Un conflitto nel Pacifico potrebbe anche non assomigliare a una guerra convenzionale come molti analisti hanno paventato, ma assumere una forma diversa, in questo tempo di conflitti ibridi. È quanto si evince dalle affermazioni del comandante dello Special Operations Command Pacific (SOCPAC) nel corso di un incontro sulla “guerra irregolare” che si è recentemente tenuto alle isole Hawaii, avamposto strategico degli Stati Uniti nel cuore dell’Oceano Pacifico.
Secondo gli esperti militari, la superiorità militare convenzionale degli Stati Uniti potrebbe spingere un avversario a evitare uno scontro diretto con Washington, senza per questo rinunciare necessariamente al confronto. Al contrario, proprio la capacità americana considerata storicamente in grado di “prevalere” in una guerra tradizionale, potrebbe incentivare il ricorso a forme di guerra irregolare, in breve, azioni offensive combattute al di sotto della soglia di un conflitto aperto che porterebbero nell’Indo-Pacifico lo stesso tipo di guerra ibrida che ha interessato l’Europa orientale, e, secondo alcuni punti di vista, l’Europa in generale. Sono queste le premesse e uno dei principali “problemi strategici” sollevati dal generale di brigata Michael Rose, comandante dello SOCPAC, intervenuto all’Indo-Pacific Irregular Warfare Symposium.
La superiorità militare come incentivo alla guerra irregolare
Secondo quanto riportato da Defense One, il ragionamento del comandante Rose parte da un apparente paradosso: più gli Stati Uniti diventano efficaci nel combattere una guerra convenzionale, maggiori potrebbero essere gli incentivi per un potenziale avversario a scegliere strumenti differenti. “Se un avversario ritiene che un confronto militare diretto con gli Stati Uniti o con i nostri alleati possa probabilmente concludersi male per lui, questo non significa necessariamente che la competizione scompaia”, ha spiegato il generale del SOCPAC, nonostante sia noto ai più che il principale avversario teorico dell’America e dei suoi principali alleati nella regione del Pacifico – Australia, Giappone, Nuova Zelanda, Corea del Sud – è un’imponente potenza militare tecnologicamente avanzata come la Repubblica Popolare Cinese, e solo in seconda battuta la Corea del Nord.
Gli avversari, secondo Rose, cercheranno le vulnerabilità del sistema statunitense, opereranno al di sotto delle soglie che potrebbero provocare una risposta militare diretta e sfrutteranno l’ambiguità. Una tattica che viene spesso attribuita a Mosca, anche senza riscontri effettivi o divulgabili.
Per farlo potranno ricorrere a proxy, operazioni informative, coercizione economica, capacità cyber, forze marittime e altri strumenti asimmetrici, perseguendo i propri obiettivi senza offrire agli Stati Uniti proprio quel combattimento convenzionale per il quale Washington si sta preparando. “In altre parole, la nostra superiorità convenzionale può effettivamente aumentare l’incentivo per i nostri avversari a impiegare la guerra irregolare”, ha sintetizzato il comandante del SOCPAC. Tale questione, mentre il mondo assiste allo svolgimento distante dalle rispettive risoluzioni diplomatiche di due conflitti attivi – in Ucraina e in Iran – assume particolare rilevanza nell’Indo-Pacifico, un teatro nel quale la deterrenza rappresenta una delle priorità fondamentali delle forze statunitensi e dove gli analisti militari considerano possibili delle escalation legate alla delicata condizione dell’isola di Taiwan, ma non solo. Secondo Rose, gli Stati Uniti devono essere capaci non soltanto di combattere meglio dei loro avversari, ma anche di pensare più rapidamente e più efficacemente.
Dalle armi autonome alle “campagne autonome”
Una delle possibili risposte passerebbe attraverso un diverso approccio ai sistemi autonomi. Non si tratta semplicemente di introdurre un numero crescente di piattaforme autonome nelle forze armate, ma di ripensare il modo stesso in cui queste capacità possono essere integrate nella competizione. Il generale ha parlato della necessità di passare dai singoli sistemi autonomi alle “campagne autonome”, ossia dai sistemi sofisticati e particolarmente avanzati alle reti distribuite, e dalle capacità esclusivamente statunitensi alla costruzione di ecosistemi che comprendano alleati e partner che svolgerebbero un ruolo importante del fronteggiare una minaccia riconosciuta come comune.
