Ci sono momenti in cui un Paese racconta se stesso attraverso ciò che sceglie di celebrare. E allora i dettagli contano più dei discorsi ufficiali. Nel 2026 gli Stati Uniti compiono 250 anni e la Casa Bianca di Donald Trump ha costruito attorno all’anniversario una gigantesca macchina celebrativa: parate, fuochi d’artificio, una grande fiera nazionale, eventi sportivi e una serie di appuntamenti pensati per mettere in scena l’idea di una nazione forte, competitiva, patriottica e orgogliosa della propria storia.

Dentro questo progetto ci sono i Patriot Games, la competizione per adolescenti che il governo americano ha presentato come una celebrazione della “prossima generazione” di leader, atleti e cittadini. Fortunatamente, si sono conclusi la scorsa settimana. Il nome, da solo, sembra scritto per un film. La formula ancora di più. Un ragazzo e una ragazza tra i 14 e i 17 anni per ciascuno dei 50 Stati, insieme a rappresentanti di territori statunitensi e nazioni tribali, sono stati selezionati per confrontarsi in una serie di prove fisiche. Oltre 120 adolescenti sono arrivati alla SPIRE Academy di Geneva, in Ohio, dal 9 all’11 agosto.
Poi è cominciata la selezione. Punti, eliminazioni, semifinali, finale. Fino a lasciare otto atleti e, alla fine, due vincitori: un ragazzo e una ragazza. Il premio non è simbolico. È di quelli che, per una famiglia americana, possono davvero cambiare una traiettoria personale: 125mila dollari ciascuno in borse di studio, per un montepremi complessivo di 250mila dollari. I primi campioni sono stati Kennadi Fuhrman, del Kansas, e Rockwell Myers, dello Utah.
Ed è qui che il paragone con The Hunger Games calza a pennello. Giovani selezionati in rappresentanza delle proprie comunità, portati dentro una competizione nazionale, sottoposti a prove fisiche, progressivamente eliminati, osservati dalle telecamere e trasformati in simboli della nazione. La differenza fondamentale è che qui il premio non è sopravvivere. È potersi permettere il college.
Dalla promessa americana alla gara per una borsa di studio
Il dato più interessante dei Patriot Games è forse proprio quello economico. La propaganda ufficiale li presenta come una celebrazione di carattere, determinazione, resilienza, eccellenza e spirito americano. Freedom 250, l’organizzazione non profit incaricata di alcuni dei principali eventi per il 250° anniversario, li descrive come un’occasione per mettere in scena “America’s next generation”.
La Casa Bianca aveva già annunciato la competizione nel 2025, inserendola nel programma delle celebrazioni per il semiquincentenario. Nel maggio 2026 Trump aveva poi formalizzato il progetto attraverso la proclamazione sul National Physical Fitness and Sports Month, spiegando che i Patriot Games avrebbero riunito un giovane uomo e una giovane donna da ogni Stato e territorio.

Il linguaggio ufficiale è quello dell’ottimismo americano: sport, salute, disciplina, competizione, leadership. Ma sotto c’è una realtà molto più concreta. 125mila dollari sono tanti soldi. Non sono semplicemente un premio televisivo. Sono una somma che può incidere realmente sulla possibilità di frequentare un’università, ridurre il debito studentesco o permettere a un ragazzo di scegliere un percorso accademico altrimenti troppo costoso. E proprio questo rende la competizione molto più americana di quanto possa sembrare. Perché il grande sogno americano contemporaneo passa sempre più spesso attraverso una porta strettissima: quella dell’accesso all’istruzione.
Il college negli Stati Uniti è diventato una delle grandi questioni sociali del Paese. L’università può rappresentare l’accesso a redditi più alti, ma anche un investimento economicamente pesante. Per un adolescente, dunque, quei 125mila dollari non sono soltanto una cifra spettacolare da esibire in televisione: possono diventare una possibilità concreta.
Ed è qui che il Patriot Games assume una seconda dimensione. Il sogno americano viene raccontato come una gara. E la gara assegna a due soli vincitori una risorsa capace di modificare la loro vita. Il messaggio implicito è potente: non tutti possono vincere, ma tutti possono provare. È una versione aggiornata dell’antica mitologia americana della meritocrazia. Solo che nel frattempo il terreno sotto i piedi è diventato molto più difficile.
Uno strazio televisivo
Il culmine di questa estenuante kermesse televisiva è stata l’ultima fase, in cui i quattro studenti più talentuosi della nazione si sono sfidati per vedere chi riusciva a superare il “Percorso Patriottico”, un percorso a ostacoli con corde, cerchi, “la porta della libertà”, le sbarre dell'”American Traverse” e una scalata finale fino alla “vetta del patriota”, il più velocemente possibile.
