La visita improvvisa e misteriosa del Capo della Cia John Ratcliffe a Mosca ha destato stupore. Tante le ipotesi sul contenuto del viaggio, alquanto inconsueto. La più accreditata è quella che sarebbe stato motivato dalla necessità di mettere in guardia Mosca, intenzionata ad attaccare l’Europa.
Un’ipotesi fondata sul nulla, cioè sulla precedente visita di un capo della Cia, William Burns, a Mosca, quella del novembre del 2021, che a detta degli stessi sarebbe servita a tentare di scongiurare l’invasione russa contro l’Ucraina.
In realtà, sono anni che la propaganda occidentale continua a ripetere che un’aggressione russa all’Europa è imminente. Tra i tanti allarmi in tal senso quello lanciato dalla Reuters alla fine del 2025, che riferì di un allerta rosso in tal senso da parte dell’Intelligence americana.
Una rivelazione che innescò una durissima reazione dell’allora capo dell’Intelligence nazionale statunitense Tulsi Gabbard, che definì la notizia come “bugie e propaganda”, un modo per minare le prospettiva di pace e “fomentare isteria e paura tra la gente per indurla a sostenere l’escalation bellica” (quando ancora nell’amministrazione Trump sedeva gente assennata…).
Se vero che la Russia sta avvertendo con sempre più severità la Gran Bretagna per il suo coinvolgimento nel conflitto ucraino, ammonendo che tale disposizione comporterà conseguenze, ha anche specificato che saranno limitate al teatro di guerra ucraino (i funzionari inglesi inviati a supporto delle truppe ucraine?).
Né si vede alcun preparativo russo per alzare il livello dello scontro, come minimo dovrebbe ampliare la mobilitazione, sviluppo che invece è stato escluso. Inoltre, l’interpretazione del viaggio di Burns è aleatoria. Allora la Russia non preparava affatto l’invasione. Basti pensare ai volti sorpresi di molti dei ministri e dei più alti funzionari russi quando Putin li convocò per annunciare l’inizio dell’operazione speciale. Se non lo sapevano nemmeno loro…
Inoltre, il Cremlino ha smentito che Ratcliffe abbia incontrato Putin, particolare che mina ancor più tale ipotesi: se si voleva lanciare l’avvertimento, e in forma dettagliata tale da evitare una pubblica avvertenza, si sarebbe tenuto un summit di più alto livello.
Ciò denota anche che si sia trattato di qualcosa di più operativo, come di fatto affermato dai russi che hanno parlato di un rapporto tra servizi segreti. E che abbia prodotto esiti operativi, come sembra accreditare un particolare notato da Ctrana, che ha rivelato come, nello stesso giorno, Putin abbia firmato tre direttive segrete (nell’elenco dei decreti presidenziali mostrato in un video mancano quelli tra il 604 e il 608).
Qualcosa di operativo relativo alla guerra, come ha affermato Trump, il quale ha dichiarato che da questa visita “potrebbe venirne fuori qualcosa di buono. Stiamo lavorando sodo per porre fine a questa guerra”.
Ciò potrebbe significare che gli Usa abbiano chiesto qualcosa in cambio di un rilancio della de-escalation, un do ut des, magari la fine dell’assistenza di intelligence americana all’Ucraina per indurre Kiev a più miti consigli o qualcosa del genere ma meno dirompente.
Al di là delle ipotesi, e mettendo da parte anche le nostre, è significativo che l’annunciata visita del duo Kushner-Witkoff sia stata sostituita da quella di Ratcliffe che, a differenza loro, è un noto falco che si muove in tandem con lo stolido Marco Rubio.
Possibile che anche l’ala più aggressiva dell’America inizi a capire che questo conflitto non ha nessun senso e che l’Ucraina deve accettare le condizioni russe per porvi fine, chiudendo la duratura mattanza della quale in Occidente si ha contezza solo per quanto riguarda le uccisioni dei civili ucraini, nulla importando dei civili russi uccisi, come i quattro bambini periti nell’attacco contro un centro per l’infanzia.
Peraltro, le informazioni sulle vittime ucraine evitano accuratamente di dare notizia della moltitudine di militari caduti, anch’essi civili prima di essere sequestrati per strada dai reclutatori e spediti in prima linea. Censura che serve a mantenere viva l’illusione che Kiev possa vincere.
Al di là della digressione, resta il misterioso viaggio di Ratcliffe a Mosca, le cui conseguenze sono tutte da scoprire.
“Contrariamente a quanto riportato da alcune errate speculazioni mediatiche, la visita in Iran del feldmaresciallo Asim Munir, comandante dell’esercito del nostro amico Pakistan, è stata molto fruttuosa e ricca di preziosissimi risultati diplomatici, i cui esiti saranno presto evidenti”. Questo il post su X di Mehdi Tabatabaei, assistente per la comunicazione dell’ufficio del presidente iraniano Masoud Pezeshkian sulla visita a Teheran del Capo di Stato Maggiore pakistano.
Nel corso della visita “sono stati compiuti progressi significativi e l’incontro si è concluso con una nota molto positiva”, ha scritto su X il ministro degli Interni pakistano Mohsin Naqvi, che ha accompagnato Munir. Soddisfazione è stata espressa anche dalle autorità iraniane, che hanno lodato ulteriormente la mediazione del Pakistan nel conflitto che li oppone agli Stati Uniti.
