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Guerra

Ucraina, la “campagna dei 40 giorni” è fallita. Il prossimo pericolo è l’inverno

Oggi non si prospetta una imminente e spettacolare sconfitta militare dell'Ucraina, ma la presa d'atto di una realtà assai più dura.
ucraina

Senza troppo clamore, si è conclusa l’operazione ucraina detta “dei 40 giorni“. Il suo obiettivo dichiarato era intensificare l’uso di grossi droni per colpire obiettivi strategici nel territorio russo, in profondità. Lanciata con grande clamore dal governo di Volodymyr Zelensky come la possibilità di infliggere danni economici a Mosca e spingerla verso un tavolo negoziale, e rilanciata dai media alleati come una possibile svolta nel conflitto, la campagna oggi presenta un bilancio piuttosto scarno: dei risultati sperati ce ne sono pochi, e l’impatto al fronte sembra molto lieve, se non inesistente.

Quello che è successo è che l’idea che la tecnologia dei droni, per quanto avanzata, possa cambiare da sola le sorti del confronto si è scontrata con la logica di una guerra di attrito, combattuta principalmente sul campo con l’artiglieria e la fanteria. Va detto che gli attacchi ucraini sono stati realmente impressionanti, per la loro portata e l’effetto sorpresa: hanno riguardato raffinerie di petrolio, depositi logistici e navi della cosiddetta flotta ombra russa, causando oltre a morti e feriti (anche civili) e un bel po’ di preoccupazione per i russi comuni, anche importanti disagi in diverse regioni della Federazione, a partire dai magazini della catena Wildberries, che è un po’ l’Amazon russo. Ma non hanno compromesso la capacità fondamentale di Mosca di sostenere uno sforzo bellico sul lungo periodo.

In risposta, Mosca si è fatta sentire con attacchi molto più importanti sulla capitale e sulle infrastrutture critiche dell’Ucraina, in particolare sui porti dell’oblast di Odessa: un’area vitale per l’economia di Kyiv, dalla quale passa circa il 70 per cento delle esportazioni totali del Paese e oltre il 90 per cento di quelle agricole. A differenza del territorio russo, che è immenso e consente una maggiore dispersione degli obiettivi, la rete portuale ucraina è concentrata in un tratto di costa ristretto, elemento che la rende particolarmente vulnerabile. Secondo alcune analisi, l’Ucraina rischia di perdere tra l’1 per cento e l’1,5 per cento del Pil entro fine anno se la Russia continuerà a rendere di fatto inutilizzabili i porti sul Mar Nero, perché le navi evitano le rotte ucraine per paura degli attacchi russi, mentre i costi logistici del grano sono aumentati di 50 dollari a tonnellata e le esportazioni agricole sono diminuite del 23 per cento in un mese. Anche l’industria siderurgica è in difficoltà, con alcune grandi miniere chiuse perché non riescono più a esportare e il trasporto via terra che non basta.

A venti chilometri da Kramatorsk

I bombardamenti russi sono continui, con missili balistici, missili da crociera e droni Shahed di fabbricazione iraniana. Nei 40 giorni della campagna ucraina, gli attacchi di Mosca hanno causato dozzine di morti nella sola Kyiv, tradizionalmente risparmiata da questi bilanci luttuosi. L’Ucraina dispone di pochi intercettori e gli alleati europei e statunitensi non sembrano in grado, o non sono disposti, a fornirne abbastanza. “Con i depositi di Patriot… quasi completamente svuotati, i missili balistici russi colpiscono senza incontrare più resistenza e le sirene ormai precedono i missili di appena pochi secondi, quando non arrivano in ritard”», scrive il corrispondente Davide Maria De Luca su X. E si avvicina l’inverno: la Russia si sta preparando a colpire il sistema energetico ucraino che è già in condizioni critiche, secondo alcuni report, e si rischiano blackout di 12-18 ore al giorno.

Sul fronte, l’esercito russo è tornato ad avanzare in alcuni settori, dalla regione di Kharkiv al Donbass, dove la pressione sulle forze ucraine cresce, sebbene non a ritmi che facciano paventare imminenti collassi. I russi sono a 20 chilometri dalla città di Kramatorsk, cruciale per la tenuta del Donbass ucraino. E la fantasia di paralizzare la Crimea, e magari liberarla? Con l’adeguamento delle difese aeree e dei sistemi di disturbo elettronico russi, anche l’efficacia dei blitz ucraini verso la penisola e altre aree strategiche è progressivamente diminuita. Esperti di strategia militare come Daniel Davis e Barry Posen spiegano che le operazioni tattiche a lungo raggio non possono sostituire la necessità di munizioni, intercettori e risorse umane – sempre più scarse in Ucraina.

Come provare anche soltanto a immaginare una ricostruzione del Paese, se Mosca riuscirà a mantenere anche dopo un eventuale cessate il fuoco, senza una nuova architettura geopolitica, la capacità di colpire porti, fabbriche, ponti e infrastrutture? Chi investirebbe miliardi in una fabbrica o in un porto sapendo che un missile russo potrebbe distruggerli in poche ore? Uno degli scenari preferiti dagli atlantisti rigidi, quello di trasformare l’Ucraina nella Israele d’Europa, un “porcospino d’acciaio”, armato fino ai denti, capace di scoraggiare future aggressioni russe, sta tramontando.

Oggi dunque non si prospetta una imminente e spettacolare sconfitta militare dell’Ucraina, ma la presa d’atto di una realtà che gli intermediari politici e culturali occidentali hanno provato a non far vedere, aumentando sempre di più la distanza tra la percezione pubblica e la realtà. Troppo illusoria la tendenza a fissare scadenze temporali, o a fare affidamento su singole svolte tattiche. Troppa l’attenzione concentrata sulle singole campagne d’attacco o sui successi tecnologici, ignorando i problemi strutturali.

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