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Società

“In Giappone il rapimento dei figli è legale”: la denuncia di Michele Dall’Arno

Tra gli oltre 150mila minori sottratti da un genitore all'altro ogni anno, ci sono anche i figli di Michele Dall'Arno. L'intervista.
Giappone

In Giappone, la scomparsa improvvisa di un figlio tolto a un genitore dall’altro non è considerata un reato penale, né sottrazione di minore. È semplicemente una questione familiare privata su cui lo Stato preferisce non interferire. Chi sottrae per primo i figli, ne ottiene la custodia quasi automatica. Chi resta indietro, perde tutto. 

È quello che è capitato nell’ottobre del 2025 a Michele Dall’Arno, docente universitario italiano che ha vissuto e insegnato in Giappone per oltre dieci anni. Sua moglie, giapponese, ha portato via i loro tre figli minorenni dall’oggi al domani. Stanco di combattere contro un sistema sordo, lo scorso marzo Dall’Arno si è dimesso dall’Università di Toyohashi ed è rientrato in Italia per trasformare la sua vicenda in una battaglia pubblica globale.

Due settimane prima del rapimento”, racconta Dall’Arno a InsideOver, “ho portato mia figlia in viaggio per due giorni a Nagoya. Mentre cercavo di risolvere presunti problemi economici familiari, ad esempio cercando un appartamento in affitto più economico, mia moglie, che aveva accesso al mio conto bancario, lo svuotava e mi chiedeva per iscritto dove fossero tutti i miei risparmi, in Giappone e in Italia. Mentre io portavo i bambini allo zoo, in biblioteca e nei musei, lei rifiutava ogni contatto e mi provocava registrandomi di nascosto, sperando che dicessi o facessi qualcosa da usare contro di me. Come ogni anno, stavo organizzando un viaggio in Italia per far conoscere ai bambini la nostra cultura e i nonni, e lei ha chiesto al consolato di porre il veto al rilascio dei passaporti italiani; veto che ho scoperto solo tramite il consolato stesso e che è stato poi respinto”. 

La regola del “primo arrivato”

Per capire come sia possibile la situazione vissuta da Dall’Arno bisogna considerare che, a differenza dei Paesi occidentali, il Giappone applica in modo ferreo l’affidamento esclusivo (Tandoku Shinken) basato sul principio della “continuità”: il minore deve rimanere nell’ambiente in cui si trova al momento della decisione giurisdizionale per non subire stravolgimenti. Poco importa se ci sia arrivato a seguito di una fuga unilaterale o di una sottrazione premeditata.

In realtà, pur sostenendo di prendere in considerazione la volontà del minore nel suo “best interest”, molto spesso la decisione dei giudici finisce per ratificare una volontà del bambino che rispecchia semplicemente quella del genitore che lo ha sottratto.

“Dopo aver chiesto per cinque mesi l’affido condiviso senza risposta alcuna da parte della cosiddetta “family court” (sezioni speciali dei tribunali giapponesi che gestiscono le controversie familiari, ndr) e in assenza di una qualsivoglia sentenza di separazione, divorzio o affidamento, mi è stato intimato per iscritto di smettere di criticare il sistema(Dall’Arno ha una pagina social molto seguita in cui parla della sua vicenda, ndr) e di finanziare retroattivamente il rapimento dei miei figli a partire dal giorno in cui era avvenuto. La cifra sarebbe stata spartita tra mia moglie e l’avvocato che aveva guidato la sottrazione per trarne profitto. Solamente a posteriori ho capito che quanto accaduto nelle settimane precedenti al rapimento era la procedura standard con cui diversi legali giapponesi guidano genitori fragili a sottrarre i figli a scopo di estorsione”.

Il business delle sottrazioni 

Attorno all’affidamento esclusivo ruoterebbe un business enorme per gli avvocati divorzisti, la cui parcella è spesso proporzionale alle spese matrimoniali e agli assegni di mantenimento ottenuti.  Basti pensare che i casi legati a contese sull’affidamento e alla gestione dei figli presso le Corti di Famiglia sono passati da 300mila nel 2012 ad oltre 1,1 milioni nel 2022.

Come denunciato anche dal politico giapponese Yasuyuki Watanabe, gli avvocati divorzisti sono stati tra i principali oppositori all’adesione del Giappone alla Convenzione dell’Aja che, ratificata solo nel 2014, viene comunque regolarmente elusa dalle corti locali in virtù del principio di “continuità” del minore, e non ha alcun valore giuridico per le sottrazioni che avvengono internamente al territorio nazionale. Inoltre, la maggior parte dei legali incoraggerebbe le fughe suggerendo di lanciare false accuse di violenza domestica per tagliare fuori l’altro genitore. 

