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Guerra

Il Board of Peace di Trump inizia a ricostruire Gaza da una base di soldati del Marocco

Il primo appalto assegnato dal Board of Peace voluto da Donald Trump riguarda una base militare destinata a ospitare 150 soldati marocchini.
gaza

Il primo appalto assegnato dal Board of Peace (Consiglio per la pace) voluto da Donald Trump per la ricostruzione di Gaza non riguarda abitazioni, ospedali, scuole, acquedotti o impianti elettrici. Riguarda una base militare destinata a ospitare 150 soldati marocchini. Il contratto, non ancora formalizzato, sarebbe stato attribuito alla società statunitense Arkel International, con sede in Louisiana e già impegnata in lavori per il governo americano in Iraq. La base dovrebbe sorgere a circa un miglio dal confine israeliano, all’interno della parte di Gaza direttamente controllata dall’esercito di Israele.

La sequenza delle priorità è politicamente eloquente. Prima di ricostruire la società palestinese, si costruisce il dispositivo incaricato di controllarla. Prima delle case arrivano le postazioni difensive; prima delle infrastrutture civili vengono predisposte le vie per l’evacuazione dei militari.

Una presenza piccola ma non simbolica

L’installazione dovrebbe misurare appena cento metri per centoventi e disporre di tende, brande, servizi chimici, impianti elementari per l’igiene e un terrapieno difensivo. Sarebbe quindi una struttura provvisoria, adatta a una permanenza di breve durata. Tuttavia, nei progetti precedenti costituiva soltanto la prima fase di una base destinata a ospitare cinquemila uomini della Forza internazionale di stabilizzazione.

La scelta del Marocco non è casuale. Rabat mantiene relazioni con Israele, gode di buoni rapporti con Washington e può presentarsi come interlocutore arabo e musulmano. Ma proprio questa posizione potrebbe trasformare il contingente marocchino in un bersaglio politico prima ancora che militare. Per una parte dei palestinesi, quei soldati rischierebbero di apparire non come garanti neutrali, ma come la componente araba di un sistema di sicurezza concepito dagli Stati Uniti e protetto da Israele.

Il contingente ruoterebbe inoltre da una base situata in territorio israeliano e disporrebbe di una rapida via di estrazione. Questi particolari mostrano quanto sia limitata la fiducia nella stabilità dell’operazione. Una forza incaricata di pacificare Gaza viene progettata fin dall’inizio pensando al modo di evacuarla.

Il problema del disarmo di Hamas

Trump ha annunciato che Hamas avrebbe accettato di deporre le armi. Ma tra una dichiarazione politica e il disarmo effettivo esiste una distanza enorme. Hamas non è soltanto una formazione militare: è una struttura politica, amministrativa, sociale e clandestina radicata nel territorio.

Raccogliere le armi leggere sarebbe già difficile. Molto più complesso sarebbe individuare depositi sotterranei, neutralizzare le strutture residue, impedire il riarmo e sostituire le funzioni esercitate dal movimento. Israele, inoltre, si è opposto al piano e ha intensificato i bombardamenti dopo l’annuncio americano. È una contraddizione decisiva: la forza internazionale dovrebbe stabilizzare Gaza senza poter contare né sul consenso pieno di Israele né su una resa verificabile di Hamas.

Con appena 150 uomini, il contingente marocchino non potrebbe controllare una popolazione di circa due milioni di persone. Potrebbe difendere una struttura, scortare funzionari, proteggere alcuni corridoi e svolgere un ruolo dimostrativo. Per assumere vere funzioni di sicurezza sarebbero necessari migliaia di soldati, regole d’ingaggio precise, una catena di comando condivisa e una chiara autorità politica.

La ricostruzione ridotta a progetto sperimentale

Il programma originario mostrato da Trump e Jared Kushner immaginava una “Nuova Gaza” con torri, quartieri residenziali, attività industriali e un lungomare trasformato in destinazione internazionale. Quel progetto si è progressivamente ridotto a un intervento sperimentale nel Sud della Striscia.

La distanza tra le immagini degli edifici scintillanti e la realtà delle tende militari riassume il problema. Almeno l’80 per cento degli edifici di Gaza è stato danneggiato o distrutto, mentre gran parte dei due milioni di abitanti continua a vivere in campi precari e privi di servizi igienici adeguati. In queste condizioni, anche la ricostruzione più limitata richiederebbe decine di miliardi, anni di lavoro, rimozione delle macerie, bonifica degli ordigni, ripristino delle reti idriche e garanzie contro nuove distruzioni.

Nessun investitore serio finanzia edifici destinati a essere nuovamente bombardati. La sicurezza è quindi una condizione economica indispensabile. Ma se viene organizzata senza una legittimità palestinese riconosciuta, rischia di produrre l’effetto opposto: trasformare ogni cantiere in una zona fortificata e ogni infrastruttura in un possibile obiettivo.

Chi governerà davvero Gaza?

Il Consiglio per la pace è presieduto da Trump ed è guidato da una squadra nella quale figurano Jared Kushner e Steve Witkoff. Sul terreno dovrebbe operare il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, formato da tecnici palestinesi.

Resta però irrisolta la questione fondamentale: chi eserciterà la sovranità? Se le decisioni strategiche saranno prese dal Consiglio, la sicurezza dipenderà da Israele e da contingenti stranieri, mentre ai palestinesi saranno affidate soltanto le funzioni amministrative, non si avrà un vero governo di Gaza. Si avrà un’amministrazione locale subordinata a un protettorato internazionale.

Anche la distribuzione territoriale è problematica. La base sorgerebbe nel 60 per cento della Striscia controllato direttamente dall’esercito israeliano, oltre al quale è stata creata un’ulteriore zona di sicurezza. La ricostruzione rischia così di consolidare una nuova geografia: aree palestinesi sovraffollate, zone sotto controllo israeliano e piccole enclave amministrate e protette da forze internazionali.

La pace come questione immobiliare

Trump aveva dichiarato nel febbraio 2025 che gli Stati Uniti avrebbero assunto il controllo e la proprietà di Gaza. L’accordo istitutivo del Consiglio per la pace non è arrivato formalmente a tanto, ma l’impostazione rimane visibile: il territorio viene considerato soprattutto come uno spazio da mettere in sicurezza, amministrare e valorizzare economicamente. È una concezione che confonde la ricostruzione materiale con la soluzione politica. Le città possono essere ricostruite, ma non esiste progetto immobiliare capace di sostituire il consenso, la sovranità e il riconoscimento dei diritti.

La prima base marocchina sarà forse piccola e provvisoria. Ma contiene già l’intero paradosso della “Nuova Gaza”: un piano presentato come promessa di prosperità che comincia con tende, terrapieni, postazioni militari e una via di fuga verso Israele. La ricostruzione parte non dalla vita dei palestinesi, ma dalla protezione di coloro che dovrebbero sorvegliarli.

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