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Società

Nolan racconta un Ulisse tragico, fantasma della guerra di Troia

Penelope e Odisseo sembrano voler dire, nell’interpretazione di Nolan, che i distruttori del mondo sono i Greci. Noi occidentali.
odissea

LOdissea di Nolan, uscita una decina di giorni fa al cinema, fa discutere. I puristi del poema, sebbene non possano dire nulla sul livello tecnico raggiunto dal regista britannico (magistrale e maestoso), criticano la mancanza di fedeltà e il tradimento del tono epico delle gesta dell’eroe di Itaca. In parte le loro osservazioni sono vere, ma si deve tener conto del fatto che  Christopher Nolan non è mai stato un pedissequo ripetitore. Ogni materiale, ogni storia che finisce nelle sue mani è soggetta a una costante rielaborazione critica e personale. Del resto egli avrebbe potuto facilmente riprodurre tutte le gesta dell’eroe di Itaca, avvalendosi della consulenza di esperti dell’epica omerica (la traduzione di riferimento adoperata è quella di Emily Wilson per Cambridge, ed è stata solo un punto di partenza).

Il personaggio di Odisseo, interpretato da Matt Damon, non è il polymetis del mito, il conoscitore di città come ci viene nei primi dieci versi del proemio dell’Odissea, ma conserva una caratteristica fondamentale: egli è un polytlas, termine derivante dal greco antico πολύτλας.  Esso significa “ colui che sopporta molto”, sia in senso attivo che in senso passivo( tale è il significato della radice * tla presente in molte lingue indoeuropee, da cui il latino tuli, perfetto del verbo fero che indica “ io portai, io sopportai”). Ma l’Odisseo di Nolan è un personaggio che quasi non riesce ad agire: egli subisce la guerra di Troia ed  è distrutto da essa ( sebbene, anche qui, sia stato l’ideatore del Cavallo di Legno). Ne ha visto le devastazioni, l’orrore.

Il film fa pensare a un Odisseo che ha distrutto la civiltà, rappresentata da Troia. Ma l’ira degli dei non risparmia nemmeno i vincitori, e in questo Nolan ha dimostrato di aver letto la storia dell’intera tradizione epica.  Quando nel film si vede Odisseo devastato  dalla distruzione della città di Troia, quando l’eroe di Itaca vede la statua del Pallante distrutta da un soldato greco, il regista dimostra la conoscenza dei poemi del Ciclo Troiano (i poemi che, assieme all’Iliade e all’Odissea, narravano l’intero ciclo della guerra di Troia, e che erano mal visti da Aristotele nella sua Poetica come racconti sequenziali di eventi senza alcuna anima). La distruzione di Troia non viene raccontata in maniera estesa nell’Odissea, ma doveva essere oggetto della Distruzione di Troia, opera di Arctino di Mileto, autore di un altro poema del ciclo, l’Etiopide (non pervenutoci, ma reso immortale da una scena in un celebre vaso greco, in cui Achille, mentre uccide Pentesilea regina delle Amazzoni, se ne innamora perdutamente quando le toglie l’elmo e ne intravede i capelli neri e profumati). Troia, nell’opera di Arctino, veniva distrutta con particolare efferatezza. Il suo re  Priamo viene ucciso sull’altare come supplice da Neottolemo, figlio di Achille e Deidamia ( mentre il Pelide Achille, per volere della madre, si nascondeva vestito da donna per evitare l’arruolamento per Troia).

Cassandra viene violentata davanti alla statua di Atena da Aiace d’Oileo, che perirà durante una tempesta ad opera della figlia di Zeus (non senza che l’erede di Oileo maledica la dea, desideroso di violentarla). La distruzione di Troia viene descritta da Virgilio, che riprende l’opera di Arctino, la tradizione annalistica e storica romano- laziale e la poesia epica di Ennio e di Nevio. Il ritorno degli eroi greci era narrato nei Nostoi di Agia di Trezene, e quasi tutti finivano male per volere degli dei  ( basti pensare alla tragica figura di Agamennone, ucciso nella vasca da bagno dalla moglie Clitemnestra e dal suo amante Egisto per vendicare la figlia Ifigenia, offerta in sacrificio ad Artemide per propiziare il viaggio di ritorno verso Troia).

L’Odisseo di Nolan deve affrontare tutto questo nella sua mente e nel suo spirito: deve confrontarsi con lo spirito di Agamennone, che gli narra le sue sventure. Incontra mostri e creature mitiche e bestiali senza l’astuzia dell’eroe di Omero ( egli perdeva i compagni, ma sapeva sopportarlo con eroica resistenza e secondo i canoni della “ civiltà della vergogna” della tradizione micenea). Vuole salvare i suoi compagni, che ormai  sono pronti all’ammutinamento dopo aver subito gli orrori di Polifemo, dei Lestrigoni, di Circe e dei mostri Scilla e Cariddi. I sopravvissuti saranno distrutti da Zeus dopo che essi si saranno cibati della carni dei buoi del dio Elio (nel film Tiresia fa riferimento ad Apollo, dio della musica e dell’armonia, ma non fa così Omero).  Un Ulisse sconfitto, che ha voluto fare guerra agli dei, nonostante le parole dell’indovino Tiresia che ha voluto avvertirlo nell’Ade ( con lo sfondo di Erebo, sposo della sorella Notte e divinità della notte infernale, e quivi rappresentato come la caligine, che in tradizioni  teogoniche orfiche  era suo genitore assieme al Caos) . Un eroe tragico degno di Eschilo e della sua opera  perduta Gli evocatori di anime, ma che deve fare conto anche con un minaccia storica: i Popoli del mare.

Nel corso del film tutti sono terrorizzati da tale pericolo, ma in fine  Odisseo e Penelope arrivano a una verità. La confederazione di popoli del Mediterraneo  ( Tirreni, Sardi, Cretesi, abitanti dell’Asia Minore etc etc.) descritta dagli studiosi del nostro e dotata di armi in ferro superiori alle altre popolazioni del Mediterraneo Orientale, diventa lo stesso popolo acheo di ritorno dalla guerra di Troia. Penelope e Odisseo sembrano voler dire, nell’interpretazione di Nolan, che i distruttori del mondo sono i Greci. Noi occidentali. Ma come dice Penelope in una scena del film “ Quel mondo è finito”

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