La Repubblica Popolare Cinese (RPC) ha intensificato la pressione su Taiwan dispiegando, a partire da giugno, una media di due navi della Guardia Costiera al mese nelle acque a Est dell’isola. I pattugliamenti hanno coperto un’area di 27.100 miglia nautiche quadrate, ma le imbarcazioni sono rimaste al di fuori delle acque territoriali di Taiwan, avvicinandosi però fino a 55 chilometri (30 miglia nautiche) dalla costa orientale.
La Guardia Costiera cinese riferisce trattarsi di “pattugliamenti di routine”, avvisando di volerli intensificare per tutelare i diritti marittimi di Pechino, e la motivazione alla base di questa nuova mossa cinese sullo scacchiere del Pacifico occidentale potrebbe facilmente essere l’avvio di colloqui tra le Filippine e il Giappone per definire le proprie ZEE (Zona Economica Esclusiva). Colloqui che, per inciso, hanno visto escludere Taiwan. La RPC, non riconoscendo l’esistenza di uno Stato taiwanese, ritiene il mare a Est dell’isola come appartenente alla propria ZEE, la quale si spinge sino alle coste filippine e comprende le isole meridionali del lungo arcipelago nipponico: le Yaeyama in cui è situata l’isola di Yonaguni, assurta agli onori delle cronache a febbraio quando Tokyo ha rivelato di volervi posizionare missili da difesa aerea entro il 2031, generando le ire di Pechino.
Lungo la costa orientale di Taiwan, per via dell’orografia, non ci sono porti commerciali, ma il tratto di mare a Est dell’isola – che potrebbe essere definito “la porta sul retro” di Taipei – è fondamentale in caso di conflitto per una serie di motivi. Innanzitutto la maggior parte dei rifornimenti alleati arriverebbe da questa direttrice per poi ripiegare sui porti principali, posti a Nord e a Sud dello Stretto di Taiwan; secondariamente, la profondità del mare lo rende un teatro d’azione perfetto per i sottomarini da attacco e lanciamissili da crociera di entrambe le parti in causa. Se dovesse scoppiare un conflitto armato per Taiwan, i primi scontri tra le forze aeronavali cinesi e quelle statunitensi/alleate si avrebbero proprio in questo ampio tratto di mare, prima ancora che nello Stretto.
Pechino è cosciente dell’importanza di questo settore marittimo, e prima ancora di avviare stabilmente i pattugliamenti dei cutter della sua Guardia Costiera, da qualche anno, ha cominciato a effettuare pattugliamenti di aerei e droni militari nello spazio aereo sovrastante, per poi cominciare con pattugliamenti saltuari di navi da guerra e cutter diventati successivamente attività di routine. Negli ultimi quattro anni (a cominciare dall’agosto 2022), la RPC ha cominciato a effettuare esercitazioni aeronavali che hanno messo in scena l’accerchiamento di Taiwan, in manovre via via più complesse che hanno simulato un blocco dell’isola. Il 2025 è stato l’anno in cui l’attività militare cinese intorno a Taiwan ha avuto il suo picco storico. Più in generale, la Cina ha aumentato notevolmente la sua attività militare in una vasta area geografica che comprende anche il Mar Cinese Meridionale, l’arcipelago nipponico ed è arrivata anche oltre la Prima Catena di Isole, ovvero quegli arcipelaghi del Pacifico occidentale che vanno dal Giappone fino all’Indonesia passando per le Filippine e che geograficamente “racchiudono” la Cina in una catena che la separa dall’Oceano Pacifico. A maggio 2026, invece, più di 100 navi cinesi – tra marina militare, Guardia Costiera e navi oceanografiche – sono state impiegate nel medesimo arco temporale in attività di pattugliamento ed esercitative dal Mar Giallo, al largo della penisola coreana, fino al Mar Cinese Meridionale e al Pacifico occidentale, comprendendo ovviamente anche i mari intorno a Taiwan.
C’è anche un risvolto “italiano”
Tornando alla questione legata all’attività cinese nel tratto marittimo a Est di Formosa, quel mare oltre a essere una linea fondamentale per i collegamenti tra Giappone e le Filippine è attraversato dalla maggior parte del traffico navale commerciale: dati desunti da Marine Traffic indicano che a giugno 2026 ci sono stati 527 transiti a est di Taiwan contro i 420 nello Stretto. Le merci trasportate sono petrolio, gas, ferro, prodotti agricoli. Si tratta quindi di una rotta vitale per le commodity globali.
Dal primo giugno 2026, la RPC ha impiegato in media di 2 cutter al mese per il pattugliamento di quel tratto di mare, effettuando rotazioni il 4 luglio e il 4 agosto. I primi mezzi identificati sono il “Daishan” (da 5mila tonnellate di dislocamento) e il “Baita” (da 3mila tonnellate). Per la prima volta quindi stiamo assistendo a una presenza continua, non a incursioni brevi come negli anni precedenti. Le operazioni effettuate dalle unità cinesi sono state di polizia con circa 198 controlli effettuati su mercantili stranieri e 3 violazioni contestate.
Pechino con l’inizio di questa attività sta modificando a suo favore il regolamento internazionale marittimo, avvisando il mondo intero che la “porta sul retro” di Taiwan non è più di libero accesso. Questi pattugliamenti servono a stabilire una “nuova normalità” cinese e mettere la comunità internazionale davanti al fatto compiuto, come è avvenuto per gli insediamenti cinesi in alcune isole del Mar Cinese Meridionale, occupate da Pechino a partire dai primi anni 2000.
L’impiego della Guardia Costiera anziché della Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLAN – People’s Liberation Army Navy) evita scontri militari e permette a Pechino di presentare tali attività come operazioni di polizia marittima, stabilendo al contempo la presenza costante necessaria per un futuro blocco navale e ha l’effetto collaterale di mettere Taipei sotto maggiore pressione per cercare di farla desistere e annetterla senza colpo ferire.
In uno scenario in cui dalla pressione legale nel mare a est di Taiwan si passasse a un vero e proprio blocco per cercare di far capitolare l’isola, la supply chain e gli approvvigionamenti nazionali – quindi la sicurezza – ne risentirebbero in modo peggiore di quanto accaduto durante la crisi pandemica: l’Italia importa chip ad alte prestazioni da quella parte del globo – non solo da Taiwan – e altri beni. Nonostante solo l’1-2% del nostro commercio passi da quel mare, si tratta di una percentuale che vale di più nella nostra filiera produttiva: macchinari, elettronica e semiconduttori. Un blocco a est di Taiwan non colpirebbe quindi solo 24 miliardi di merci, ne colpirebbe circa 850 di investimenti UE in transizione digitale e green che dipendono da quei chip.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