Watanabe, anch’egli privato dei figli dal 2010, ha definito in un’interpellanza parlamentare la gestione delle sottrazioni come l’attività più lucrativa e con il minimo sforzo per un avvocato”, evidenzia Dall’Arno. “Il contributo mensile richiesto al genitore estromesso viene diviso tra il coniuge e il legale che ha guidato l’operazione: si tratta di un vero e proprio sequestro con estorsione”.

Senza tener in considerazione che la sistematica perdita di contatto con un genitore viola apertamente l’Articolo 9 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia (ratificata dal Giappone nel 1994). Nel 2018 è stata anche presentata una denuncia formale al Consiglio per i diritti umani dell’ONU. Tuttavia, i richiami internazionali e le risoluzioni del Parlamento Europeo si scontrano regolarmente con la giurisprudenza interna.

Figli concessi alle madri otto volte su dieci

“Statisticamente le vittime sono soprattutto padri”, rileva Dall’Arno, “anche a causa della rigida società giapponese che prevede per la donna il ruolo di madre, mentre l’uomo è spesso vincolato a lavorare 16-18 ore al giorno e non ha quindi pressoché rapporti coi figli”. Esistono persino manuali e blog specializzati che guidano le madri passo dopo passo, rassicurandole con slogan come: “Se porti via tuo figlio, non stai infrangendo alcuna legge. E la madre ottiene sempre la custodia”. Secondo i dati del Ministero della Salute del 2020, l’affidamento veniva concesso alle madri nell’85% dei casi.

Ma tra le vittime non mancano le donne”, prosegue Dall’Arno. “Come Rumiko Kosaka, arrestata due volte, a febbraio 2025 e marzo 2026, per aver cercato di vedere la propria bambina. Ho conosciuto decine di genitori nella mia situazione e ho formato un gruppo di genitori italiani vittime dell’impunità della sottrazione minorile in Giappone”.

Ogni anno oltre 150mila minori separati da un genitore

Il fenomeno non si limita a pochi casi. L’ONG Kizuna Child-Parent Reunion stima che tra i 150.000 e i 200.000 minori vengano separati ogni anno da un genitore, e che un bambino su 4,5 subisca il divorzio dei genitori prima dell’età adulta. Negli ultimi 20 anni si calcola che circa 3 milioni di bambini (il 15% della popolazione giovanile sotto i 20 anni) abbiano perso del tutto i contatti con il padre o con la madre.

Che si tratti di una prassi sistemica lo dimostra persino la storia politica del Paese: quando l’ex Primo ministro Junichiro Koizumi divorziò dalla moglie, ottenne la custodia esclusiva dei due figli maggiori, mentre la moglie ottenne quella del terzo figlio non ancora nato; ai fratelli e al genitore estromesso non è mai stato concesso incontrarsi. In tempi più recenti, le cronache hanno registrato diversi altri casi. Tra i più noti quello della campionessa giapponese di tennis-tavolo Ai Fukuhara, accusata dall’ex marito taiwanese di aver trattenuto il figlio interrompendo ogni contatto con l’uomo.

L’incubo dei padri stranieri e la trappola del Koseki

Per i padri stranieri, tuttavia, la strada è sbarrata a priori: i tribunali ritengono quasi sempre che crescere con un genitore non giapponese vada contro l’interesse del minore, che deve essere educato secondo gli standard locali. Celebre il caso del francese Vincent Fichot che ha condotto uno sciopero della fame durante le Olimpiadi di Tokyo del 2021 per denunciare la sottrazione dei figli da parte dell’ex moglie giapponese. In quel caso la Francia aveva addirittura emesso un mandato di arresto internazionale contro la donna, che il Giappone si è rifiutato di eseguire. 

L’estromissione del genitore è quindi totale: niente cartelle cliniche, nessun aggiornamento scolastico e visite supervisionate e ridotte a pochissime ore l’anno. Qualsiasi tentativo di contatto autonomo rischia di sfociare in denunce per stalking o violazione di domicilio. Nel caso di Dall’Arno, neppure il console italiano ha potuto verificare lo stato di salute dei bambini: “Né mia moglie né il suo legale hanno dovuto giustificare il veto alla visita consolare, garantita dal diritto internazionale per i cittadini italiani. La collusione delle autorità locali con questo sistema è totale”.

