In Croazia è in corso una delle più grandi indagini per reati ambientali degli ultimi anni. Una rete criminale internazionale avrebbe smaltito illegalmente rifiuti pericolosi e inquinanti provenienti soprattutto dall’Italia, anche da un’azienda finita in un’inchiesta per presunti legami con soggetti riconducibili alla Camorra, facendo esplodere una crisi politica nazionale. Si tratta di una miscela di 45mila tonnellate di rifiuti tra plastica, sanitari, cavi, scarti provenienti dalla lavorazione di apparecchiature elettriche ed elettroniche, rifiuti edili e minerali arrivati dalla Croazia, dalla Slovenia, dalla Slovacchia e dall’Italia.
Tra il 2022 e il 2024, questi materiali sarebbero stati abbandonati e interrati in diverse località della regione e, in particolare, a Gospić, nella regione della Lika, sotto l’ex stabilimento PPK Velebit, un vecchio complesso industriale agroalimentare. Quasi 37mila tonnellate sarebbero state seppellite su un’area di circa un ettaro e mezzo. Secondo Europol, una parte di questi materiali veniva dichiarata come plastica destinata al riciclaggio, nonostante alcuni fossero stati legalmente classificati come rifiuti pericolosi.

È stata la Facoltà di Geotecnica dell’Università di Zagabria a effettuare, su incarico dell’USKOK, l’Ufficio croato per la lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata che si sta occupando dell’inchiesta, le analisi geologiche e idrogeologiche del sito. Nelle 324 pagine della perizia, i rifiuti sono stati classificati come HP14, cioè ecotossici: una caratteristica di pericolo che indica la capacità del materiale di provocare effetti nocivi sull’ambiente e sugli organismi viventi. Le analisi hanno evidenziato inoltre una forte contaminazione del terreno da metalli pesanti, tra cui rame, piombo e antimonio. Per il rame, in uno dei campioni, è stata rilevata una concentrazione di 9.946 milligrammi per chilogrammo, a fronte di un valore di riferimento di 100. Per il piombo sono stati misurati 1.051 milligrammi per chilogrammo, sempre a fronte di 100.
L’indice di ecotossicità dei rifiuti è arrivato invece a 254,8, a fronte di una soglia di 25: in questo caso il valore risulta quindi oltre dieci volte superiore al limite. La perizia rivela inoltre la presenza di composti PFAS, sostanze poli-e perfluoroalchiliche, e la contaminazione delle falde acquifere a valle del sito. I PFAS sono composti chimici utilizzati in numerosi processi industriali e presenti, in forme diverse, anche in prodotti di uso comune, dall’abbigliamento ai cosmetici fino agli imballaggi alimentari. Sono estremamente persistenti nell’ambiente, tanto da essere definiti “forever chemicals”, sostanze chimiche eterne.

Secondo la perizia, l’area in cui sono stati depositati i rifiuti rappresenta una fonte della contaminazione che si sta propagando nella falda. A una cinquantina di metri da via Bilajska 50, dove si trova il sito in cui sono stati interrati i rifiuti, ci sono case e famiglie. Per un anno e mezzo i residenti riuniti nel comitato Gospić je naš dome, “Gospić è la nostra casa”, hanno denunciato la presenza di quella che definiscono una “bomba ecologica” sotto i loro piedi. Dopo la pubblicazione, a fine luglio, dei risultati delle analisi sulla composizione dei rifiuti presenti nel sito, sono tornati in strada chiedendo interventi urgenti di bonifica per la tutela della loro salute e dell’ambiente. Il 16 agosto, in piazza Stjepan Radić, a Gospić, i manifestanti hanno esposto cartelli con messaggi come “Hanno avvelenato l’acqua, il suolo e l’aria” e “Se salviamo la Lika, allora abbiamo salvato anche la Croazia”.

