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Difesa

I tre fronti della NATO per la (ipotetica) guerra alla Russia: quali sono e quali problemi hanno

Il punto centrale è che i tre fronti della NATO sul fronte Est non possono essere considerati tre guerre separate.

In un clima sempre più teso, in cui una crescente “minaccia ibrida” viene denunciata – seppure, spesso, senza l’esibizione di prove concrete – da alcune delle principali potenze economiche dell’Europa, l’attenzione sulla portata delle fantomatiche operazioni di intelligence e sabotaggio mosse da entità clandestine, che si collocano volutamente e deliberatamente al di sotto della soglia di un conflitto aperto nelle dinamiche previste dalla guerra non convenzionale, rispetto al quale i decisori politici europei saranno chiamati a fornire risposte e, soprattutto e assumere una postura adeguata, l’analisi dei piani di difesa regionale della NATO, che ha diviso l’Europa in tre settori operativi, torna a suscitare l’interesse degli analisti che si trovano, per consegna o per diletto, a immaginare l’inauspicabile scenario di un conflitto convenzionale contro la Federazione Russa: avversario simmetrico per volume e nucleare, ma asimmetrico/ibrido nelle attuali modalità operative.

Secondo Ruben Stewart, senior fellow dell’International Institute for Strategic Studies, l’architettura che emerge dai piani di difesa dell’Alleanza Atlantica per quello che potremmo considerare il fronte orientale, mette in luce problemi di comando, di supporto logistico nelle retrovie e di disponibilità delle forze necessarie per trasformare i quartieri generali in formazioni combattenti. Quali sono dunque le “criticità” che che si potrebbero manifestare, almeno in teoria?

Il problema dei tre fronti della NATO

I piani di difesa regionale della NATO dividono l’Europa in tre fronti operativi, mettendo in luce, secondo l’analisi, possibili problemi a livello di comando, supporto logistico nelle retrovie e disponibilità delle forze necessarie per trasformare i quartier generali in formazioni combattenti pronte all’azione. L’Alleanza Atlantica, che si è preparata per oltre mezzo secolo di Guerra Fredda a un conflitto totale con l’Unione Sovietica, che si immaginava avrebbe impiegato la sua massa e le potenza di fuoco geometrica, avanzando con le sue divisioni corazzate e meccanizzate sull’ampio fronte che avrebbe interessato la Germania e la Cecoslovacchia, a ricostruito un’architettura militare europea pensata per affrontare un conflitto su una scala che l’Alleanza smise di contemplare nei primi anni ’90, con lo scioglimento del Patto di Varsavia e la dissoluzione dell’URSS. Al centro di questa trasformazione ci sono i nuovi piani di difesa regionale, articolati su tre grandi aree di operazioni congiunte, chiamate Joint Operations Areas, o JOA: quella nordoccidentale, centrale e sudorientale. Questa divisione geografica, che risponde alla necessità di pianificare la difesa di un fronte che si estende dall’Artico al Mar Nero, considerando i principali settori di frizione nei territori che l’Unione Sovietica annette tra il 1938 e il 1945, e che oggi compongono – Ucraina a parte – il confine della NATO.

È in questo quadro che si osservano tre problemi funzionali: la frammentazione dei comandi, la competizione per le risorse nelle retrovie e la disponibilità delle capacità necessarie a trasformare una complessa struttura di quartier generali in una forza realmente pronta ad essere schierata per affrontare una conflitto convenzionale dei tre principali domini – terrestre, navale e aereo – oltre ai dominio cibernetico e spaziale.

Tre fronti per difendere l’Europa

La JOA-NW, vale a dire la Joint Operations Area del settore nordoccidentale, che comprende l’Atlantico settentrionale e l’Alto Nord che confina con la penisola fortezza di Kola, avrebbe la priorità di garantire l’accesso, l’arrivo dei rinforzi e la protezione delle linee di comunicazione strategiche che la interessano. La Flotta del Nord russa, i sistemi d’attacco a lungo raggio, le attività sottomarine e la prossimità dell’Artico trasformano questa regione in uno spazio operativo marittimo, aereo e terrestre, il cui centro di gravità rimane tuttavia il ponte transatlantico attraverso il quale uomini, mezzi e rifornimenti nordamericani dovrebbero raggiungere l’Europa. Si trova qui il comando multicorpo terrestre per il Nord-Ovest di Mikkeli, in Finlandia, che collega la difesa terrestre della regione nordica alla missione più ampia del Joint Force Command Norfolk, responsabile della sicurezza dell’Atlantico settentrionale e delle linee di rinforzo verso l’Europa.

La JOA-C, ossia quella centrale, rappresenta invece il fronte aereo-terrestre più chiaramente definito. Si estende dall’Estonia all’Ungheria e comprende gli Stati baltici, la Germania, la Polonia e i principali corridoi che collegano l’Europa occidentale al fianco orientale. Qui l’architettura dei corpi d’armata segue ormai una logica Nord-Sud: il 1° Corpo d’armata tedesco-olandese (1GNC) è assegnato all’Estonia e alla Lettonia; il Multinational Corps Northeast (MNC-NE) rimane centrale per la difesa della Lituania, della Polonia nordorientale e del corridoio di Suwałki; il V Corpo d’armata statunitense, con il quartier generale avanzato a Poznań, costituisce uno dei principali riferimenti per il contributo americano alla difesa del fianco orientale; mentre il II Corpo d’armata polacco, con sede a Cracovia, mette a disposizione un comando nazionale per le operazioni sul fronte centrale.

