Skip to content
Difesa

Navi USA costruite all’estero? Dai cantieri e da parte del Congresso arriva un secco “no”

Congresso e cantieri navali si oppongono alla decisione di Trump di delocalizzare la costruzione di navi da guerra per la U.S. Navy.

Il piano del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di allargare la costruzione di navi da guerra per la U.S. Navy ai cantieri navali stranieri sta incontrando resistenza da parte dei costruttori navali statunitensi e di alcune ali del Congresso. Lo scorso giugno era emersa la notizia riguardante la possibilità che gli Stati Uniti si affidassero ai cantieri navali di Paesi alleati – di alto livello tecnologico – per costruire alcune classi di unità navali destinate alla marina statunitense. Il Pentagono aveva incaricato la U.S. Navy di valutare i cantieri navali e i progetti giapponesi e coreani per l’impiego nella flotta statunitense, con documenti di bilancio che specificavano che i fondi sarebbero stati “suddivisi in due distinti studi e progetti di acquisizione, mirati al futuro parco navale di incrociatori/cacciatorpediniere e fregate”. Era anche emerso che il Pentagono stava valutando sia progetti navali stranieri sia la possibilità di costruire componenti in cantieri navali alleati, nell’ambito del suo sforzo per espandere la capacità di cantieristica della U.S. Navy.

A questa indagine delle forze armate USA ha fatto seguito un memorandum sulla sicurezza nazionale di Trump datato 13 agosto, che ha creato un percorso per i costruttori navali stranieri finalizzato a costruire le prime due unità di alcuni programmi della marina USA nei loro cantieri nazionali, prima di trasferire la produzione successiva negli Stati Uniti. L’amministrazione definisce questo approccio “Modello Finlandia”, ispirandosi al programma Arctic Security Cutter della Guardia Costiera statunitense. Per qualificarsi, i costruttori navali stranieri devono costruire o acquisire una partecipazione di controllo in un cantiere navale statunitense, assumere e formare lavoratori americani, trasferire la tecnologia e stabilire una catena di approvvigionamento negli Stati Uniti. Il modello, secondo quanto emerso, potrebbe essere applicato a tre tipologie di navi: una nuova unità di superficie da combattimento in grado di svolgere missioni antisommergibile, di guerra di superficie e di scorta ai convogli; navi da supporto logistico per il rifornimento in mare (Consolidated Cargo Replenishment at Sea) e navi ro-ro (roll-on/roll-off).

In definitiva, la direttiva di Trump consente ai costruttori stranieri qualificati di costruire navi per la U.S. Navy all’estero, a condizione che le aziende effettuino investimenti sostanziali nella cantieristica navale statunitense. La sudcoreana Hanwha e l’italiana Fincantieri sono emerse come potenziali beneficiarie: Hanwha ha acquisito il cantiere navale di Filadelfia nel 2024 e si è impegnata a investire 5 miliardi di dollari per l’ampliamento della struttura, mentre Fincantieri ha investito oltre 800 milioni di dollari nei suoi cantieri navali statunitensi nell’ultimo decennio.

La decisione, che appare poco ortodossa e decisamente storica per un Paese che dal secondo dopoguerra a oggi ha fatto del dominio del mare la sua strategia principale, è stata determinata dall’annoso – e arcinoto – problema della cantieristica statunitense, a corto di personale, di infrastrutture e pertanto oberata di lavoro al punto da aver dilatato i tempi di consegna delle nuove unità. Si tratta di una vera e propria emergenza, a cui il piano presidenziale per la cantieristica nazionale non è ancora riuscito a ovviare. Pertanto la decisione di esternare la produzione di navi da guerra è sembrata la scelta più logica per recuperare l’efficacia e la capacità di deterrenza della marina statunitense, afflitta anche da problemi di arruolamento – ora meno sentiti – e di morale per via proprio della scarsa possibilità di effettuare le normali rotazioni di uomini e mezzi.

Questa mossa, come detto, non è affatto piaciuta ad alcune anime del Congresso ma soprattutto ai produttori navali statunitensi, che avvertono che ogni nave costruita all’estero rappresenta un lavoro che potrebbe invece sostenere i cantieri americani. “Sebbene gli investimenti stranieri nei cantieri e negli impianti navali statunitensi siano lodati per il raggiungimento degli obiettivi dell’amministrazione di rivitalizzare la base industriale cantieristica, l’ordine al Dipartimento della Marina di costruire all’estero non fa altro che minare il Piano d’azione marittima federale e gli investimenti generazionali nella cantieristica navale commerciale e governativa”, ha dichiarato in un comunicato Matthew Paxton, presidente dello Shipbuilders Council of America. “Ogni scafo costruito all’estero rappresenta domanda, posti di lavoro e capacità industriale sottratti ai cantieri navali americani che questa amministrazione si era impegnata a ricostruire”, ha aggiunto Paxton. “Esortiamo il Dipartimento a cambiare rotta e a reindirizzare questi fondi verso cantieri navali statunitensi qualificati”.

Alcune anime democratiche del Congresso hanno anche aggiunto, opponendosi al piano di Trump, che la delocalizzazione della produzione navale potrebbe minare la sicurezza nazionale, in quanto lavoratori stranieri verrebbero istruiti per costruire tecnologie prettamente statunitensi. Il deputato Jared Golden, democratico del Maine il cui distretto comprende il cantiere navale General Dynamics Bath Iron Works, ha criticato duramente la direttiva di Trump, definendola incoerente con il messaggio “America First” dell’amministrazione. “Non so come dovremmo prendere sul serio le dichiarazioni altisonanti di questa amministrazione, che si sforzano di mantenere l’America al primo posto quando sembra determinata a delocalizzare i posti di lavoro nel settore della costruzione navale americana e, ora, a vendere i cantieri navali americani a società straniere”, ha affermato Golden, facendo anche riferimento a una disposizione che è riuscito ad aggiungere al National Defense Authorization Act (NDAA) per l’anno fiscale 2027, approvato dalla Camera, che vieta l’utilizzo dei fondi di bilancio per la stipula di contratti per la costruzione di navi da guerra in cantieri stranieri.

Questo contrasto sembra ora destinato a sfociare in un più ampio scontro tra la Casa Bianca, il Congresso e l’industria cantieristica statunitense su dove dovrebbe effettivamente essere costruita la prossima generazione di navi della U.S. Navy.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto