Secondo Bloomberg, i problemi del Stretto di Hormuz (guerra Usa-Israele-Iran) e dello Stretto di Babilonia el-Mandeb (Houthi yemeniti), che hanno reso assai più difficoltose le forniture di petrolio dal Medio Oriente, hanno spinto la Cina e altri Paesi asiatici ad aumentare le importazioni dalla Russia. Il che, a sua volta, ha spinto la Russia a utilizzare ancor più di prima la cosiddetta Rotta del Mare del Nord, ovvero la via d’acqua dell’Artico, navigabile dalla primavera all’autunno, che costituisce la “strada” più breve (il 40% in meno del passaggio attraverso il Mar Rosso) tra Europa e Asia. La settimana scorsa sono passate da lì 39 petroliere russe con 28,47 milioni di barili di petrolio. Da cinque settimane consecutive, scrive ancora Bloomberg, le esportazioni marittime russe hanno superato i 4 milioni di barili al giorno…
Un traffico che preoccupa molto la Fondazione Bellona, che da quarant’anni segue con particolare accanimento i problemi ambientali. Come si sa, la Russia vive, alla lettera, della vendita di gas e petrolio. Già nel 2024, ci dice Bellona, l’84% dei mercantili avviati lungo la Rotta del Mare del Nord trasportavano petrolio e gas liquefatto, a conferma della necessità russa di non interrompere quella vitale catena di guadagno…
A fine 2025, però, su circa 300 navi almeno un centinaio apparteneva alla “flotta ombra” russa, e una quarantina erano petroliere. E le navi della “flotta ombra” di solito sono vecchie, prive di assicurazioni e, soprattutto, non certificate per la navigazione tra i ghiacci…
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