A coordinare questa struttura multicorpo dovrebbe essere il Multi-Corps Land Component Command-Centre (MCLCC-C) di Wiesbaden, chiamato a sincronizzare le attività terrestri dei diversi corpi lungo l’intero settore. A sud, la JOA-SE comprende la Romania e la Bulgaria e si proietta sui mari Adriatico, Mediterraneo e Nero. È un ambiente differente da quello del fronte centrale, ma altrettanto complesso. Crimea, accesso al Mar Nero, Stretti turchi, instabilità dei Balcani e tensioni tra Grecia e Turchia si sovrappongono alle linee di comunicazione terrestri e marittime necessarie per alimentare un eventuale conflitto. Anche qui sta emergendo una logica multicorpo. Il Multinational Corps Southeast (MNC-SE) in Romania rappresenta già uno dei cardini dell’architettura regionale, mentre Ankara è impegnata nella creazione di un nuovo quartier generale multicorpo, provvisoriamente indicato come MNC-TÜR, costruito sulla base del VI Corpo turco di Adana.

epa12125623 Czech army technician prepares JAS-39C Gripen aircraft for departure to Iceland from 21st Tactical Air Base in Caslav, Czech Republic, 22 May 2025. Five JAS-39C Gripen aircrafts flew from the Czech base to Iceland, where Czech fighters will guard the airspace within the NATO Integrated Air and Missile Defence System, for an approximately five-week mission. EPA/MARTIN DIVISEK

Il problema delle “giunzioni”

Dividere il teatro europeo in settori permette di attribuire responsabilità precise, ma genera inevitabilmente dei punti di giunzione. Ed è proprio lungo questi confini che l’architettura NATO potrebbe essere sottoposta alle pressioni maggiori.

Il caso più evidente riguarda i Paesi baltici. Assegnare Estonia e Lettonia al 1GNC, mantenendo Lituania e Polonia nord-orientale sotto il MNC-NE, può rendere più efficace il comando delle operazioni, ma crea contemporaneamente un confine tra due corpi d’armata in una delle aree più vulnerabili dell’intero fianco orientale. Le retrovie del 1GNC dipenderebbero infatti dalle vie di comunicazione che attraversano la Lituania e soprattutto dal corridoio di Suwałki, la stretta fascia territoriale tra l’exclave russa di Kaliningrad e la Bielorussia. Il MNC-NE dovrebbe quindi non soltanto combattere nel proprio settore, ma mantenere aperto il corridoio necessario a garantire collegamenti, rinforzi e supporto logistico alle forze schierate più a nord. In altre parole, il sostegno logistico di un corpo d’armata potrebbe dipendere direttamente dall’esito del combattimento ravvicinato condotto da un altro.

La difficoltà aumenta considerando la natura stessa delle formazioni NATO. Durante la Guerra Fredda, la difesa terrestre dell’Alleanza era multinazionale sopra il livello di corpo d’armata, ma i singoli corpi erano prevalentemente nazionali. Oggi convivono invece quartier generali nazionali, multinazionali e binazionali. Il V Corpo statunitense e il II Corpo polacco possono contare principalmente su risorse nazionali. MNC-NE, MNC-SE e il futuro MNC-TÜR devono invece combinare contributi delle diverse nazioni, rinforzi multinazionali e capacità disponibili a livello di teatro. Il 1GNC presenta un’ulteriore particolarità, essendo binazionale. Equipaggiamenti differenti, procedure diverse e autorità nazionali che conservano prerogative proprie continuano quindi a produrre attriti nonostante gli accordi di standardizzazione dell’Alleanza.

A questo si aggiunge un limite politico e amministrativo impossibile da eliminare: le forze NATO dipendono dagli Stati membri per l’autorizzazione all’ingresso e al transito, l’utilizzo delle infrastrutture, la protezione delle retrovie, il coordinamento civile-militare e il supporto fornito dalla nazione ospitante. Un corpo d’armata può comandare le proprie unità, ma sono gli Stati a controllare gran parte del territorio, delle infrastrutture e delle risorse civili attraverso cui quelle stesse unità devono muoversi, combattere ed essere rifornite.

An infantry soldier from the Danish 1st Brigade looks through binoculars during a live fire exercise in Adazi, Latvia on 25 August 2022.

