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Quando clima e guerra riscrivono la geografia delle commodities

Quando una rete dipende da pochi porti o da una rotta esposta a conflitti, ogni interruzione può diventare una crisi di produzione.
commercio

Per capire quanto il cambiamento climatico stia trasformando l’economia reale non serve guardare soltanto ai grafici sulle temperature. È sufficiente osservare il prezzo di una pesca, la quantità di latte prodotta da una stalla o la resa di un campo di grano duro. Ma quando caldo estremo e siccità colpiscono contemporaneamente, il problema non riguarda più soltanto gli agricoltori e si trasmette lungo tutta la filiera, dai produttori all’industria alimentare, fino ai prezzi pagati dai consumatori.

È questa la dinamica descritta in un articolo de Il Sole 24 Ore (“Ortaggi, frutta e olio d’oliva: caldo e siccità colpiscono molte produzioni agricole“) scritto da Giorgio Dell’Orefice qualche giorno fa, in cui si racconta di un’agricoltura italiana stretta in una vera e propria “tenaglia”: da una parte i raccolti diminuiscono per effetto delle condizioni climatiche avverse; dall’altra aumentano i costi di produzione, rendendo più fragile la redditività delle imprese agricole. Il fenomeno può essere letto, in termini macroeconomici, come uno shock dal lato dell’offerta. In altre parole, eventi esterni, in questo caso siccità, ondate di calore, maltempo e incendi, riducono la quantità di beni agricoli disponibili. Se la domanda di alimenti resta relativamente stabile, una minore offerta tende a esercitare pressioni sui prezzi. Tuttavia, il meccanismo non produce automaticamente maggiori guadagni per gli agricoltori: spesso il prezzo riconosciuto al produttore rimane basso, mentre crescono i costi di energia, carburanti, fertilizzanti, acqua, mangimi e trasporti.

Uno dei casi più significativi riguarda il grano duro, materia prima essenziale per la produzione della pasta, uno dei prodotti simbolo del Made in Italy. Secondo i dati riportati nell’articolo, la campagna di raccolta ha registrato una diminuzione del 6% rispetto allo scorso anno; una perdita che può avere conseguenze anche per l’industria molitoria e pastaria, che deve approvvigionarsi di una materia prima meno disponibile e potenzialmente più costosa. La riduzione dei raccolti si inserisce in un quadro più ampio di difficoltà per i cereali e per altre produzioni agricole. Il problema è particolarmente rilevante perché la siccità non colpisce soltanto la quantità del raccolto, ma può incidere anche sulla qualità del prodotto. Un raccolto più scarso o qualitativamente meno omogeneo può obbligare le imprese a ricorrere maggiormente a forniture esterne, aumentando la dipendenza dai mercati internazionali e dall’andamento dei prezzi globali. Secondo le stime di Coldiretti riportate dal quotidiano, negli ultimi quattro anni gli eventi estremi hanno addirittura provocato agli agricoltori italiani danni superiori a 5 miliardi di euro all’anno (!). Nel calcolo rientrano le conseguenze di fenomeni come siccità, maltempo e incendi. Si tratta di una cifra che dà la misura economica del problema e che dimostra come non siamo di fronte a perdite episodiche e circoscritte, ma a un costo ricorrente che grava sulla capacità di investimento delle imprese agricole.

Gli effetti del clima diventano evidenti anche nel comparto ortofrutticolo. L’articolo segnala, ad esempio, che i prezzi pagati agli agricoltori per le pesche sono diminuiti del 18% nonostante le difficoltà produttive causate dal caldo. Se, infatti, l’offerta si concentra in un breve periodo o se il prodotto non può essere immagazzinato a lungo, gli agricoltori possono essere costretti a vendere rapidamente, anche a condizioni poco favorevoli. Il caldo estremo produce effetti anche sulla zootecnia. Le alte temperature sottopongono gli animali a stress termico in una condizione nella quale l’organismo fatica a mantenere il proprio equilibrio fisiologico. Ecco che quindi anche la produzione di latte potrebbe diminuire fino al 10% con una riduzione dei ricavi per gli allevatori aggravata da un aumento per le spese necessarie per garantire acqua, ventilazione, raffrescamento e alimentazione adeguata degli animali. Il cambiamento climatico agisce in sostanza come un moltiplicatore di vulnerabilità nel settore agricolo alimentare e non rappresenta più soltanto una questione ambientale, bensì un problema di reddito, competitività e sicurezza economica.

