“Sulla base della nostra responsabilità nazionale e a seguito dell’escalation militare, chiediamo il ritiro di tutte le forze straniere dal territorio giordano». Così, lo scorso 30 luglio, oltre 130 personalità culturali, accademiche, politiche e tribali hanno lanciato un appello urgente al governo giordano, chiedendo di “revocare l’accordo di sicurezza e militare stipulato con gli Stati Uniti” e di sottoporlo al Parlamento.
In un Paese dove la libertà di informazione è altamente limitata, una simile iniziativa è rara, ma comprensibile alla luce delle circostanze. Con la ripresa delle ostilità tra USA e Iran dopo la fine del fragile cessate il fuoco, l’appello è arrivato a seguito di una serie di attacchi diretti sul suolo giordano da parte dell’Iran dalla metà di luglio. Missili e droni hanno colpito strutture che ospitano le forze statunitensi, causando la morte di tre soldati USA e danni a infrastrutture civili e militari. È una novità rispetto a 2025 e 2024, quando le intercettazioni dell’aviazione giordana dei missili iraniani venivano presentate da Amman come “scudo a difesa del territorio nazionale”, nonostante fossero diretti contro Israele.

Gli attacchi stanno soprattutto svelando le contraddizioni del delicato ruolo giordano nel contesto regionale, in particolare delle alleanze con Stati Uniti, Israele e Paesi del Golfo. Hanno riportato nel dibattito pubblico la natura “oscura” della presenza militare americana in Giordania. Mentre i media internazionali parlano di “basi statunitensi”, il governo giordano evita ufficialmente di definirle tali, contraddicendo anche il presidente USA Donald Trump, che ha giurato vendetta contro l’Iran per gli attacchi “contro le nostre basi”.
Il nodo è proprio l’accordo di cooperazione militare tra USA e Giordania denunciato dalla lettera. Firmato nel 2021 e tuttora non pubblico, fornisce praticamente carta bianca alla presenza di oltre 3mila soldati e mezzi statunitensi nel Paese, per l’utilizzo della base Muwaffaq Salti, nella provincia desertica di Azraq, proprio dove si sono concentrati gli attacchi iraniani. A complicare il quadro sono state le dichiarazioni di Teheran, che ha ringraziato “la popolazione giordana” per il supporto all’identificazione delle forze USA.

“È molto probabile che con questi attacchi, sorprendenti per precisione ed efficacia, Teheran intenda fare pressioni psicologiche su Amman, ben consapevole che l’opinione pubblica in Giordania è divisa”, afferma ad Inside Over l’analista politico giordano Osama Al-Sharif. “Alcuni condannano l’Iran per aver violato la sovranità nazionale, mentre altri lo considerano un’azione contro il predominio regionale di Israele”. Con Israele, la Giordania è in pace dal 1994, ma l’accordo non è mai stato pienamente accettato dalla maggioranza della popolazione, composta per oltre il 70% da cittadini di origine palestinese. E anziché sugli attacchi iraniani, è proprio verso l’altra sponda del fiume Giordano che le preoccupazioni del regno hashemita sono rivolte, in realtà, negli ultimi tre anni, e da cui provengono le principali ripercussioni politiche, economiche e sociali del genocidio ancora in corso in Palestina.

Oltre alla distruzione di Gaza, per Al-Sharif “l’azione israeliana in Cisgiordania, con rioccupazione di vasti territori, fomentazione della violenza dei coloni e strangolamento dell’economia palestinese, il possibile sfollamento di massa dei palestinesi rappresenta una minaccia diretta per Amman”. Inoltre, molti palestinesi della Cisgiordania – secondo fonti diplomatiche e interne all’UNRWA, circa un milione – possiedono la cittadinanza giordana e da mesi si spostano lentamente in Giordania. Un nuovo afflusso altererebbe la composizione demografica del Paese, oltre a rappresentare una gravissima crisi umanitaria.

Amman, dunque, potrebbe fare poco contro Israele su questo ambito, così come è limitato il suo margine di manovra rispetto ad altre due questioni cruciali per il regno hashemita, e per gli equilibri regionali.
La prima riguarda la recente decisione unilaterale di Tel Aviv di sospendere la cooperazione in materia idrica prevista dal trattato di pace: ogni anno Israele fornisce alla Giordania 100 milioni di metri cubi d’acqua, fondamentali per il territorio hashemita, ma il governo Netanyahu ha deciso di interromperla per la crescente retorica “anti-israeliana” di Amman. La seconda è la custodia giordana del complesso della moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme. Da due mesi circolano notizie, non smentite, secondo cui Washington e Tel Aviv starebbero lavorando per modificarne lo status quo e arrivare a un nuovo accordo più allineato agli interessi israeliani. Se ciò avvenisse, verrebbero alterati gli equilibri tra le tre religioni abramitiche, basati da decenni su un consenso internazionale sullo status quo garantito proprio dalla Giordania. Per la monarchia hashemita, perdere questo importante ruolo diplomatico sarebbe un ulteriore e durissimo colpo, le cui ripercussioni potrebbero interessare l’intera regione.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.
