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Politica

Xi, Putin, Trump: l’opzione del vertice trilaterale

L’effetto dirompente [ dell’annuncio ] era ricercato - nonostante il prevedibile furibondo disinteresse dei media occidentali - perché l'idea è quella di rompere l'attuale stallo che vede una guerra di attrito tra Oriente e Occidente, che in Ucraina e Medio oriente, è divampata in guerra aperta.
Xi, Putin, Trump: l'opzione del vertice trilaterale

Ad annunciare la possibilità di un incontro tra Putin, Xi e Trump è stato il Cremlino. Di fatto era indirizzato al solo Trump, dal momento che l’annuncio è giunto a seguito dell’incontro tra Putin e Xi Jinping al vertice dello SCO tenutosi in Kirghizistan, nel quale i due presidenti hanno parlato di questo possibile summit, sul quale evidentemente concordavano.

Un invito pubblico, cosa inusuale per la diplomazia russa che normalmente usa trattare le cose importanti nel più stretto riserbo per evitare-limitare le azioni di disturbo. Evidentemente l’effetto dirompente era ricercato – nonostante il prevedibile furibondo disinteresse dei media occidentali – perché l’idea sottesa all’invito e al summit, semmai ci sarà, è quella di rompere l’attuale stallo che vede una guerra di attrito tra Oriente e Occidente, che ai confini dei blocchi contrapposti, Ucraina e Medio oriente, è divampata in guerra aperta.

Stallo più che pericoloso perché i circoli occidentali che stanno alimentando la conflittualità Est-Ovest contemplano nell’orizzonte degli eventi la possibilità che l’attrito attuale si trasformi in guerra diretta, cioè nucleare, usando a tale scopo le conflittualità di cui sopra.

Il summit tra i due imperatori e lo zar avrebbe lo scopo, anzitutto simbolico, di dimostrare un’unità di intenti nel rifiutare e contrastare tale prospettiva, cosa peraltro vera. E di offrire a Trump una sponda esterna per contrastare le pulsioni guerrafondaie interne, che a stento riesce a contenere usando della sua istrionica, troppo spesso irritante, follia.

A invitare formalmente Trump dovrebbe essere Xi nel corso della visita a Washington prevista per il 24 settembre e il trilaterale potrebbe svolgersi a Shenzen, dove a novembre è previsto il vertice dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation), al quale, oltre a Putin e Xi, dovrebbe partecipare anche Trump, ricambiando in tal modo la visita del presidente cinese.

Sarebbe la prima volta che i tre presidenti tengono un vertice simile, un sogno che Trump insegue fin dal suo primo mandato e che non è mai riuscito a realizzare a causa del contrasto interno.

L’ipotesi di una nuova Yalta è suggestiva, ma mentre quell’incontro si tenne quando praticamente la guerra mondiale era finita, con la sconfitta del nazismo e dell’imperialismo nipponico ormai prossima, questo vertice si terrebbe con un Endgame ancora sfuggente, dal momento che l’attivismo britannico sul fronte ucraino e quello israeliano in Medio oriente hanno inserito nella guerra mondiale attuale delle variabili impazzite, di difficile contenimento.

Basti pensare alle minacce di Zelensky rivolte alle compagnie aeree civili internazionali, alle quali ha intimato di stare alla larga dai cieli russi, e al genocidio palestinese sul quale la leadership israeliana, e tutte la leadership israeliana, non intende recedere, trascinando in questo abisso sanguinario l’intero, connivente, Occidente. Non che non esista soluzione, dal momento che tale follia verrà infine sedata, ma la tempistica e i colpi di coda restano incerti.

"Close the skies over Russia." Zelenskyy warned of a threat to civil aviation in Russia. Evening address

Meno incerto il destino della guerra iraniana, con la vittoria di Teheran ormai irrevocabile a meno di un olocausto nucleare, le cui conseguenze a breve e medio termine, nel ristretto ambito mediorientale e oltre, restano tutte da scoprire.

Lo sanno perfettamente a Washington, nonostante le dichiarazioni fuori registro dei suoi stralunati leader e opinion maker, tanto che anche un media guerrafondaio come il Wall Street Journal è stato costretto a riportare quanto segue: “Secondo quanto riferito da funzionari statunitensi, Trump starebbe discutendo in privato con i suoi più stretti collaboratori sull’opportunità di dichiarare conclusa la guerra contro l’Iran, e si sarebbe detto favorevole all’idea. Trump avrebbe inoltre confidato ai suoi collaboratori di credere che la persistenza della pressione economica costringerà alla fine il regime a smantellare il suo programma nucleare o a collassare”.

Ma Trump sa anche bene che la stretta sull’economia iraniana non funzionerà, come dimostra il comunicato congiunto licenziato ieri dal summit dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (la “dichiarazione di Biskek”), nella quale i Paesi convenuti hanno condannato la guerra illegale di Israele e Stati Uniti contro Teheran.

Condanna siglata anche dall’India, nonostante la prossimità a Israele, che la dice lunga su quanti seguiranno l’America nella sua guerra economica alzo zero. Così, le confidenze di Trump rivelate dal WSJ, di fatto si limitano a evidenziare l’impazienza del presidente di chiudere definitivamente le porte alla fase cinetica del conflitto per ritirarsi, poco a poco, anche dal blocco contro l’Iran, che si rivelerà sempre più insostenibile per gli States.

La chiusura di Hormuz non può durare tempo perché l’Occidente non può sopportare a lungo l’attuale rincaro dell’energia e perché il dispiegamento statunitense in Medio oriente, anche solo per far proseguire l’embargo, è oneroso, un onere incrementato non poco dall’incremento delle spese per la logistica causate alla perdita delle basi mediorientali (ad oggi la guerra all’Iran è costata oltre 113 miliardi di dollari).

Se potesse, Trump chiuderebbe tutto e subito ma, al netto delle pressioni e dei ricatti, deve fare i conti anche con l’ostacolo che ha prolungato ad libitum le guerre che gli Usa hanno perso nel dopoguerra: il vulnus che il ritiro arrecherebbe all’immagine presidenziale e dell’Impero.

A proposito della guerra iraniana, val la pena riferire che il New York Times ha clamorosamente smentito le dichiarazioni del portavoce del Pentagono, che ieri aveva negato che una bomba americana avesse fatto strage a un matrimonio in Iran.

Foto e video analizzati dal Nyt confermano la denuncia di Teheran. Inoltre, un esperto in ordigni esplosivi che ha prestato servizio nell’esercito americano, analizzando i video, ha “identificato dei frammenti come componenti di una bomba planante, utilizzata dal Comando Centrale degli Stati Uniti”.

In Small Iranian Town, a U.S. Attack Turns a Wedding Into a Tragedy

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