E qui il grande spettacolo patriottico ha cominciato inesorabilmente a somigliare a una gigantesca recita scolastica con un budget decisamente sproporzionato. Il problema non erano i ragazzi, che facevano esattamente quello che ci si aspettava da loro: correre, inciampare, saltare, sudare e cercare di non fare una figuraccia davanti alle telecamere. Il problema era l’enfasi apocalittica con cui la televisione pretendeva di trasformare ogni salto in un momento storico e ogni ostacolo in una prova dello spirito americano. La “Porta della Libertà“, in particolare, sembrava meno un simbolo della più antica democrazia moderna e più una struttura comprata all’ingrosso per una sagra di paese.
Dopo mesi di annunci sulla celebrazione dei 250 anni degli Stati Uniti, una Casa Bianca che aveva promesso uno spettacolo senza precedenti e una macchina organizzativa costruita per evocare grandezza, il risultato televisivo è apparso sorprendentemente piccolo. Adolescenti impacciati impegnati in una gara che faticava persino a trovare un ritmo televisivo. E mentre la produzione insisteva nel presentare ogni eliminazione come se fosse una pagina di storia nazionale, lo spettatore poteva avere la sensazione che il vero “Percorso Patriottico” fosse arrivare fino alla fine della trasmissione senza cambiare canale.
La grammatica degli Hunger Games senza la distopia
Quando Trump ha annunciato l’iniziativa, il governatore democratico della California Gavin Newsom rispose sui social utilizzando un riferimento diretto alla saga cinematografica: “May the odds be ever in your favor”, la frase associata proprio agli Hunger Games.
Il parallelismo è evidente soprattutto nella struttura. Nei romanzi di Suzanne Collins, i ragazzi vengono estratti dai distretti e portati davanti alle telecamere in una competizione organizzata dal potere centrale. I partecipanti sono contemporaneamente concorrenti, spettacolo e simboli politici. Nei Patriot Games, naturalmente, non c’è nulla di paragonabile alla violenza della fiction. Ma ci sono alcuni elementi narrativi che producono una curiosa risonanza: la rappresentanza territoriale, la giovane età dei concorrenti, la selezione, la progressiva eliminazione, il pubblico, la televisione e il vincitore trasformato in eroe nazionale.
E soprattutto c’è una cosa che Hunger Games aveva intuito molto bene: il potere moderno non si limita a governare. Racconta. La competizione americana è stata infatti costruita anche per la televisione. Le prove sono state trasmesse in streaming sull’app ESPN e la finale è diventata uno speciale in prima serata su ABC. I ragazzi hanno affrontato prove molto lontane da un tradizionale campionato sportivo: kickball, dodgeball, circuiti di resistenza, prove ispirate al Presidential Fitness Test, un percorso di addestramento in stile militare, tiro a canestro e, alla fine, un percorso a ostacoli.
Il primo giorno si sono disputate le prove iniziali; il secondo ha portato avanti la selezione; il terzo ha ristretto ulteriormente il gruppo fino alla fase finale. Dopo i primi due giorni i migliori 16 ragazzi e le migliori 16 ragazze sono avanzati alla terza giornata, prima di arrivare alla fase conclusiva. La televisione ha poi fatto il resto.
Il patriottismo come spettacolo
La domanda più interessante non è allora se i Patriot Games siano “gli Hunger Games di Trump”. La domanda è: quale America hanno messo in scena? Perché l’America reale è molto più complicata della scenografia dei Patriot Games.
Gli Stati Uniti del 2026 sono un Paese profondamente polarizzato, multiculturale, urbano e rurale, religioso e secolare, bianco e non bianco, conservatore e progressista. I Patriot Games hanno invece prodotto una rappresentazione molto più uniforme. Il Washington Post ha raccontato l’apertura dell’evento sottolineando proprio la quantità di interrogativi sulla selezione dei concorrenti e parlando di oltre 120 partecipanti arrivati attraverso un processo non particolarmente trasparente.
L’iniziativa ha poi sollevato interrogativi sulla composizione demografica dei partecipanti, definita “overwhelmingly White”. La questione non riguarda soltanto l’etnia: diversi osservatori hanno notato la presenza di numerosi adolescenti provenienti da scuole private cristiane e una rappresentazione che non sembrava riflettere la complessità demografica del Paese.
La selezione prevedeva candidature e materiali video nei quali i ragazzi dovevano spiegare perché volessero partecipare, che ruolo avesse avuto lo sport nella loro vita e che cosa avrebbe significato per loro vincere la borsa di studio. Il risultato è quindi qualcosa di diverso da un campionato nazionale tradizionale. Sono stati scelti ragazzi che funzionano anche come personaggi televisivi. È esattamente il meccanismo con cui la politica contemporanea costruisce la propria narrazione: non attraverso statistiche astratte, ma attraverso persone facilmente riconoscibili, capaci di incarnare un valore.
Nel vecchio sogno americano, il successo individuale doveva dimostrare che il sistema offriva opportunità. Nei Patriot Games, l’opportunità è letteralmente il premio della competizione. Due ragazzi vincono, gli altri perdono. Ed è difficile immaginare una metafora più efficace dell’America contemporanea. Basta mettere in palio 250mila dollari davanti alle telecamere e chiedere a oltre cento adolescenti di contenderseli.
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