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Ambiente

Energia e difesa, Italia sovrana a metà: quanto possiamo spendere e per cosa si decide a Bruxelles

Il "vincolo esterno" è cambiato. Non riguarda soltanto quanto possiamo spendere, ma sempre più spesso per cosa possiamo spendere.

Il 5 agosto 2026 il Parlamento italiano ha approvato la risoluzione di maggioranza sulla richiesta di flessibilità europea per finanziare energia e difesa: 181 voti favorevoli alla Camera, 126 contrari e 12 astensioni; al Senato 98 sì, 60 no e 2 astensioni. Non era ancora un’autorizzazione di spesa, ma il passaggio politico necessario per chiedere l’attivazione degli spazi previsti dalle regole europee. Il paradosso è evidente: su due funzioni essenziali dello Stato — sicurezza energetica e difesa nazionale — il Parlamento deve muoversi dentro un perimetro europeo prima di poter decidere pienamente sul bilancio nazionale.

Trentasei miliardi dentro un recinto

La posta in gioco indicata dal governo è di circa 36 miliardi in tre anni, con 14,4 miliardi destinati all’energia e 21,7 alla difesa. Ma non significa che Roma abbia ottenuto 36 miliardi aggiuntivi: si tratta di margini di flessibilità sul percorso della spesa, subordinati alle condizioni del quadro europeo. Ed è qui che la politica deve smettere di usare la parola “sovranità” come slogan. L’Italia conserva la propria capacità di bilancio, ma la esercita dentro regole comuni che ha sottoscritto e che prevedono procedure di sorveglianza, valutazione e coordinamento. La Commissione ha confermato che la procedura per disavanzo eccessivo italiana è sospesa dopo la valutazione delle azioni efficaci, ma l’Italia continua formalmente a figurare tra i Paesi interessati dalla procedura.

Il decimale che racconta la dipendenza

Il dato decisivo è il deficit: 3,1% del Pil nel 2025, dopo il 3,4% del 2024. La Commissione prevede per il 2026 e il 2027 un disavanzo al 2,9%. Un Paese con un debito pubblico enorme non può naturalmente comportarsi come se il vincolo finanziario non esistesse. La vera questione è però politica: quando l’Europa chiede maggiore capacità militare e resilienza energetica, dovrebbe anche riconoscere che questi investimenti hanno una natura strategica diversa dalla spesa corrente. Il rischio è costruire una Europa della sicurezza che pretende più difesa dagli Stati mentre continua a giudicarne gli investimenti quasi esclusivamente attraverso la grammatica del consolidamento fiscale.

La flessibilità non è sovranità

La clausola di salvaguardia è stata concepita proprio per consentire agli Stati di aumentare determinate spese in circostanze eccezionali, in particolare quelle per la difesa. Nel 2026 il perimetro è stato esteso anche a misure energetiche orientate a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati. È una scelta razionale, ma rivela un problema: non tutto ciò che l’Italia considera strategico diventa automaticamente finanziabile attraverso la flessibilità europea. Il tipo di investimento, la sua finalità e la sua coerenza con gli obiettivi comuni determinano l’ammissibilità. La sovranità, dunque, non scompare. Ma viene condizionata dalla cornice europea.

Prima perdi una fonte, poi finanzi la sostituzione

La questione energetica rende il problema ancora più evidente. L’Italia ha dovuto modificare radicalmente il proprio sistema di approvvigionamento dopo la rottura dei rapporti energetici con Mosca. Il gas russo è stato sostituito da forniture provenienti da altri Paesi e dal GNL, aumentando il valore strategico delle infrastrutture di rigassificazione e delle rotte marittime. Ora Bruxelles incentiva investimenti destinati a ridurre ulteriormente la dipendenza dai combustibili fossili importati. È una strategia coerente con la transizione energetica europea. Ma il risultato politico è che una parte delle opzioni nazionali viene prima resa meno praticabile dalle scelte comuni e poi sottoposta a ulteriori criteri comuni quando si tratta di finanziarla. La dipendenza energetica, insomma, non è necessariamente scomparsa: può semplicemente cambiare geografia.

SAFE: il debito europeo della difesa

Lo stesso schema emerge con SAFE, lo strumento europeo da 150 miliardi di euro in prestiti per gli acquisti congiunti nel settore della difesa. La Commissione indica per l’Italia una richiesta di 14,9 miliardi. Il vantaggio è evidente: ottenere risorse per accelerare il riarmo e sostenere l’industria europea. Ma SAFE non è un regalo. Sono prestiti, quindi debito, destinati soprattutto ad acquisti coerenti con le priorità industriali e strategiche europee. Il punto non è dunque essere “pro” o “contro” l’Europa. È stabilire se l’Italia sappia usare questi strumenti senza trasformarsi in un semplice acquirente dentro una catena finanziaria e industriale progettata altrove.

Il vero problema è il vincolo esterno

Per decenni il vincolo esterno è stato il modo italiano di disciplinare la finanza pubblica: attribuire all’Europa il compito di imporre decisioni che la politica nazionale non riusciva o non voleva assumersi. Oggi quel vincolo è cambiato. Non riguarda soltanto quanto possiamo spendere, ma sempre più spesso per cosa possiamo spendere. È qui che la discussione sulla sovranità diventa seria. L’Italia non deve scegliere tra autarchia e subordinazione. Deve invece battersi per un’Europa nella quale la difesa, l’energia e gli investimenti strategici siano considerati beni comuni, senza cancellare la disciplina dei conti. Il problema non è avere regole europee. È avere regole europee che chiedono agli Stati di diventare più forti mentre, simultaneamente, ne comprimono gli strumenti finanziari per farlo. La vera sovranità italiana, allora, non consiste nel fingere che Bruxelles non esista. Consiste nell’avere abbastanza peso politico, credibilità finanziaria e capacità industriale da sedersi al tavolo europeo non per chiedere eccezioni, ma per contribuire a scrivere le regole.

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