A complicare il quadro per gli stranieri si aggiunge il Koseki (il registro di famiglia nipponico): un cittadino non giapponese non può figurare come capofamiglia e, in caso di divorzio, il suo nome viene semplicemente cancellato dal registro, privandolo di ogni autorità legale sui figli.

Persino in caso di decesso del genitore giapponese, la custodia del minore viene spesso assegnata ai nonni giapponesi anziché al genitore biologico straniero superstite. Come nel caso di Michele Becattini, che non ha potuto rivedere il figlio neppure dopo la morte della moglie e nonostante una sentenza a suo favore. Inoltre, come rileva un’inchiesta della CNN, per gli stranieri la sfida principale è rappresentata dalle barriere linguistiche e dalla frequente mancanza di un’adeguata rappresentanza legale.

La giustizia punisce chi cerca i figli

Chi tenta di riavvicinarsi ai figli rischia il carcere. “Nell’ottobre 2025 Randy Kavanagh, padre australiano di due bambine sottratte dalla moglie, giapponese, è stato arrestato e detenuto venti giorni senza alcuna accusa per aver chiesto come mai gli fosse impedito partecipare ad un evento sportivo nella scuola della figlia”, aggiunge Dall’Arno. 

“Per questo motivo non ho provato ad avvicinarmi ai miei figli. Il Giappone non è uno Stato di diritto: la detenzione senza accuse dura fino a venti giorni, con interrogatori continui e senza assistenza legale. È una misura usata abitualmente contro i genitori che cercano i figli. Questa guerra non si vince combattendo alle regole imposte dal nemico sul territorio controllato dal nemico: l’unica arma a cui il Giappone ha dimostrato di essere sensibile è la vergogna, che si genera sollevando lo sdegno dell’opinione internazionale”. 

“Il chiodo che sporge va ribattuto”

In Giappone Dall’Arno non ha trovato alcun sostegno per la sua battaglia: “Perfino i colleghi alzavano le spalle dicendo che ci sono cose più importanti dei figli”. Un atteggiamento che secondo il docente riflette una cultura in cui il dissenso non è contemplato, riassunta dal celebre proverbioIl chiodo che sporge va ribattuto’.

“I media evitano i temi sociali e il Paese non ha una tradizione di lotta per i diritti umani o la democrazia”, sostiene. “Il pensiero critico è soppresso e ogni critica è vista solo come un fastidio alla struttura sociale. Nelle mie classi, i giovani giapponesi faticavano a esprimere opinioni o fare domande. Il mio terrore più grande è che i miei figli, crescendo lì senza gli insegnamenti sul pensiero critico e l’empatia che trasmettevo loro, non riescano da adulti a giudicare il dramma che hanno vissuto”.

L’opera di lavaggio del cervello

La paura di Dall’Arno non è astratta, considerando che a rimetterci sono soprattutto i figli. Il Giappone registra un tasso di povertà infantile del 56% nelle famiglie monogenitoriali con genitore lavoratore (tra i dati più alti dell’OCSE). Le madri single rimaste sole spesso sprofondano nella precarietà finanziaria, prive di reali sostegni statali e con ex coniugi che, tagliati fuori dalla vita dei figli, finiscono per rifiutarsi di versare gli alimenti. 

Ma è sul piano psicologico che si verificano i danni peggiori: sette bambini su dieci subiscono traumi a causa dell’allontanamento forzato. Non di rado il genitore che rapisce il figlio crea delle forti pressioni psicologiche per mettere il bambino contro all’altra figura genitoriale.

Nell’unico contatto telefonico che ho avuto con mia figlia, avvenuto due settimane dopo il suo rapimento, lei, evidentemente catechizzata in questo senso, mi ha detto che i genitori sono mutuamente esclusivi: se lei fosse stata con me, non sarebbe potuta stare con la madre”, racconta Dall’Arno e aggiunge: “C’è uno sforzo evidente, sia da parte di mia moglie, che della sua famiglia, che delle autorità in generale, di cancellare nei bambini ogni memoria del genitore vittima dell’impunità della sottrazione minorile”.

Se da un lato il Paese non vuole vedere il problema, dall’altro molti giapponesi si stanno esponendo per fronteggiarlo. La parlamentare Yukiko Kada in un video dello scorso anno sosteneva che “la responsabilità genitoriale condivisa contribuisce alla stabilità psicologica, economica e sociale del bambino, e di conseguenza alla sua felicità” e di come “il Giappone si trovi quasi agli ultimi posti al mondo per quanto riguarda il livello di felicità dei bambini”. 

La nuova riforma: vero cambiamento o facciata?