“Dobbiamo essere in grado di superare i nostri avversari sia in combattimento che in strategia“, e “adottare un approccio di guerra irregolare” a anche nei sistemi autonomi. “Ciò significa “andare oltre i sistemi autonomi per orientarsi verso campagne autonome, oltre i sistemi sofisticati per orientarsi verso reti distribuite, oltre le capacità statunitensi per orientarsi verso ecosistemi alleati e partner, oltre la deterrenza convenzionale per orientarsi verso la deterrenza basata sulla resilienza e sulla negazione, e oltre la domanda su quanti sistemi autonomi ci aiuteranno a vincere una guerra futura, per chiederci invece come possono aiutarci a plasmare la competizione odierna“.
Secondo il generale, Washington dovrebbe andare oltre la deterrenza convenzionale, puntando su una deterrenza fondata sulla resilienza e sull’opporre a ogni livello la risposta più adeguata. La domanda da porsi, quindi, non dovrebbe essere soltanto quanti sistemi autonomi potrebbero servire per vincere una futura guerra, ma in quale modo queste tecnologie possano contribuire a plasmare la competizione già in corso. Il problema fondamentale dell’Indo-Pacifico, ha sottolineato il generale Rose, è infatti quello della scala. Le distanze sono immense e i luoghi strategicamente importanti sono troppo numerosi per garantire ovunque una presenza persistente. L’autonomia e capacità dei sistemi autonomi di coprire queste distanze, colmano determinati gap, almeno potenzialmente, potrebbe incidere in maniera decisiva e modificare il risultato dell’equazione.
Il rischio della corsa alla tecnologia
L’introduzione di nuove tecnologie, essenziali nella corsa agli armamenti e nella competizione globale con potenze militari all’avanguardia, tuttavia, non può trasformarsi in una corsa indiscriminata verso sistemi sempre più avanzati senza tenere conto del contesto nel quale andrebbe combattuta la vera battaglia. Il maggior generale Jeffrey Van Antwerp, che all’inizio di agosto ha ceduto il comando del SOCPAC al generale Rose, e ora è al comando della 25th Infantry Division dell’esercito americano, ha messo in guardia i vertici militari, asserendo che non dovrebbero acquistare nuove tecnologie prima di aver identificato chiaramente quali sono gli obiettivi e in che modo esse dovrebbero essere impiegate. “Ci si può lasciare prendere dal tentativo di ottenere la tecnologia migliore, senza aver però fatto le cose fondamentali necessarie per poterla sfruttare adeguatamente”, ha spiegato Van Antwerp. Per il generale non c’è più tempo per limitarsi a sperimentare senza avere prima stabilito degli obiettivi precisi.
Il problema tecnologico, del resto, riguarda ormai contemporaneamente numerosi domini. Aprendo il simposio, l’ammiraglio Frank Bradley, comandante dello U.S. Special Operations Command, ha descritto uno scenario caratterizzato da un dominio cyber sempre più “militarizzato”, da un ambiente virtuale in continua trasformazione all’interno delle società, da capacità di sorveglianza spaziale sempre più contestate e da uno spettro elettromagnetico conteso. A questi elementi si aggiunge, secondo Bradley, una nuova sfida rappresentata dalla rapida comparsa dell’intelligenza artificiale agentica – ossia un sistema di intelligenza artificiale capace di pianificare e compiere azioni in autonomia per raggiungere obiettivi complessi – con implicazioni per la sicurezza degli ecosistemi digitali.
Una battaglia per la superiorità decisionale
È proprio l’informazione, però, a rappresentare il filo conduttore delle trasformazioni in corso. Come riporta ancora Defense One, nella giornata conclusiva del simposio il vicecomandante dell’Indo-Pacific Command (INDOPACOM), tenente generale dei Marines George Rowell, è tornato sulle tendenze che, secondo l’ammiraglio Samuel Paparo, stanno modificando la natura del conflitto moderno.
La grande tendenza che racchiude tutte le altre, secondo Rowell, è “l’assoluto predominio dell’informazione nella superiorità decisionale”. Le forze americane dovranno quindi essere organizzate per osservare, orientarsi, decidere, agire e apprendere più rapidamente dell’avversario, riprendendo il ciclo decisionale che costituisce uno degli elementi centrali della moderna pianificazione militare “Chiunque riesca a farlo, chiunque riesca ad adottare quella mentalità, chiunque riesca ad adottare più rapidamente quelle tecnologie e quell’addestramento, certamente vincerà”, ha concluso Rowell. Il punto sollevato dai comandanti americani nell’Indo-Pacifico è quindi più ampio della semplice introduzione di droni, intelligenza artificiale o sistemi autonomi. La sfida è capire come sfruttare queste tecnologie all’interno di una competizione nella quale la superiorità convenzionale degli Stati Uniti potrebbe indurre gli avversari a cercare deliberatamente forme di confronto nelle quali quella stessa superiorità risulti più difficile da esercitare.
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