La situazione a Niamey adesso appare calma: “La gente è tornata a lavoro anche in aeroporto”, riferisce ai nostri microfoni un funzionario diplomatico presente in questi giorni in Niger. Raggiungere lo scalo fino a pochi giorni fa risultava difficile. Tra il centro della capitale nigerina e il terminal, per almeno una settimana hanno fatto mostra di sé posti di blocco e check point dell’esercito. O, almeno, di quella parte dell’esercito rimasta fedele al governo della giunta militare guidata da Abdourahamane Tchiani. Ossia il leader golpista che nel 2023 ha defenestrato il predecessore Mohamed Bazoum e ha piazzato il Niger dentro l’Aes, l’Alleanza degli Stati del Sahel guidati da altre giunte militari in funzione anti francese.
Il Paese, in poche parole, fa compagnia al Mali e al Burkina Faso tra gli attori regionali che hanno deciso di lasciare l’Ecowas e le altre organizzazioni considerate vicino alle ex potenze coloniali. Ma, per l’appunto, il generale golpista ha rischiato di subire a sua volta un altro golpe. Diversi membri dell’esercito lo scorso 29 agosto hanno assaltato palazzo presidenziale e aeroporto e sono stati sul punto di prendere il potere. Tutto è rientrato, ma anche se il governo è rimasto lo stesso il Paese potrebbe aver subito non poche modifiche nei suoi equilibri interni.
Tchiani parla di “ammutinamento”
Gli scontri sono stati piuttosto duri e a confermarlo è anche il funzionario sentito da InsideOver e rimasto bloccato per alcuni giorni in città: “L’impressione è che sia stata battaglia vera – ha riferito al telefono – perché sono stati ben udibili i colpi di artiglieria pesante e tutto è andato avanti per diverse ore”. In quei momenti, l’allerta ha riguardato anche l’esercito italiano: da non dimenticare infatti che il nostro Paese è l’unico europeo con cui la giunta di Tchiani ha voluto mantenere stretti rapporti, con il nostro contingente rimasto all’interno dell’aeroporto di Niamey con il compito di addestrare le truppe locali. Soltanto nel pomeriggio del 29 agosto si è avuta la certezza che l’attuale governo militare è riuscito a sventare la minaccia: “Tutto è ritornato alla calma – conferma il funzionario – anche se per diversi giorni l’aeroporto è rimasto chiuso, per molti cittadini raggiungere le postazioni di lavoro al suo interno è risultato impossibile”. Il perché è presto detto: attorno Niamey sono stati istituiti posti di blocco e controlli, mentre diverse attività per sicurezza sono rimaste chiuse.

La tensione si è allentata definitivamente soltanto nella seconda settimana di settembre, quando la capitale e le aree circostanti sono tornate nella loro normalità. C’è un dettaglio non secondario da osservare: a Niamey e in altre località strategiche, non si sta avendo sentore di operazioni speciali o blitz volti ad arrestare i golpisti. Si ha notizia di decine di fermi ma solo attraverso i social e solo informalmente. Del resto, lo stesso Tchiani non ha parlato di golpe. Nel comunicato ufficiale con cui la giunta militare ha commentato gli eventi, si è da un lato ammessa l’esistenza di combattimenti ma dall’altro si è parlato più semplicemente di “ammutinamento” da parte di alcune fazioni dell’esercito e non di tentativi di colpi di Stato. Certo, sotto il profilo della retorica è interesse anche di Tchiani non far percepire all’esterno una possibile instabilità interna.
L’intervento di Russia e Algeria
Difficile per il momento sapere dove finisca la retorica di Tchiani e dove inizi invece la realtà. Possibile cioè che in effetti l’esercito nigerino si sia ricomposto, ma è altrettanto vero che non è possibile escludere del tutto il contrario. Intanto, a proposito di retorica, a Niamey si parla di “intromissioni francesi“. Così come accade per ogni tumulto contro le giunte militari del Sahel, capi di Stato e generali tendono a dare la colpa soprattutto alla Francia e a non meglio precisate forze vicine alla Nato. Ci sono comunque alcuni elementi certi da cui ripartire per esaminare la dinamica dei fatti: la giunta militare nigerina è sopravvissuta anche (se non soprattutto) per interventi esterni. A partire da quella della Russia, presente nel Paese con gli Afrika Corps. Si tratta degli ex della Wagner adesso integrati definitivamente nelle strutture del ministero della Difesa di Mosca. Da giorni sui social gira la foto di un blindato russo posizionato in una delle piazze centrali di Niamey, per molti rappresenta la conferma dell’intervento dell’Afrika Corps a difesa di Tchiani. Le forze di Mosca, in particolare, sarebbero andate in soccorso del governo nigerino nella notte tra il 28 e il 29 agosto, in una fase dove le sorti della giunta militare sembravano oramai segnate.
C’è poi l’Algeria, il cui governo non ha nascosto e ha anzi ostentato la propria presenza in territorio nigerino. Funzionari algerini in divisa hanno pubblicato le foto con i loro omologhi di Niamey all’interno dello scalo aeroportuale, mentre nel frattempo hanno fatto bella mostra di sé almeno quattro aerei algerini spediti nel cuore del Sahel. Aerei che, secondo fonti non confermate, giravano attorno Niamey anche nelle ore del tentato golpe.
Il “day after” per il Niger è quindi denso di novità, nonostante gli attuali uomini di potere siano rimasti al proprio posto. La fisionomia della politica estera del Paese africano è destinata a tenere conto degli eventi e, soprattutto, degli attori che hanno aiutato Tchiani. Mosca e Algeri potrebbero quindi ora recitare una parte ancora più importante e influenzare da vicino le politiche di Niamey. Per la Russia si tratta di un ulteriore tassello della propria politica africana, per l’Algeria vuol dire provare ad espandere la propria influenza nella regione in funzione anti marocchina e non solo.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