Il primo aprile 2026, sotto la pressione internazionale, è entrata in vigore una riforma del codice civile che ha introdotto il Kyodo Shinken (affidamento condiviso), consentendo ai tribunali di optare per la custodia congiunta anziché solo per quella esclusiva. Dall’Arno resta tuttavia scettico: “È propaganda per placare lo sdegno internazionale e lascia la sottrazione minorile impunita. Come evidenziato anche dal politico Watanabe e dall’avvocato Ueno, è impensabile colmare un vuoto penale con un aggiornamento del codice civile: bisogna penalizzare la sottrazione minorile e serve una poderosa opera che porti vergogna sui responsabili. Il regime nipponico tenta di annacquare la questione presentando il problema come uno scontro tra l’affido esclusivo e quello condiviso (questioni importanti, ma di natura civile) convenientemente evitando di parlare dell’elefante nella stanza, ovvero l’impunità della sottrazione minorile (questione penale)”.

In questo momento per l’uomo “la situazione è selvaggia: come in un duello del Far West, in cui il primo pistolero che spara vince mentre l’altro muore, oggi il primo genitore che rapisce i figli “vince” mentre i figli restano di fatto orfani dell’altro genitore. Parlare di affido, che sia esclusivo o condiviso, non ha senso fino a quando ai genitori sarà comunque concesso di rapire i figli”.

Secondo alcuni esperti intervistati in un’inchiesta della CNN, questa riforma riconoscerebbe l’affidamento condiviso legale (lo Shinken), ma non garantirebbe l’affidamento fisico condiviso (Kango) e non amplierebbe automaticamente i diritti di visita. Inoltre la norma si applica ai nuovi procedimenti, lasciando senza tutele centinaia di migliaia di genitori i cui figli sono stati sottratti negli anni precedenti. Il rischio quindi è che il minore continui a risiedere esclusivamente con chi lo ha sottratto, lasciando al genitore escluso solo il diritto di firmare documenti a distanza.

Un’altra fetta di critici si preoccupa per chi fugge da situazioni di violenza: gli accordi di affidamento congiunto potrebbero consentire a un ex maltrattante di continuare ad abusare del proprio ex partner o del figlio, sebbene i tribunali per la famiglia non siano autorizzati a concedere l’affidamento quando gli abusi sono citati come causa di divorzio.

Infine, tra chi è a favore della riforma è diffusa la speranza che faciliti il coinvolgimento dei figli nella vita genitoriale dopo il divorzio. Gli interrogativi rimangono ancora aperti e al momento, nessuno sa con certezza come i tribunali giapponesi gestiranno ogni situazione.

La campagna di sensibilizzazione dall’Italia

Dall’Italia, Michele Dall’Arno muove critiche anche alla gestione diplomatica nazionale: “Il governo italiano ha dimostrato inequivocabilmente di dare peso all’interesse politico ed economico più che al destino di qualche decina di bambini italiani rapiti e trafficati dal Giappone. Ad ogni incontro, la prima ministra italiana bacia ed abbraccia quella giapponese, responsabile dell’impunità della sottrazione minorile nel suo Paese. Il ministero degli Esteri, nei decenni, non ha preso posizione pubblica alcuna sul problema e non ha attivato alcuna campagna di informazione e prevenzione che, informandomi, avrebbe potuto salvare i miei figli. Quanti sono gli italiani informati del pericolo dal ministero competente? A quanto mi risulta, zero. Quanti invece quelli informati dalla campagna del sottoscritto? Milioni, verosimilmente con decine di futuri bambini italiani che potranno scampare da questo abominio. Pensavo che avrei avuto più tempo per preparare i miei figli alla vita, ma ciò che ho insegnato loro dovrà bastare. A loro dico di pensare con la propria testa, di non credere a nulla se non lo hanno prima verificato e di restare uniti. Papà si aprirà un cammino fino a voi, in un modo o nell’altro”, conclude. 

Un canale è quello di YouTube, UnfatheredByJapan, da cui Dall’Arno continua ogni sera a leggere i libri preferiti dei suoi tre figli prima della buonanotte. “Leggo ai miei bambini e impartisco loro insegnamenti sul pensiero critico e l’empatia perché so che, altrimenti, quegli stessi insegnamenti non li riceveranno crescendo nel contesto giapponese. La pressione mediatica è senza dubbio l’arma principale per sconfiggere l’impunità della sottrazione minorile in Giappone e il traffico istituzionalizzato di 150mila bambini che ogni anno questa induce. La società giapponese, che viola senza remore i diritti fondamentali dei bambini, teme la vergogna più di ogni altra cosa. E allora facciamola vergognare”. 

Fonti

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