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Guerra

L’information warfare negli scenari bellici del XXI secolo: il libro di Corrado Stefanachi

il ruolo egemone nei decenni dopo il crollo del Muro di Berlino ha consentito a Washington di sviluppare ulteriormente il concetto.
Georgia

Le informazioni sono sempre state uno degli elementi centrali di qualunque guerra in ogni epoca storica. Già Sun Tzu, uno dei più antichi pensatori strategici vissuto nella Cina del V secolo a.C. circa, ne sottolineava l’importanza sia insistendo sulla necessità di conoscere il nemico sia dedicando al tema dell’intelligence l’ultimo capitolo della sua opera L’Arte della guerra. Tuttavia negli ultimi decenni, e soprattutto a seguito della rivoluzione informatica e dell’Operazione Desert Storm nel 1991, il tema delle informazioni declinato in vari modi è diventato uno degli argomenti dominanti del dibattito strategico occidentale e non solo.
Il professore Corrado Stefanachi, che insegna Studi Strategici presso l’Università degli Studi di Milano, ha recentemente pubblicato un libro, Guerra e informazione nell’era digitale, che ricostruisce questo dibattito in modo dettagliato e puntiglioso offrendo al lettore utili spunti di riflessione da un punto di vista sia storico militare per valutare l’evoluzione del pensiero strategico e le capacità operative, sia di analisi della politica internazionale odierna, offrendo uno studio approfondito su come le grandi potenze impiegano le informazioni negli scenari odierni.

I primi tre capitoli prendono in esame il tema dell’information warfare focalizzandosi soprattutto sul pensiero strategico americano che, partendo dall’esperienza maturata con Desert Storm (prima operazione che vide impiegati i moderni sistemi informatici e per questo ritenuta uno spartiacque), sviluppa varie idee. Tre macro approcci si sviluppano all’interno di quella riflessione che l’autore ricostruisce. La guerra a impronta leggera è l’idea secondo cui attraverso la combinazione tra un dominio delle informazioni sul campo di battaglia e la capacità di colpire con precisione l’obiettivo, non serva più avere grandi eserciti ma si possa vincere rapidamente e facilmente con bassi costi le guerre del futuro. Come si può facilmente intuire è un’idea che in Occidente è stata ampiamente diffusa pur mostrando costantemente i suoi limiti e l’eccessiva semplificazione. È ancora la base delle operazioni condotte contro l’Iran o dell’eccessiva fiducia riposta nelle armi inviate in Ucraina. Il secondo macro tema è quello del strategic information warfare ovvero l’idea che si possa attaccare e disarticolare il potere politico, militare ed economico del nemico attraverso la guerra dell’informazione. Si allacciano a questa riflessione molti degli aspetti legati alle operazioni nel cyber spazio.

Il terzo macro tema è la riscoperta del concetto di political warfare che qui ci interessa maggiormente. Il political warfare è un concetto nato a inizio Guerra Fredda negli Stati Uniti per indicare una serie di azioni di supporto a fazioni amiche in contrapposizione a quelle nemiche sia all’interno del proprio blocco, quindi per rafforzarlo, sia nel blocco avversario per indebolirlo dall’interno. In quegli anni la nascita di Radio Free Europe fu forse l’aspetto più visibile di questo approccio, poiché significò la creazione di una radio che faceva da megafono nei vari Paesi del blocco sovietico alla propaganda americana/occidentale. Tuttavia ci furono moltissimi altri progetti: sovvenzione di gruppi politici (Solidarnosc in Polonia per esempio), istituzione di borse di studio o finanziamenti per artisti e studiosi, contributi per vari organi di informazione.

Tale approccio non è finito con la Guerra Fredda, infatti come ricostruisce molto bene il professor Stefanachi proprio il ruolo egemone degli Stati Uniti nei decenni seguiti al crollo del Muro di Berlino ha consentito a Washington di sviluppare ulteriormente il concetto di political warfare e le opportunità legate ai nuovi strumenti digitali. Come viene ricostruito dettagliatamente nel capitolo quattro un primo esempio del rinnovato impiego americano di questi strumenti si ebbe nella Repubblica Federale di Jugoslavia al termine dei bombardamenti NATO sul Kosovo. Quell’azione militare, infatti, non era riuscita a rovesciare Slobodan Milosevic, di conseguenza gli Stati Uniti presero contatto con la resistenza locale e, attraverso seminari ad hoc tenuti tra marzo e aprile 2000 a Budapest, gli attivisti serbi di Otpor furono istruiti su varie tecniche di resistenza che sono state poi impiegate per rovesciare il governo. Tale approccio segna l’inizio di una modalità operativa che si ripeterà in modi similari e con una significativa sovrapposizione di personaggi in altri contesti e che prevede un ventaglio di enti governativi finanziati da Washington, anche se mascherati da enti indipendenti, per lo più legati in modo più o meno diretto al National Endowment for Democracy e che supporta organizzazioni di opposizione interne nei vari Paesi finanziariamente, offrendo addestramento specifico e supporto mediatico.

Nel 2000 i veterani di Otpor furono presenti a Minsk in Bielorussia per le locali elezioni, ma qui ebbero meno successo. Lo schema si ripeté nei mesi e anni successivi in Georgia e in Ucraina nelle elezioni del 2004 e poi negli anni a venire creando il contesto da cui poi emergerà l’attuale frattura e in cui in parte si ritrovano le radici del conflitto. Le grandi manifestazioni in Ucraina furono il simbolo più evidente di questa influenza sia perché fu organizzata da ONG legate ai finanziamenti americani, sia perché la logistica necessaria per portare in piazza una massa di persone, offrire loro servizi e cibo non può essere in alcun modo improvvisata.

I capitoli 5 e 6 si focalizzano poi su come Russia e Cina affrontano il tema delle informazioni, con la Russia sicuramente più indietro su diversi aspetti come l’intelligenza artificiale e la Cina, invece, decisamente avanzata e in prima fila anche dal punto di vista tecnologico.

Il libro è un’importante riflessione per due motivi. Da un lato permette, anche a un pubblico di non addetti ai lavori, di approfondire il dibattito strategico intorno al tema delle informazioni in guerra sotto vari aspetti. Dall’altro offre un utile antidoto a una certa propaganda, o superficialità nel leggere le fonti e le situazioni, che domina da noi da diverso tempo.

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