci stia pensando intensamente Netanyahu, che a fine ottobre affronterà un voto cruciale per la sua sopravvivenza.

Così in questi giorni sta intensificando le minacce contro l’Iran, la Siria e il Libano. Secondo diverse fonti interpellate da al Akhbar, tali minacce non sarebbero vuote. Infatti, riferisce il sito, Netanyahu “parlava sul serio e sta esercitando una pressione considerevole sui servizi di sicurezza e sui vertici del suo esercito affinché preparino una rapida operazione prima contro l’Iran e poi contro Hezbollah”. Senza dimenticare la Siria, dove Israele sta forzando una rivolta dei drusi per staccare la regione meridionale (in cui vive questo gruppo etno-religioso) dal resto del Paese.

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