I due alti funzionari pakistani hanno incontrato praticamente tutti i più importanti esponenti del potere iraniano. Il punto nodale, ovviamente, resta il messaggio veicolato. Secondo al Arabya gli alti funzionari pakistani hanno riferito un messaggio di Trump, il quale ha avuto una conversazione telefonica con Munir prima che questi partisse. Tale messaggio, secondo il media arabo, sarebbe alquanto semplice: se l’Iran riaprirà lo Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti porranno fine alle ostilità e alle sanzioni.
La risposta immediata degli iraniani è stata che, se gli Usa si impegneranno a rispettare il Memorandum di Islamabad, tutto sarà appianato. Fin qui al Arabya, che però accenna anche ad altro: “Il maggiore generale Mohsen Rezaei [Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale] ha informato Munir che Teheran avrebbe proseguito le consultazioni interne e dato presto una risposta”.
È ovvio che il messaggio recapitato da Munir sia stato tutt’altro: non ci sarebbe stato bisogno della visita dei due alti funzionari pakistani per dire agli iraniani quel che Trump afferma praticamente ogni giorno pubblicamente.
E il fatto che Rezaei abbia dichiarato che l’Iran avrebbe dato una risposta alla fine di un processo di discernimento interno significa che c’è molto da vagliare e che la risposta iniziale sul rispetto del Memorandum non è altro che una doverosa reiterazione pubblica della posizione ufficiale del Paese.
Insomma, nello stallo, Iran e Stati Uniti stanno trattando sottotraccia. Ne accenna anche un articolo pubblicato dall’Agenzia Irna: “Teheran non riprenderà i negoziati finché Washington non rispetterà le disposizioni del Memorandum d’intesa di Islamabad, sebbene lo scambio di messaggi tramite mediatori sia ancora in corso“.
Più che probabile, anzi certo, che il messaggio inviato da Trump a Teheran aveva a che fare con tale dialogo riservato, nel quale evidentemente si stanno esplorando soluzioni. Come è più che probabile che il dialogo non sia limitato al destino di Hormuz, ma abbracci tutte le criticità del Medio oriente.
Non sembra casuale, ad esempio, che la visita di Munir sia stata preceduta dall’annuncio di Baghdad sulla procrastinazione a data da destinarsi – se mai sarà fissata – della scadenza per il disarmo delle milizie irachene filo-iraniane.
Va ricordato che le milizie in questione avevano rigettato di diktat sul disarmo, pur evitando rimostranze pubbliche, potendo contare sull’appoggio del potente Stato confinante. E Teheran una settimana fa aveva inviato a Baghdad il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qhalibaf anche per scongiurare tale prospettiva.
Evidentemente la ritrattazione del governo iracheno deve aver goduto di una luce verde da Washington, che ha leve fortissime per piegare il povero Paese mediorientale (basti pensare, ad esempio, che i proventi del petrolio iracheno, fonte di reddito principale dell’Iraq, sono gestiti dalle banche americane fin dall’invasione del 2003).
Oggi a Teheran è giunto anche il ministro degli Esteri omanita Sayyid Badr bin Hamad al Busaidi per portare avanti il progetto di una gestione comune dello Stretto di Hormuz tra Iran e Oman. Sbarca a Teheran nonostane le dichiarazioni di Trump, che una settimana fa aveva minacciato di bombardare Muscat se avesse ignorato i desiderata statunitensi.
Una prova di corraggio e di indipendenza del piccolo sultanato, scrive l’agenzia iraniana IRNA, secondo la quale i negoziati tra i due Paesi su Hormuz sono alle battute finali e in via di formalizzazione. Certo, anche se si trovasse la quadra sul nuovo regime di transito, si dovrà attendere la fine del conflitto tra Iran e Stati Uniti per attuarlo, ma sarebbe comunque un passo importante.
Al di là del coraggio innegabile dell’Oman, sembra chiaro che qualche rassicurazione deve pure essere giunta al sultanato, il quale non potrebbe sfidare così apertamente Washington…
Insomma, segnali di distensione – anche se c’è da attendere – che giungono proprio nel giorno in cui Washington aumenta la pressione su Teheran varando sanzioni alzo zero. In realtà, le due cose non appaiono scollegate. Sembra ripetersi, infatti, un teatrino già visto, con Trump che minaccia sfracelli per placare i guerrafondai che lo premono da ogni parte e, sottotraccia, tenta la distensione.
Peraltro, le sanzioni hanno tolto dal tavolo, almeno al momento, l’opzione di riprendere la guerra, che né Trump né i suoi militari vogliono, anche perché non hanno più munizioni, ma che altri e potenti (Netanyahu, AIPAC, neocon etc.) continuano a sognare. A segnalare la fine delle ostilità di natura militare, e forse altro, oltre alle dichiarazioni in tal senso del Segretario del Tesoro Scott Bessent, anche il ritorno degli ambasciatori Usa in Medio oriente, dal quale erano stati evacuati.
Inoltre, anche le sanzioni sembra siano altro da quanto minacciato. Così Dawn: “L’indice azionario europeo registra un lieve rialzo, grazie alla rassicurazione degli investitori sul fatto che il pacchetto di sanzioni statunitensi contro l’Iran sia meno severo del previsto”. Qualcosa di simile ha scritto il Washington Post.
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