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Società

Il generale Mladic e la Stella Rossa: l’intreccio tra nazionalismo e ultras nei Balcani

La morte di Ratko Mladic ha messo nuovamente in evidenza lo stretto legame tra il tifo organizzato e i gruppi nazionalisti nei Balcani.

Come prevedibile, la morte di Ratko Mladic ha spaccato l’opinione pubblica serba. Da una parte coloro che, leggendo anche le sentenze della Corte Penale Internazionale, considerano l’ex generale della repubblica serba di Bosnia come un militare spietato e senza scrupoli. Dall’altra, però, c’è chi lo vede ancora oggi come vero e proprio eroe e difensore dell’identità serba. Il governo, dal canto suo, non sembra avere dubbi da che parte stare: Belgrado ha infatti annunciato funerali solenni per il cosiddetto “macellaio di Sebrenica”. A spiccare è stata anche la presa di posizione di una categoria in Serbia molto importante, sia a livello sociale che politico, quella degli ultras. Nel giorno della morte di Mladic, la squadra della Stella Rossa di Belgrado è stata impegnata in Cechia contro il Viktoria Plzen per i preliminari di Europa League. Qui i tifosi hanno intonato cori in onore del generale serbo e la stessa società sui social ha tributato un saluto “solenne”. Un episodio che dimostra come in Serbia, ma non solo, vige uno stretto rapporto tra le curve e le frange più estreme della politica.

Gli episodi in Serbia

Il caso legato a Mladic è soltanto l’ultimo di una lunga serie. Se si parla di tifosi serbi, la mente non può non andare alla sera del 12 ottobre 2010. In quell’occasione, durante la gara ospitata al Ferraris di Genova tra la nostra nazionale e quella serba, i tifosi ospiti hanno lanciato bombe carta e fumogeni. Protagonista in quell’occasione è stato soprattutto il tifoso Ivan, soprannominato poi “Ivan il terribile“, il quale con il volto travisato da un passamontagna e armato di fumogeni ha di fatto guidato l’intera curva serba durante i disordini. Pochi giorni prima dei fatti di Genova, a Belgrado gli stessi tifosi sono stati protagonisti dei violenti scontri inscenati durante il gay pride organizzato nella capitale serba. In quell’occasione, gli ultras hanno agito da vero e proprio braccio armato dei movimenti più oltranzisti e nazionalisti e non si è certo trattato di un primo precedente.

Il tributo su X della Stella Rossa al generale Mladic, con la raffigurazione degli striscioni portati dai tifosi in Cechia

I gruppi del tifo organizzato più noti sono quelli della Stella Rossa, la squadra più iconica del calcio serbo per via della vittoria della Coppa dei Campioni del 1991, così come dell’altra grande di Belgrado: il Partizan. Una rivalità, la loro, tra le più accese d’Europa e non solo. Tutto nasce dagli anni della ex Jugoslavia: la Stella Rossa in quel periodo era la squadra più “serba” della capitale, il Partizan invece ha sempre puntato su una dimensione jugoslava raccogliendo talenti da tutto il Paese. Quest’ultimo aspetto non deve trarre in inganno: anche la tifoseria bianconera ha caratteri nazionalisti. Vale nel calcio, così come nel basket: per anni, non a caso, presidente onorario della sezione cestistica del Partizan è stato l’ex presidente della Repubblica Serba di Bosnia, il nazionalista Milorad Dodik.

Calcio e basket sono i due fronti in cui le due tifoserie si fronteggiano e, al tempo stesso, dove continuano ad avere grazie alle loro azioni un importante peso politico. Non si tratta soltanto di scontri con la polizia o cori inneggianti ai criminali di guerra degli anni Novanta. Al contrario, è una fitta rete dove si intrecciano nazionalismo e protezione politica. Anche perché la retorica nazionalista durante la fase di dissoluzione della Jugoslavia, ha fatto proseliti negli stadi e da allora molti gruppi continuano ad avere una forte presa su alcuni ambienti della società serba. Non occorre a tal proposito dimenticare che tra gli ultras, specie tra quelli più anziani, non mancano reduci delle guerre di oltre 30 anni fa.

Un problema che riguarda tutti i Balcani

Sarebbe però sbagliato considerare come esclusivamente serbo il problema degli ultras estremisti. In tutti i Balcani, dalla Croazia alla Macedonia del Nord, passando per la stessa Bosnia e anche per la Bulgaria (seppur con una genesi diversa in quest’ultimo caso), il copione è lo stesso: le curve sono espressione delle frange più nazionaliste delle società. Un fenomeno che ha a che fare con l’eredità delle guerre balcaniche di fine secolo: oggi quei conflitti rappresentano ancora ferite aperte e i più oltranzisti vedono negli stadi e nei palasport il terreno fertile per dare fondo al proprio senso di rivalsa.

Questo perché il calcio e il basket hanno una rilevanza sociale notevole in tutta l’area dell’ex Jugoslavia. Lo si nota ad esempio andando allo stadio Maksimir di Zagabria, lì dove è esposta una targa in memoria degli scontri del 13 maggio 1990 durante la partita tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa. Per molti croati, è proprio quell’episodio ad aver dato vita alle istanze indipendentiste e ad aver aperto la stagione delle rivendicazioni contro Belgrado.

Da qui si può comprendere come il nazionalismo di oggi negli stadi sia erede di quello sviluppatosi negli anni Ottanta e Novanta, quando la Jugoslavia è entrata nella spirale della violenza che porterà alla sua tragica dissoluzione. Nelle curve si è iniziato a esprimere il proprio scontento e da lì sono partiti i cori di odio e rivalsa verso le fazioni opposte. Dagli stadi e dai palasport, in tanti sono poi passati alle trincee e ai combattimenti all’interno dei vari gruppi paramilitari. Una volta finita la guerra, molti di quei gruppi non si sono dissolti realmente ma hanno continuato ad operare nelle curve. Oggi, grazie anche per l’appunto a un sentimento nazionalista mai domo dentro le società balcaniche, quelle fazioni sono ancora forti. Tanto che la politica, di ogni colore, non solo fa fatica a smantellarli ma sembra quasi non volersene disfare. Avere ultras armati e pronti agli scontri anche fuori dagli stadi, potrebbe far comodo specialmente in una fase in cui non tutte le questioni tra i Paesi balcanici sono rientrate. Le curve quindi rischiano di rappresentare il bacino principale del nazionalismo nella regione per ancora molto tempo.

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