La censura votata dal Congresso boliviano contro il ministro dell’Economia José Gabriel Espinoza potrebbe sembrare una delle tante dispute procedurali che affollano la vita parlamentare. In realtà, dietro la controversia sui voti necessari e sull’assenza del ministro in aula si sta consumando uno scontro ben più importante: chi debba governare la crisi economica boliviana e sostenere il costo politico delle misure concordate con il Fondo monetario internazionale.
Novantuno parlamentari hanno votato contro Espinoza. Il governo sostiene che ne sarebbero serviti centoundici, equivalenti ai due terzi dei centosessantasei componenti del Congresso. La presidenza considera quindi incostituzionale la censura e intende rivolgersi al Tribunale costituzionale. Se invece la deliberazione parlamentare fosse ritenuta valida, il presidente Rodrigo Paz avrebbe ventiquattro ore per rimuovere il ministro.
Non è una questione secondaria. Espinoza è uno degli artefici del programma economico del governo, ha condotto i negoziati con gli organismi finanziari multilaterali e rappresenta il volto pubblico delle riforme. La sua sostituzione non determinerebbe necessariamente un cambiamento immediato della linea economica, ma indebolirebbe l’autorità di Paz proprio mentre l’esecutivo deve convincere il Parlamento ad approvare il programma finanziario negoziato a luglio con il Fondo monetario.
Un’economia senza margini
La Bolivia soffre una persistente carenza di valuta estera e combustibili. La diminuzione delle entrate legate agli idrocarburi, la necessità di finanziare le importazioni di carburante e il peso delle sovvenzioni statali hanno progressivamente ridotto gli spazi di manovra. Le file ai distributori e le difficoltà nell’approvvigionamento del gasolio non sono soltanto problemi logistici: mostrano l’esaurimento di un modello economico fondato sulla redistribuzione delle rendite energetiche.
Espinoza ha giustificato la propria assenza dal Congresso con la necessità di recarsi a Santa Cruz per affrontare l’emergenza del gasolio, prima di partire per il Brasile. La spiegazione non ha convinto i parlamentari, che volevano interrogarlo sulla politica monetaria e sulla pianificazione macroeconomica. Il ministro ha parlato di politicizzazione estrema, ma il nodo rimane: il governo chiede libertà d’azione mentre il Congresso rivendica il diritto di controllare decisioni destinate a incidere su salari, prezzi, sovvenzioni e spesa pubblica.
Gli scenari economici possibili sono tre. Nel primo, Espinoza resta al suo posto grazie all’intervento del Tribunale costituzionale e tenta di portare avanti il programma concordato con il Fondo monetario. Sarebbe la soluzione più rassicurante per i creditori, ma aggraverebbe lo scontro con il Parlamento. Nel secondo, Paz sacrifica il ministro e nomina una figura più accettabile per le opposizioni. Potrebbe ottenere una tregua politica, pagando però il prezzo di apparire debole e di rallentare i negoziati finanziari.
Nel terzo, lo scontro istituzionale blocca tanto la riforma quanto il finanziamento internazionale. Sarebbe l’esito più pericoloso: riduzione delle riserve, ulteriori difficoltà nelle importazioni, crescita del mercato parallelo della valuta e nuove tensioni sociali.
Il Fondo Monetario come bersaglio politico
Il programma finanziario viene presentato dal governo come indispensabile per stabilizzare l’economia. Per i suoi avversari, però, può diventare il simbolo di una politica dettata dall’esterno. Ogni eventuale riduzione delle sovvenzioni ai carburanti, contenimento della spesa o correzione monetaria rischierebbe di alimentare proteste in un Paese dove sindacati, minatori, coltivatori e organizzazioni territoriali possiedono una considerevole capacità di mobilitazione.
Il paradosso è evidente. Senza finanziamenti esterni, Paz potrebbe non disporre delle risorse necessarie per evitare una crisi più grave. Ma accettando condizioni impopolari rischierebbe di perdere il consenso indispensabile per governare. Espinoza si trova esattamente al centro di questa contraddizione e la sua censura permette ai parlamentari di colpire il programma economico senza assumersi direttamente la responsabilità di respingerlo.
La polemica sull’acquisto di un’automobile di lusso, dichiarata a un valore molto inferiore a quello di mercato, ha poi fornito agli oppositori un argomento particolarmente efficace. Anche se Espinoza attribuisce la discrepanza a un errore amministrativo, l’immagine di un ministro associato a un bene costoso è politicamente devastante mentre la popolazione affronta scarsità di carburante e perdita del potere d’acquisto.
Brasile, litio e sovranità economica
La crisi ha anche una dimensione geoeconomica. La Bolivia possiede enormi risorse minerarie, a cominciare dal litio, ma non dispone ancora di una struttura industriale capace di trasformarle pienamente in ricchezza e autonomia. Le difficoltà energetiche aumentano la dipendenza dai Paesi vicini e dagli investitori stranieri, mentre Brasile, Argentina, Cina, Russia, Stati Uniti e potenze europee osservano con attenzione l’evoluzione del settore minerario boliviano.
Per il Brasile, la stabilità di La Paz è importante sia per gli scambi sia per l’equilibrio regionale. Per la Cina, la Bolivia rappresenta una possibile componente delle catene di approvvigionamento delle batterie e delle tecnologie energetiche. Per Washington, un programma sostenuto dal Fondo Monetario può favorire il ritorno del Paese entro un sistema finanziario più vicino alle istituzioni occidentali.
La vera posta in gioco non è quindi soltanto la sorte di Espinoza, ma l’orientamento economico internazionale della Bolivia e la distribuzione delle sue risorse strategiche.
Il rischio di una crisi istituzionale permanente
Non esiste al momento una dimensione militare diretta dello scontro. Tuttavia, in Bolivia le crisi economiche possono rapidamente trasformarsi in blocchi stradali, occupazioni, scioperi e disordini. Se la paralisi istituzionale dovesse compromettere l’approvvigionamento di carburante e beni essenziali, polizia e forze armate potrebbero essere chiamate a proteggere infrastrutture, depositi e vie di comunicazione. Sarebbe il segnale del passaggio da una controversia parlamentare a una crisi della capacità dello Stato.
Paz può forse salvare il suo ministro ricorrendo ai giudici. Molto più difficile sarà salvare contemporaneamente il programma economico, la collaborazione del Congresso e il consenso sociale. La battaglia sui novantuno voti è soltanto l’inizio: dietro la censura di Espinoza si prepara il confronto decisivo su chi dovrà pagare il costo della stabilizzazione boliviana.
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