Tramontata l’utopia rivoluzionaria e consumato il sogno di una decolonizzazione integrale, il Laos si ritrova oggi intrappolato in un classico dilemma d’epoca tardo-capitalista: da un lato, la trappola del debito contratto con la Cina, dall’altro la dipendenza esistenziale da una joint venture con una multinazionale europea. A quasi settantatré anni dalla fine del dominio coloniale francese, nella piccola repubblica nel Sud-Est asiatico rimangono poche tracce di quell’epoca, se si escludono alcune ville con vegetazione lussureggiante a Vientiane, la capitale, e in poche altre città. Oggi è Pechino a plasmare l’economia e il futuro di questo Paese privo di sbocco sul mare, attraverso infrastrutture gigantesche e finanziamenti strategici.
Sopravvive, però, nella cultura del bere un’altra eredità europea che continua a definire la vita quotidiana degli abitanti. Nel 1973 una collaborazione tra imprenditori locali e francesi diede vita alle Brasseries et Glacières du Laos, la società che oggi si chiama Lao Brewery Company ed è controllata in joint venture tra lo Stato laotiano e il colosso danese Carlsberg. Il suo prodotto simbolo, la Beerlao, che controlla circa il 90 per cento del mercato interno della birra, è arrivato ad avere un impatto economico e culturale che non ha eguali in nessun altro Paese al mondo.
Il logo di BeerLao compare su magliette, cartelloni pubblicitari e insegne dei locali in ogni provincia, come una presenza costante nel paesaggio visivo e sociale. Il successo del marchio si fonda su campagne pubblicitarie molto efficaci, basate sui giochi di parole tra il nome del prodotto e l’identità nazionale – come lo slogan “Be Lao” – ma valorizza anche un dato confortante per i produttori: i laotiani sono degli assidui consumatori di birra, molto più dei vicini. Un consumo pro capite che sfiora i cinquantacinque litri all’anno: la cifra più alta registrata in tutto il continente asiatico. E quasi il 90 per cento di tutta la birra bevuta nell’intero Laos è proprio Beerlao: una circostanza che ha spinto Carslberg a fare di una nazione di appena sette milioni e novecentomila abitanti il suo secondo mercato più importante in Asia dopo la Cina.
Una ricetta perfetta
La ricetta di Beerlao unisce luppolo e malto d’importazione europea al riso jasmine coltivato localmente, così che la bevanda ha un sapore leggero e delicatamente dolce, perfetto per il clima tropicale. Le ragioni di un seguito così capillare riguardano anche il prezzo: una bottiglia grande da 640 millilitri costa circa ventimila kip, ossia poco meno di un dollaro, rendendola accessibile a gran parte della popolazione e popolarissima tra i viaggiatori internazionali.
Il Laos al momento fa coincidere la sua stessa salute finanziaria con l’efficienza di Beerlao. Il fatturato della società ha raggiunto nel 2024 circa seicento milioni di dollari. Si tratta di una cifra enorme, pari a circa il 3,5 per cento del prodotto interno lordo del Laos. Nello stesso anno la Lao Brewery Company ha versato nelle casse dello Stato oltre cinquemilacentocento miliardi di kip in tasse, pari a circa duecentoquaranta milioni di dollari, registrando un aumento di un terzo rispetto all’anno precedente e confermandosi il principale contribuente dell’intera nazione. Mentre le esportazioni crescono nel resto del continente, la birra con la tigre sull’etichetta continua a rappresentare un monopolista che fa da pilastro dell’economia laotiana, sebbene descritto con simpatico folklore. Di fronte alla pressione schiacciante dei grandi flussi del capitale globale e all’ombra ingombrante del gigante cinese, al Laos non resta che aggrapparsi all’unica forma di sovranità che gli è concessa, ovvero la produzione industriale del proprio stupore alcolico.
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