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Energia

Aggirare Hormuz via Siria. Il piano Usa/Chevron per un oleodotto da 5,7 miliardi di dollari

Da aprile, 5.000 camion cisterna al giorno trasportano petrolio dallo Stretto fino al porto siriano di Baniyas, passando per l’Iraq. Ora, su quella stessa rotta, Trump vuole un’infrastruttura progettata per trasferire due milioni di barili al giorno. Una mossa che permette ad al-Sharaa di consolidare il suo ruolo di partner strategico di Washington.
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Attraversano ogni giorno l’Iraq dal Golfo Persico fino alla costa mediterranea, oltrepassando il confine occidentale con la Siria. Partono dalle raffinerie intorno a Bassora, poi, superato il deserto, raggiungono Baniyas, sulla costa mediterranea. Sono 5.000 camion cisterna carichi di barili di petrolio iracheno, pronti ad essere imbarcati per raggiungere l’Europa dalle coste siriane.  Questo costante flusso di mezzi ha avuto inizio ad aprile come misura sperimentale da parte degli esportatori iracheni per aggirare lo Stretto di Hormuz, dopo il blocco del corridoio causato dalla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Per l’Iraq, infatti, la chiusura dello Stretto è stata un colpo durissimo, perché Baghdad dipende dal petrolio per oltre il 90% delle entrate statali, e ha visto i suoi ricavi mensili ridursi da sei a due miliardi di dollari.

Oggi, la rotta Bassora-Baniyas rappresenta pienamente la volontà del nuovo governo siriano di beneficiare della riorganizzazione dei nuovi flussi energetici globali strizzando l’occhio agli Usa di Trump. Il presidente Ahmed al-Sharaa, a quasi due anni dalla caduta di Bashar al-Assad, propone ora la Siria come alternativa stabile e sicura allo Stretto di Hormuz, offrendo un accesso diretto all’Europa. Una posizione che permette a Damasco ampi spazi di manovra per ottenere vantaggi strategici ulteriori dopo la riduzione delle sanzioni internazionali.

Un progetto ambizioso: l’oleodotto

Per gli Stati Uniti, la tratta che attraversa Iraq e Siria può trasformarsi in qualcosa di molto più grosso. Un progetto da 5,7 miliardi di dollari per trasportare fino a due milioni di barili al giorno dallo Stretto fino alle coste mediterranee, aggirando la minaccia iraniana: un oleodotto lungo circa 1.600 chilometri. Tom Barrack, inviato speciale di Trump, ha dichiarato che il progetto potrebbe contribuire a rendere Hormuz “un dettaglio trascurabile” per i flussi petroliferi globali. Barrack ha ringraziato, con un post su X, la Siria per l’impegno.

Lo stesso Trump ieri, durante un’intervista, ha sottolineato che grazie a questo oleodotto lo Stretto di Hormuz non sarà più un problema.

Il Washington Post riporta che il consorzio che dovrebbe realizzare l’oleodotto, stando alle parole del vice amministratore delegato della compagnia statale Syrian Petroleum Corporation, Ahmad Qubbaji, riunisce la texana Chevron, la francese TotalEnergies e investitori siriani e qatarioti. Un contratto definitivo dovrebbe arrivare entro settembre.

A luglio, l’amministrazione Trump aveva annunciato il proprio appoggio formale al nuovo progetto guidato da Chevron, con l’ambizione di trasportare due milioni di barili di petrolio greggio al giorno lungo quello stesso percorso oggi battuto dai camion cisterna. La Siria di al-Sharaa è pronta a trarre ogni vantaggio dall’operazione, proponendosi come hub di transito e puntando a guadagnare entrate per la ricostruzione post guerra civile, mentre gli Stati Uniti pensano che grazie al corridoio potranno affiancare alla presenza militare una solida rete di cooperazione infrastrutturale ed economica a sostegno degli alleati regionali. Una strategia che si sposa perfettamente con la politica interventista di Washington, che mira a garantire accordi favorevoli alle aziende americane impegnate nel settore dei combustibili fossili e a contrastare l’influenza dell’Iran sulle rotte energetiche dell’area.

La scommessa sulla sicurezza

Un progetto tanto ambizioso non è certo di facile realizzazione. A partire dal fatto che per completare l’opera ci vorrebbero almeno due anni e mezzo di lavori, in un’area ancora particolarmente instabile. Al Sharaa, ex miliziano legato ad al-Qaeda, non controlla pienamente il territorio siriano, e cellule dello Stato Islamico continuano a colpire sporadicamente, mentre l’esercito di Damasco è impegnato in operazioni di sminamento nel deserto circostante. Il tracciato, peraltro, passerebbe per l’Iraq occidentale, in larga parte sotto l’influenza di milizie sostenute dall’Iran.