La battaglia delle retrovie

La seconda grande questione è quindi logistica. La multinazionalità della NATO, combinata con un teatro articolato su tre fronti, moltiplica infatti le esigenze di sostegno. Il problema emerge già a livello di battlegroup. Le esercitazioni della forza multinazionale NATO in Lituania hanno richiesto il trasferimento via mare, ferrovia e aria di mezzi e materiali provenienti da diversi Paesi. Dietro una forza relativamente piccola si nasconde così una complessa combinazione di munizioni, ricambi, veicoli da recupero, attrezzature, personale specializzato e differenti catene tecniche nazionali. Su scala continentale la questione diventa ancora più complessa. Il Joint Support and Enabling Command (JSEC)deve preparare le condizioni necessarie al movimento e al sostegno delle forze nell’intero teatro europeo, perché i rinforzi destinati a una JOA potrebbero essere costretti ad attraversarne un’altra. Gli Stati baltici e la Polonia potrebbero, ad esempio, ricevere rifornimenti attraverso il Baltico e quindi dalla JOA-NW, mentre Romania, Ungheria e Balcani potrebbero dipendere da rotte che attraversano il confine tra settore centrale e sud-orientale. Porti, aeroporti, terminal ferroviari, reti stradali, autorizzazioni al transito e sistemi di controllo dei movimenti diventano dunque risorse condivise. Una crisi simultanea su più fronti trasformerebbe inevitabilmente queste infrastrutture in oggetto di competizione tra comandi con esigenze differenti.

I comandi non bastano

La terza criticità riguarda ciò che si trova sotto i quartier generali. Ricostruire un comando di corpo d’armata non significa automaticamente disporre di un corpo d’armata pronto alla guerra. Il moderno campo di battaglia impone inoltre di controllare fronti più ampi rispetto alla Guerra Fredda. La minore densità delle forze, la maggiore profondità delle operazioni e la crescente trasparenza prodotta da sensori e sistemi di sorveglianza aumentano il rischio di disperdere eccessivamente le unità. La guerra in Ucraina ha mostrato come forze distribuite su settori troppo estesi possano essere localmente sopraffatte anche quando la consistenza complessiva dello schieramento rimane significativa.

Per combattere, un comando necessita quindi di capacità organiche: fuochi a lungo raggio, intelligence, sorveglianza e ricognizione, genio, difesa aerea, aviazione, guerra elettronica, sistemi C-UAS, logistica, supporto sanitario e sistemi di comando e controllo resilienti, oltre naturalmente alle truppe necessarie a sostenerli. Ed è qui che emerge una delle principali vulnerabilità europee. Dopo la Guerra Fredda, diversi eserciti hanno mantenuto o ricostituito i propri quartier generali più rapidamente di quanto abbiano ricostruito queste capacità abilitanti. Il risultato è un divario tra il numero e la complessità dei comandi disponibili e la quantità di forza combattente che questi sarebbero effettivamente in grado di generare.

Il caso dei sistemi d’attacco a lungo raggio è emblematico. L’incertezza relativa al previsto dispiegamento in Germania di sistemi statunitensi evidenzia quanto l’Europa continui a dipendere dagli Stati Uniti per alcune capacità fondamentali. Programmi come lo European Long-range Strike Approach mirano a creare alternative europee, ma avranno bisogno di tempo per raggiungere la piena maturità. Lo stesso problema riguarda le riserve strategiche del Supreme Allied Commander Europe (SACEUR), tra cui formazioni come l’Allied Rapid Reaction Corps e il 1° Corpo d’armata francese. Se impiegate per rinforzare uno dei fronti, queste unità devono portare con sé capacità abilitanti sufficienti; diversamente rischiano di assorbire proprio quelle risorse di cui il comando avanzato è già carente. È in questo contesto che assume importanza la visione americana della “NATO 3.0”, che punta a ridurre quella che lo US European Command ha definito una “malsana interdipendenza” dal contributo statunitense al NATO Force Model. Un eventuale ritardo, ridimensionamento o cambiamento politico nell’impiego delle capacità americane, prima che quelle europee siano pienamente disponibili, potrebbe infatti creare contemporaneamente carenze di piattaforme e problemi di integrazione.

Una sola guerra su “tre fronti”

Il punto centrale è che i tre settori del fronte orientale della NATO faranno sempre parte, almeno sulla carta, di un’unico ampio conflitto, e non di guerre separate. Una crisi nell’Alto Nord potrebbe assorbire assetti necessari per rinforzare la Polonia; un’emergenza nel Mar Nero potrebbe sottrarre capacità al fronte centrale; rifornimenti destinati a un settore potrebbero attraversarne un altro, mentre infrastrutture e nodi logistici dovrebbero sostenere contemporaneamente esigenze differenti.

L’architettura della futura difesa terrestre dell’Alleanza Atlantica sta assumendo una forma sempre più definita, dove i Joint Force Commands integrano le operazioni interforze nelle rispettive JOA, gli MCLCC coordinano la componente terrestre a livello operativo, i corpi d’armata traducono i piani in operazioni tattiche e il JSEC deve assicurare che uomini, mezzi e rifornimenti possano attraversare le retrovie europee. Ciò nonostante, la questione decisiva, almeno secondo gli analisti, continua a non riguardare il riconoscimento della minaccia o i piani per fronteggiarla, ma la capacità di attivare e sostenere la risposta a un’aggressione, schierando uomini, mezzi munizioni, sistemi d’arma e collegando infrastrutture, logistica e autorità di comando con l’efficienza necessaria a sostenere un conflitto convenzionale a livello continentale.

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