Il conflitto nel Golfo Persico, che prende il nome di operazione Epic Fury per gli Stati Uniti, ha consumato buona parte delle scorte di missili degli arsenali statunitensi. La campagna di bombardamenti e difesa aerea durata 39 giorni ha praticamente esaurito il munizionamento-chiave delle forze USA, creando una finestra di vulnerabilità per un potenziale conflitto nel Pacifico occidentale.
Il tempo necessario per ricostituire tali scorte è quindi diventato una delle principali preoccupazioni. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha affermato che ci vorranno “mesi e anni… a seconda del sistema d’arma” per riempire nuovamente i magazzini, e una recente analisi del CSIS (Center for Strategic and International Studies) conferma la valutazione del Segretario stimando i tempi necessari per ristabilire un adeguato numero di vettori per ogni tipologia di munizionamento.
Questa problematica è tanto più sentita per quanto riguarda i missili da difesa aerea Patriot, richiesti dall’Ucraina per far fronte agli attacchi aerei russi, al punto che Kiev è riuscita a ottenerne da Washington la produzione su licenza, sebbene con tutte le problematiche del caso riguardanti le tempistiche.
L’amministrazione Trump ha recepito questa urgenza: lo stanziamento di 1.500 miliardi di dollari per l’acquisto di munizioni previsto nel bilancio della Difesa per l’anno fiscale 2027 riflette queste preoccupazioni. Inoltre, è previsto un supplemento di bilancio per ulteriori fondi destinati alle munizioni, poiché il Dipartimento della Difesa intende rimpiazzare quanto speso nell’operazione Epic Fury e successivamente ricostituire le scorte al di sopra dei livelli prebellici. L’amministrazione ha inoltre firmato una serie di accordi quadro con l’industria per espandere la capacità produttiva di munizioni, il che potrebbe accelerare le consegne future.
Ristabilire il numero dei vettori pre-guerra richiederà comunque anni, nonostante questa accelerazione. Per quanto riguarda i missili da crociera Tomahawk, il recente tasso di produzione annuale è inferiore a 200 a causa di ordini di piccola entità ricevuti in passato. Gli ordini attualmente in corso inizieranno a rimpiazzare gli oltre mille Tomahawk impiegati durante la guerra con l’Iran, ma non saranno sufficienti a ripristinare completamente le scorte ai livelli prebellici. Nel bilancio per l’anno fiscale 2027, la U.S. Navy ha richiesto 785 Tomahawk, un aumento considerevole rispetto agli anni precedenti. In base alle attuali proiezioni di consegna del Dipartimento della Difesa, questo numero sarà raggiunto negli arsenali statunitensi a marzo 2030, dopo 34 mesi di produzione.
L’inventario dello spreco
Per quanto riguarda il missile antimissile THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), di cui sono stati lanciati circa 220 esemplari durante il conflitto riducendo la scorte a circa 250 esemplari, l’esecutivo ne ha riprogrammato le consegne per dare priorità alle esigenze USA rispetto a quelle degli alleati e dei partner. L’U.S. Army ha richiesto 857 missili THAAD per l’anno fiscale 2027, e le loro consegne, previste a partire dalla metà del 2029, completeranno la sostituzione dei missili utilizzati nella guerra con l’Iran entro la fine del 2029. Lockheed Martin prevede di espandere la capacità produttiva a 400 missili all’anno, un aumento necessario per soddisfare i consistenti ordini degli Stati Uniti e dei loro alleati, con l’Arabia Saudita che ne ha ordinati 360 nel 2017, già parzialmente consegnati, e gli EAU che hanno piazzato un ordine per 96 missili nel 2022.
Passiamo ora ai Patriot, le cui scorte sono quelle che si sono assottigliate di più, passando da 2.330 esemplari preguerra a un valore compreso tra 759 e 827. Le consegne di questi missili rappresentano un dilemma, riferisce il CSIS, a causa della necessità di ricostituire le proprie scorte, aiutare l’Ucraina, e soddisfare le esigenze di altri 17 Paesi che utilizzano questo intercettore. L’attuale produzione dell’ultima variante, il PAC-3 Missile Segment Enhancement (MSE), si attesta intorno al ritmo di base di 650 intercettori all’anno, di cui metà destinati agli Stati Uniti e il resto ad alleati e partner. Il tasso di produzione annuale massimo, con le attrezzature e gli impianti esistenti, è di 2mila missili e Lockheed Martin intende raggiungere questo livello di produzione. Gli Stati Uniti dovranno attendere di vedere arrivare i 3203 Patriot richiesti nel bilancio per l’anno fiscale 2027 nella seconda metà del 2030.
Va meglio per gli intercettori navali della famiglia Standard (SM-3 e SM-6), in quanto i cacciatorpediniere sono stati utilizzati meno per la difesa aerea. Entrambi i missili hanno lunghi tempi di produzione. La Missile Defense Agency e la U.S. Navy hanno richiesto grandi quantitativi nel bilancio per l’anno fiscale 2027: 78 SM-3 Block IB, 136 SM-3 Block IIA e 540 SM-6. Le consegne di questi ordini richiederanno dai 36 ai 39 mesi, una volta che il Congresso avrà stanziato i fondi necessari. A causa delle dimensioni ridotte degli ordini precedenti, le scorte non torneranno ai livelli prebellici prima dell’inizio del 2029, nonostante il relativo basso utilizzo durante la campagna.
Per i JASSM (Joint Air-to-Surface Attack Missile) sappiamo che gli USA hanno iniziato il conflitto con un considerevole inventario di questi missili. L’U.S. Air Force li ha acquistati in grandi quantità sin dagli anni 2000, in media quasi 500 all’anno nell’ultimo decennio. Per evadere questi ordini, la produzione attuale sembra essere già al massimo ritmo. Inoltre, il missile non è stato impiegato in operazioni fino al 2018, pertanto, sebbene siano stati utilizzati oltre 1100 JASSM, le scorte statunitensi si riprenderanno abbastanza rapidamente con la consegna degli ordini precedenti, con un orizzonte temporale fissato alla fine del 2027.
Venendo infine ai PrSM (Precision Strike Missile), le scorte erano già esigue all’inizio della campagna bellica perché l’esercito USA ha ricevuto l’approvazione per la produzione e l’impiego su vasta scala solo lo scorso luglio. Di conseguenza, l’utilizzo è stato limitato e la sostituzione delle scorte richiederà solo pochi mesi.
Apriamo una breve riflessione con una domanda che appare retorica: se gli Stati Uniti, che spendono nella Difesa più di ogni altro Paese al mondo, hanno tempistiche così lunghe per ripristinare i loro arsenali, quanto ci metterebbe l’industria europea a fare altrettanto in caso di un conflitto simile? Sappiamo che i giganti della difesa del Vecchio Continente stanno macinando fondi e aumentando la produzione, ma restano sempre le lungaggini burocratiche e il problema di un’industria che per troppi anni non ha lavorato su ordini per grandi quantitativi.
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