Oltre al clima, anche la politica

Alla pressione del cambiamento climatico, però, si aggiunge oggi un secondo fattore di instabilità, ovvero la crescente vulnerabilità geopolitica delle catene alimentari. Il caso dell’Ucraina mostra con particolare chiarezza questo meccanismo. Circa il 90% delle esportazioni agricole ucraine, per un valore nell’intorno dei 30 miliardi, passa dai porti del Mar Nero, in particolare Odessa, Chornomorsk e Pivdenny. Quando queste infrastrutture diventano impraticabili a causa degli attacchi russi, la crisi non riguarda soltanto la logistica: ma inizia a coinvolgere la liquidità delle imprese agricole, la capacità di pagare gli affitti, la programmazione dei raccolti e soprattutto la disponibilità di cereali sui mercati internazionali.

Secondo Dmitro Barinov, presidente dell’associazione dei porti ucraini, dall’incirca il 20 luglio di quest’anno nessuna nave entrava nei porti ucraini. Formalmente gli scali restavano aperti, ma la minaccia di missili e droni rendeva troppo rischioso l’attracco per compagnie di navigazione e comandanti. Un Paese può quindi disporre di grano nei propri silos, ma se non riesce a trasferirlo via mare non può venderlo sui mercati esteri. Il raccolto rimane fisicamente disponibile, ma diventa economicamente “intrappolato”: occupa spazio, perde valore commerciale e impedisce all’agricoltore di incassare i ricavi necessari per finanziare il ciclo produttivo successivo. Le rotte alternative, inoltre, non sarebbero al momento sufficienti a compensare il blocco dei porti del Mar Nero. I porti sul Danubio hanno una capacità solo parziale rispetto ai grandi terminal marittimi e, nello stesso periodo, la siccità nell’Europa centrale ha fatto diminuire il livello del fiume al punto da provocare la chiusura al traffico di uno dei due principali canali di accesso per le imbarcazioni da trasporto.


Le conseguenze, ancora una volta, ricadono direttamente sugli agricoltori. RSI racconta ad esempio del caso di Volodymyr Zhitnik, titolare dell’azienda agricola Shevchenko, che gestisce complessivamente 1.800 ettari, in parte di proprietà e in parte presi in affitto da circa 350 proprietari. Con i porti bloccati, l’impresa non riusciva a liberare i depositi dal grano già raccolto e rischiava di non avere spazio sufficiente per il raccolto successivo, compreso quello dei girasoli. L’unica alternativa ai terminal bloccati era rivolgersi a intermediari definiti come “mercato nero”, disposti a pagare meno della metà dei circa 200 franchi svizzeri per tonnellata indicati dal listino ufficiale.


La vulnerabilità delle catene globali non riguarda soltanto il grano, il mais o l’olio d’oliva. Gli stessi choke point, cioè i punti critici da cui dipende il passaggio di grandi quantità di merci, possono bloccare anche materie prime industriali fondamentali come il minerale di ferro. Lo dimostra il caso analizzato da The New Voice of Ukraine nell’articolo “Port deadlock chokes Ukrainian steelmakers as iron ore exports collapse”. La chiusura dei porti ad Odessa, provocata dall’intensificarsi degli attacchi russi, ha interrotto non solo le esportazioni agricole, ma anche quelle di minerale di ferro e di prodotti siderurgici. Anche il settore metallurgico ucraino dipende in modo significativo dal trasporto marittimo. Secondo i dati riportati nell’articolo, il mare rappresenta circa i due terzi dei volumi esportati dall’Ucraina in termini di peso e circa la metà del valore complessivo delle esportazioni. Per il minerale di ferro, il trasporto marittimo ha rappresentato circa il 60% delle spedizioni nell’ultimo anno, mentre il blocco dei porti mette a rischio circa 1 milione di tonnellate di esportazioni al mese.

La lezione è valida tanto per il cibo quanto per l’industria: una catena di approvvigionamento non è resiliente soltanto perché dispone di fornitori alternativi. Deve avere anche infrastrutture sufficienti, corridoi diversificati, capacità di stoccaggio e margini economici abbastanza ampi da assorbire gli shock. Quando invece la rete dipende da pochi porti, da un singolo fiume o da una rotta marittima esposta a conflitti, ogni interruzione può trasformarsi rapidamente in una crisi di produzione, di reddito e di finanza pubblica. Il cambiamento climatico e la geopolitica finiscono così per rafforzarsi a vicenda: entrambi rendono più fragili le infrastrutture e le disponibilità fisiche e spesse volte impediscono di utilizzare le rotte alternative. La conseguenza finale non è quindi soltanto un aumento della volatilità dei prezzi alimentari o delle materie prime industriali, ma una crescente incertezza sulla capacità stessa dell’economia globale di produrre, trasportare e scambiare beni essenziali.

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