ll ministero della Salute croato ha precisato che i controlli effettuati sull’acqua destinata al consumo umano non hanno evidenziato un rischio per la popolazione e che l’acqua dell’acquedotto pubblico di Gospić è potabile. La ministra della Salute, Irena Hrstić, ha sottolineato la necessità di distinguere tra i risultati delle analisi delle acque sotterranee, quelli delle stazioni di pompaggio e quelli relativi all’acqua che arriva nelle abitazioni. Il ministero dell’Ambiente e il Fondo croato per la protezione dell’ambiente che ha assunto la responsabilità della bonifica, ha assicurato che l’acqua destinata al consumo umano è sicura e ha poi annunciato ulteriori controlli, anche sui pozzi privati. Il ministro della Giustizia, Damir Habijan, invece, ha dichiarato che introdurrà nel Codice penale croato il reato di ecocidio.
La vicenda, dopo la pubblicazione della perizia dell’USKOK, è diventata uno scandalo di portata nazionale. Secondo le opposizioni e il comitati cittadino, ciò che è accaduto a Gospić non sarebbe un caso isolato, ma la conseguenza di un sistema di gestione dei rifiuti in Croazia pieno di falle e zone d’ombra. Chi sono allora le figure chiave di questo scandalo politico-ambientale? E che ruolo ha avuto l’Italia?
Diverse aziende provenienti dalla Croazia, dalla Slovenia, dalla Slovacchia e dall’Italia avrebbero consegnato i propri rifiuti alla società croata Tipos Resurs, attiva nel settore del recupero, del trattamento e del commercio della plastica e dei rifiuti e legata a una famiglia: i Šincek. I principali indagati sono Josip e Monika Šincek, una coppia di imprenditori. Secondo l’accusa, dietro l’attività formalmente legale di gestione dei rifiuti ci sarebbe stato un sistema criminale organizzato: i rifiuti sarebbero stati importati da Italia, Slovenia, Germania e da aziende croate, trasportati nei vari siti gestiti dalla società e, invece di essere trattati e smaltiti secondo le autorizzazioni, in parte illegalmente interrati o abbandonati.
A Gospić il dato è enorme: 12.338 tonnellate di rifiuti sarebbero partite dall’Italia attraverso 576 spedizioni, per essere consegnate alla società Tipos Resurs. Nel febbraio 2025 la polizia croata aveva arrestato tredici persone nell’ambito di un’operazione internazionale sostenuta da Europol, successivamente ampliata. Per gli inquirenti, la coppia Šincek avrebbe consolidato negli anni un sodalizio criminale strutturato e redditizio con alcune aziende locali e straniere, tra cui società italiane, eludendo i costi del corretto trattamento e smaltimento dei rifiuti. Sono cinque le aziende italiane citate nell’inchiesta. Nessuna di queste risulta al momento indagata. Una, in particolare, specializzata nella gestione di rifiuti ferrosi e metallici, era già stata al centro, in Italia, di un’indagine nel 2025 per sospetto traffico e gestione illegale di rifiuti e riciclaggio di proventi illeciti. In quell’inchiesta era stata ipotizzata anche l’acquisizione di rifiuti metallici da parte di alcune società riconducibili a soggetti ritenuti legati alla Camorra. L’ipotesi accusatoria non ha però portato a una condanna dell’azienda: il tribunale di Milano ha disposto il dissequestro dei beni e il ripristino dell’attività.
Nel 2024, come riporta l’Osservatorio Balcani Caucaso, il rapporto ufficiale croato sul movimento transfrontaliero dei rifiuti, l’Italia è risultata il secondo Paese di origine per quantità di rifiuti pericolosi importati legalmente in Croazia: 2.594,38 tonnellate, pari al 36,5% del totale. Ma la distinzione tra rifiuti importati legalmente e il loro successivo trattamento è centrale. Una spedizione può essere autorizzata al momento dell’ingresso nel Paese, senza che questo garantisca automaticamente che il materiale venga poi gestito correttamente. Secondo gli investigatori croati, molti dei rifiuti provenienti dall’Italia sono arrivati proprio a Gospić.

Durante un controllo alla frontiera di Pasjak, un carico proveniente dall’Italia è stato fermato e sottoposto ad analisi. Secondo la ricostruzione degli investigatori, gli esami hanno evidenziato la presenza di metalli pesanti e una composizione del materiale non coerente con quella indicata nella documentazione. Dopo la scoperta della spedizione, Šincek avrebbe cercato di far risultare il carico come non pericoloso e avrebbe organizzato l’occultamento di parte dei rifiuti già depositati, predisponendo una fossa più grande nel sito di Gospić. È stata la Regione di Lika-Segna, guidata dall’HDZ, l’Unione Democratica Croata, ad autorizzare la società Tipos Resurs alla gestione di determinate categorie di rifiuti non pericolosi.
In Croazia, infatti, le contee hanno competenze nell’autorizzazione delle attività relative alla gestione dei rifiuti non pericolosi. L’inchiesta si è estesa anche a un funzionario regionale, membro dell’HDZ, che avrebbe firmato le autorizzazioni. Le indagini sono tutt’ora in corso. Quello che è certo e che ciò che era iniziato come un caso di smaltimento illegale di rifiuti a Gospić si è trasformato in uno scandalo politico-ambientale in tuta la Croazia.
Dopo la pubblicazione della perizia dell’USKOK, i partiti di opposizione hanno chiesto una seduta straordinaria del Parlamento e l’accertamento delle responsabilità del governo, arrivando a chiedere la sfiducia ad Andrej Plenković. Il presidente Zoran Milanović ha chiesto a sua volta la convocazione straordinaria del Sabor, il Parlamento croato, per affrontare la bonifica del sito e il rischio di contaminazione delle acque sotterranee. Il 17 agosto la Commissione parlamentare per la protezione dell’ambiente si è riunita a Gospić proprio sulla vicenda. La seduta è stata però segnata dallo scontro politico e successivamente interrotta. I rappresentanti dell’iniziativa cittadina “Gospić je naš dom” hanno dichiarato alla stampa locale di non aver avuto la possibilità di porre le proprie domande e hanno abbandonato l’aula. Successivamente hanno annunciato una nuova protesta a Zagabria per il 5 settembre. L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) ha evidenziato quest’anno come il traffico illecito di rifiuti sia sempre più legato alla criminalità organizzata transnazionale, con conseguenze sull’ambiente sulla salute pubblica.
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