Per far fronte alle sfide sulla sicurezza, il consorzio sta discutendo l’adozione di precise misure di difesa, come l’utilizzo di droni per il monitoraggio aereo e la vigilanza lungo la tratta e l’impiego di tecnologie di sorveglianza avanzate per rilevare anomalie e tentativi di sabotaggio. Il tutto sotto il controllo attento degli Stati Uniti.

Ridisegnare le rotte mediorientali

La rotta Bassora-Baniyas si inserisce in un contesto di profondo riassetto della logistica e delle rotte energetiche regionali. La guerra contro l’Iran e la crisi di Hormuz hanno innescato un riallineamento delle priorità per diversi attori dell’area. L’Iraq e i suoi partner stanno investendo nella “Strada dello sviluppo”, un piano da 17 miliardi di dollari per la costruzione di reti stradali e ferroviarie che colleghino l’Iraq alla Turchia, aprendo un corridoio commerciale diretto dal Golfo all’Europa. Il progetto, nato in diretta contrapposizione all’Imec (corridoio India-Medio Oriente-Europa), che escludeva Turchia e Iraq, è però rallentato dalle resistenze di Teheran, che teme di perdere parte della sua influenza sull’Iraq.

Il Qatar ha avviato colloqui con Damasco per estendere l’oleodotto fino al suo territorio e per realizzare un gasdotto parallelo che trasporti gas naturale liquefatto (Gnl) fino ai terminali di Banyas, mentre Bahrein e Kuwait hanno mostrato un forte interesse a collegarsi alla rete iracheno-siriana per esportare il loro greggio nel Mediterraneo. Per aggirare Hormuz, l’Arabia Saudita ha cominciato a dirottare parte del suo petrolio verso il Mar Rosso, ma si è scontrata con la minaccia degli Houthi yemeniti, alleati dell’Iran. La rotta attraverso la Siria potrebbe risultare, anche per Riyad, più affidabile e sicura.

La competizione con la Turchia

C’è un’altra rotta che si propone come alternativa a Hormuz, quella turca che va da Kirkuk, nell’Iraq occidentale, fino a Ceyhan, sul Mediterraneo. L’oleodotto è attivo dal 1977, lungo 970 chilometri e ha una capacità potenziale di 1,5 milioni di barili al giorno. Oggi lavora a regime ridotto, con 180.000-200.000 barili al giorno. Il quadro giuridico che lo regolava è scaduto lo scorso 27 luglio, e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha deciso di non rinnovarlo nell’immediato, probabilmente per esercitare una pressione diplomatica su Baghdad. In attesa di un consenso definitivo, Turchia e Iraq hanno comunque firmato un’intesa ponte da 750.000 barili al giorno. L’accordo originario, firmato le prima volta nel 1973 e prorogato per 15 anni nel 2010, era finito al centro di contenziosi tra Turchia e Iraq, tanto che la Camera di Commercio Internazionale (Icc) ha condannato Ankara a versare 1,5 miliardi di dollari di danni per aver consentito esportazioni non autorizzate di petrolio curdo tra il 2014 e il 2018. La sentenza è stata confermata dalla Corte d’Appello di Parigi.

Il piano di Erdogan è quello di estendere il Kirkuk-Ceyhan fino a Bassora, portando la capacità complessiva della tratta a 2,5 milioni di barili al giorno e aprendo la porta anche ad altri produttori del Golfo, come il Kuwait. Una mossa che darebbe vita a un progetto in aperta competizione con l’oleodotto Bassora-Baniyas. Da un lato la Turchia, dall’altro l’asse Washington-Damasco, tutti corteggiano Baghdad.

Oltre Hormuz?

Le alternative al traffico marittimo via Hormuz, almeno nel breve periodo, non potranno sostituire il ruolo chiave dello Stretto nell’export di greggio. Se il progetto dell’oleodotto Bassora-Baniyas dovesse concretizzarsi nei tempi previsti, però, diversi attori regionali cambierebbero assetto strategico: l’Iraq avrebbe un’alternativa credibile per esportare senza passare dal Golfo, Washington otterrebbe una leva economica diretta sulla ricostruzione siriana, mentre al-Sharaa potrebbe presentare Damasco come attore di primo piano nell’area, passando da Stato fallito sotto embargo a crocevia energetico conteso. Si dovranno fare i conti, però, con le questioni ancora irrisolte di un’area fortemente instabile, uscita da poco da una guerra civile e ancora segnata da mine, cellule jihadiste e milizie filo-iraniane.

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