Al termine del vertice Nato di Ankara dell’8 luglio scorso Trump ha lasciato la Turchia di nascosto, temendo un attentato. Non un allarme aleatorio, ma tanto reale che la sua sicurezza ha usato uno stratagemma per farlo partire nella più totale segretezza.
Al tempo si era data notizia dell’allarme attentato e di come la sicurezza l’avesse convinto a non usare il nuovo Air Force One donatogli dal Qatar in favore del vecchio, che aveva sistemi di sicurezza più affidabili. Ma il Washington Post ha rivelato un’altra verità: all’aeroporto turco, Trump è stato fatto salire sul vecchio Air Force one, insieme ai giornalisti accreditati, per poi farlo scendere subito dopo di nascosto.
Il presidente, all’insaputa di tutti, è stato fatto entrare in un container che attraverso un elevatore idraulico è stato innalzato all’altezza di un portellone posteriore del velivolo e successivamente agganciato a un mezzo usato per “il catering aeroportuale, solitamente impiegato per caricare pasti e altre provviste prima del volo”.
Usando tale veicolo è stato quindi imbarcato su un C-32A che si è alzato in volo in parallelo all’Air Force One e ha percorso la stessa rotta, atterrando poi presso la base militare britannica Mildenhall, anche in questo caso in tutta segretezza.
Infatti, mentre l’Air Force One a metà percorso si è identificato come tale, cioè AF1 – da notare che è partito dalla Turchia senza nessun codice che rivelasse la natura del volo – il C-32A si è identificato come “Reach 18” o “RCH18”, sigla che identifica velivoli che “trasportano personale ed equipaggiamento militare”.
Il resto è prosa: uscito di nascosto dal C-32A è salito di nascosto sul vecchio Air Force One, sul quale aveva ufficialmente viaggiato, per poi mostrarsi a tutti mentre ne scendeva per trasferirsi sul nuovo Air Force One, quello donatogli dal Qatar, che lo attendeva per riportarlo in patria.
Se abbiamo dato conto nel dettaglio di quanto accaduto è perché conferma quanto avevamo scritto al tempo, cioè che la minaccia era reale e non veniva certo dall’Iran, che non è in grado di intercettare il velivolo dell’Imperatore, difeso dalla rete di sicurezza più sofisticata al mondo, come conferma anche la massima segretezza conservata durante il volo, quando l’aereo era molto al di fuori della portata dei sistemi offensivi iraniani.
Né il pericolo era isolato, come dimostra l’arresto, avvenuto ai primi di agosto, di un sospetto attentatore che si aggirava nei pressi del golf club nel quale Trump doveva recarsi il giorno successivo. E il fatto che la sua sicurezza resti all’allerta come mai prima: negli ultimi tempi, quando si reca a giocare a golf, i presidi usuali sono stati integrati con sistemi anti-aerei Avenger.
Pensare che l’Iran possa architettare attentati tanto in profondità in territorio americano e addirittura contro l’Imperatore, violando tutti i presidi difensivi che lo proteggono, è pura follia. Peraltro, va ricordato che Trump è stato fatto segno di attentati già nel corso della campagna elettorale, quando la guerra all’Iran non solo non era ancora all’orizzonte, ma era addirittura fuori discussione. Infatti, prima di essere eletto, aveva dichiarato a più riprese la sua intenzione di porre fine agli interventi americani all’estero.
Così resta la domanda su chi davvero voglia eliminarlo. Di certo non si sta facendo molti amici in giro, non tanto per il bullismo con cui approccia antagonisti e alleati incapaci di nuocergli, quanto per il suo tentativo di attutire le conflittualità sia in Medio oriente che in Ucraina.
Molti, nella Nato e nel complesso militar industriale Usa sono irritati per il disinteresse che manifesta nei confronti dell’Ucraina, alla quale non solo non ha più inviato intercettori, lasciando i suoi cieli aperti ai missili russi, ma ha anche negato la licenza di produrre in proprio i Patriot, ritrattando la promessa in tal senso fatta a Zelensky. E in questa guerra ci sono in gioco ci sono interessi geopolitici, finanziari ed economici enormi.
C’è poi l’irritazione di neocon e Israele per il suo approccio alle criticità mediorientali: benché senza esito, o almeno con poche conseguenze visibili, l’America sta facendo pressioni perché Israele si ritiri dal Libano e dalla Siria e dia seguito al cosiddetto piano di pace di Trump a Gaza. Ingenerenze che stridono con gli interessi in gioco nell’espansionismo israeliano, che sono di portata globale (Netanyahu, soci e finanziatori puntano a fare di Israele una Potenza globale).
Altrettanto irritante per certi ambiti è l’approccio di Trump alla conflittualità iraniana, perché, nonostante i tragici e deprecabili errori, ha comunque resistito alle pressioni per incenerire l’antagonista di Tel Aviv. In gioco non c’è solo il trionfo di Tel Aviv sulla regione, che sarebbe prona ai suoi piedi, ma anche l’accaparramento delle risorse iraniane, petrolio in primis.
Last but not least, Trump ha chiuso, almeno al momento, la finestra di una guerra globale contro Russia e Cina, che sotto la presidenza del debole Biden era apparsa sull’orizzonte degli eventi come mai prima d’ora.
Tutti elementi fanno del presidente un ostacolo alla macchina della guerra israelo-americana che chiede sempre più spazi alle proprie devastanti potenzialità. Non siamo estimatori di Trump, né ignoriamo quanto abbia deviato rispetto alle promesse di porre fine alle guerre infinite, ma resta quanto abbiamo accennato.
Se i tentativi di eliminarlo avranno successo le cose andrebbero decisamente peggio. Né si può troppo sperare nel più pacifico J.D. Vance, che gli succederebbe sul trono di spade imperiale (e che Trump sta sponsorizzando per la sua successione al posto del guerrafondaio Rubio): al momento è troppo debole, verrebbe travolto facilmente
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

