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Guerra

I negoziati su Hormuz e il fallito attentato a Trump

La sospensione dell'intesa con l'Oman all'accoglienza o meno degli Stati Uniti delle richieste iraniane offre spazi di manovra ai tanti sabotatori all'opera, che possono sempre contare sulle tragiche contraddizioni e la fragilità di Trump per far saltare tutto.
I negoziati su Hormuz e il fallito attentato a Trump

Trump continua a minacciare: per l’Iran è l’ultima possibilità; se Hormuz non sarà liberato ricominceranno gli attacchi etc. Un disco rotto. Resta, però, che bloccando l’attacco su larga scala previsto per l’inizio della settimana ha dato una chance alla diplomazia, che in effetti si sta muovendo.

Lo sviluppo più rilevante è il dialogo Oman-Iran su Hormuz nel quale si sta concretizzando l’ipotesi di aprire in via provvisoria una rotta aperta al traffico marittimo sotto il controllo dei due Paesi.

Secondo a indiscrezioni si starebbe lavorando a un accordo per cui le navi in entrata nello Stretto dovrebbero interfacciarsi con le autorità di vigilanza iraniane, quelle in uscita con quelle omanite, che dovrebbero però comunicare alle prime il via libera concesso ai naviganti (sembra sottinteso che l’Iran potrebbe revocarlo).

In tal modo, si unificherebbero le due rotte utilizzate finora dalle navi in transito, una più prossima alla costa iraniana e l’altra a quella omanita, con quest’ultima utilizzata da navi spinte dalla Marina statunitense a sfidare la fortuna nel tentativo di eludere il regime di transito imposto dalle autorità di Teheran, che chiede ai naviganti di coordinarsi con esse per attraversare lo Stretto (inutile ricordare che i tentativi di sfuggire alla vigilanza iraniana sono stati spesso vanificati dal fuoco di sbarramento della stessa).

A stare alle precisazioni iraniane, l’intesa con l’Oman (sempre che si raggiunga) non riaprirebbe immediatamente Hormuz: probabile che Teheran collegherà l’apertura a richieste concrete. Sicuramente esigerà la fine dell’embargo imposto dagli Usa ai porti iraniani e probabilmente anche lo scongelamento dei propri beni depositati all’estero, congelati nuovamente, dopo l’iniziale apertura, a seguito della ripresa del conflitto. Possibile che a queste richieste, alquanto ovvie, l’Iran ne aggiunga altre, ma tentare di indovinarle basandosi su impressioni o indiscrezioni è un esercizio inutile.

Resta da vedere se l’accordo Oman-Iran verrà inserito nel Memorandum di Islamabad come specifica del punto nel quale il documento affronta il regime di transito provvisorio dello Stretto, la cui asserita ambiguità è stata usata dagli Stati Uniti per contestare il controllo di Hormuz da parte dell’Iran e riprendere le ostilità.

La sospensione dell’intesa con l’Oman all’accoglienza o meno degli Stati Uniti delle richieste iraniane offre spazi di manovra ai tanti sabotatori all’opera, che possono sempre contare sulle tragiche contraddizioni e la fragilità di Trump per far saltare tutto.

Ma che l’intesa sia più che possibile lo denotano anche le dichiarazioni del guerrafondaio Marco Rubio che, confermando con apparente soddisfazione lo sviluppo positivo dei colloqui Teheran-Muscat, ha aggiunto che resta il problema della “de-nuclearizzazione” dell’Iran.

Si noti come Trump abbia sempre più spesso affermato, in particolare negli ultimi tempi, che non permetterà mai a Teheran di produrre un’arma atomica, che è tutt’altra cosa dalla de-nuclearizzazione perché lascia spazio a un’intesa che permetta all’Iran di sviluppare il programma nucleare a uso civile, che necessita di un uranio arricchito sotto la soglia utile per produrre la bomba atomica.

Nelle sue dichiarazioni, invece, il Segretario di Stato è tornato alla pretesa di smantellare il programma atomico, un massimalismo che Teheran ha sempre respinto al mittente. Al solito, Rubio cerca in tutti i modi di avvelenare i pozzi. Le sue dichiarazioni, infatti, hanno lo scopo di alimentare la diffidenza degli iraniani e rafforzare la fazione intransigente convinta che non c’è modo di trovare un’intesa con Washington, implicita o esplicita che sia.

Al di là del particolare, resta la retromarcia di Trump sui raid, che discende anche dall’erosione delle risorse militari: non solo la carenza di intercettori già evidenziata; infatti, secondo la Reuters, gli Stati Uniti hanno esaurito anche le scorte di missili di precisione a lungo raggio. Ciò non vuol dire che siano disarmati, ma resta una criticità di non poco conto.

US has used 'virtually all' of its long-range precision missiles during Iran war, sources say

All’erosione di cui sopra va aggiunta anche quella delle risorse strategiche. Il Centcom, infatti, ha diramato un comunicato nel quale si invita i selezionati destinatari dello stesso a suggerire metodi nuovi e creativi per punire l’Iran. In parole povere, sono alla frutta.

Le possibilità che si chiuda l’accordo Oman-Iran sono alte, o meglio lo sarebbero se gli Stati Uniti fossero meno aggressivi e meno soggetti a influenze nefaste. Ma già solo la possibilità che vada in porto non fa dormire sonni tranquilli ai guerrafondai statunitensi e israeliani, con questi ultimi che stanno subendo pressioni per moderare la macchina assassina a Gaza e in Libano. Tel Aviv non cede, ma il braccio di ferro deve irritare non poco l’aggressivo Netanyahu.

The Art of the Deal – or the Art of Bullshit? Trump's Wariness of Another Iran War

Insomma, pur nelle tragiche contraddizioni del caso, si assiste a un tentativo del presidente americano di moderare le tensioni mediorientali – iniziativa che corre in parallelo al tentativo saudita di tentare una de-escalation con gli Houti dello Yemen, che stanno arrecando non pochi danni al Regno con il loro embargo (reazione al lungo embargo subito ad opera dalla controparte).

Impossibile prevedere il futuro, anche per le tante ambiguità di Trump, acuite da diversi fattori esogeni. Tra questi anche l’ennesimo tentato attentato: domenica è stato arrestato un tizio armato che stava monitorando la sicurezza di un campo da golf di proprietà di Trump in California, nel quale il presidente si è recato ieri per una raccolta di fondi per il suo partito.

Bizzarro, o forse no, che a sventare il piano sia stata la polizia locale e non l’Fbi o la sicurezza presidenziale… Attentato fallito o solo intimidazione che sia, non aiuta il presidente ad affrontare i dossier scottanti, anzitutto quello mediorientale, con la dovuta lucidità (già alquanto incerta).

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