Skip to content

Trump, di nuovo dazi a raffica: dall’Ue a Israele al Giappone, questa volta la scusa è il lavoro forzato

La nuova raffica di dazi di Trump: dall'Ue a Israele, dal Giappone al Regno Unito, questa volta la leva è il lavoro forzato.
Trump

Puntuale e attesa è arrivata la ripresa su larga scala della guerra commerciale statunitense ad opera del presidente Donald Trump e, dopo il test con le nuove manovre daziarie contro Paesi come Canada e Brasile, è partita l’offensiva generalizzata contro 60 Paesi per confermare le tariffe minime globali del 10%. E la sensazione è che The Donald e la sua amministrazione, a partire dal rappresentante commerciale Jamieson Greer, si siano fatti più strategici rispetto al 2025: l’attuale ondata di dazi dal 10 al 12,5%, infatti, sarà giustificata sulla base di un’indagine che tocca, si legge sul sito della Casa Bianca, il tema del lavoro forzato.

La base legale è la Sezione 301 del Trade Act del 1974, una legge dell’era di Gerald Ford che subordina la concessione al presidente dei poteri di imporre dazi e tariffe allo svolgimento di opportune indagini contro i partner commerciali. E puntuale, eccola arrivata: la Casa Bianca scrive che “da marzo è stato scrutinato se “una qualsiasi delle economie oggetto di tali indagini non abbia vietato o applicato efficacemente il divieto di importazione di beni prodotti in tutto o in parte con lavoro forzato e se tale omissione sia irragionevole o discriminatoria e gravi o limiti il ​​commercio statunitense”.

Dazi per tutti

Il risultato? Alcune economie, come l’Unione Europea, il Canada, l’Indonesia, Il Messico e il Pakistan, non applicherebbero a sufficienza le normative in vigore di contrasto al lavoro forzato; il Regno Unito avrebbe un regime incompleto; oppure non avrebbero proprio considerato il problema. Per alcuni Paesi, tra cui Argentina, Canada, Messico, Regno Unito, Bangladesh, sarà applicato un dazio-extra del 10%. Per Ue, Taiwan, Giappone, Corea del Sud e Svizzera gli altri Paesi, aliquota tale da far sì che il dazio complessivo, al netto di quello pattuito tramite accordi commerciali o clausole della “nazione più favorita”, non superi il 10% (Ue e Taiwan) o il 12,5% qualora si voglia “incoraggiare queste economie a rispettare gli impegni relativi al divieto di importazione di lavoro forzato o ad emanare e applicare efficacemente tale divieto”. Per la maggior parte dei Paesi (c’è anche Israele) dazio extra al 12,5%.

Una guerra commerciale articolata

La nuova operazione commerciale di Trump è più articolata di quella del 2025. Allora The Donald richiamò l’International Economic Emergency Power Act (Ieepa) del 1973 avocando a sé la possibilità di emettere dazi per ragioni di sicurezza nazionale. L’emergenza era individuata nel deficit commerciale e i dazi lo strumento per risolverlo. L’offensiva commerciale era vista come un’azione organica contro un avversario comune: il resto del mondo, da dividere per quote tariffarie a seconda dei Paesi ma al contempo richiamato a trattare per mettere nero su bianco un nuovo dazio in cambio di concessioni agli Usa. Prospettiva, questa, respinta dalla Corte Suprema che aveva dichiarato essere impossibile ritenere un’emergenza una fattispecie, il disavanzo mercantile del Paese, che era stata la norma per 49 degli ultimi 50 anni. Da qui il richiamo al Trade Act e la lunga, corposa analisi della Casa Bianca per giustificare la nuova politica, con una chiosa fondamentale: non è una guerra commerciale unica, ma una somma di tante mosse distinte.

“Ciascuna azione tariffaria disposta nel presente memorandum è separata da tutte le altre ed è imposta allo scopo specifico di ottenere l’eliminazione dell’atto, della politica o della pratica della specifica economia ritenuta perseguibile ai sensi della sezione 301”,si legge nel comunicato, ed è questo il passaggio fondamentale per capire che l’azione della Casa Bianca è qui per restare: ogni singolo provvedimento sarà separato da tutti gli altri, nessun Paese potrà fare affidamento sui ricorsi interni generalizzati nella giurisprudenza Usa ma dovrà provare, sul piano politico, a risalire la china.

La diversità degli strumenti a disposizione del potere politico americano mostra quanto la libertà di commercio sia spesso condizionata, per Washington, a ragioni di sicurezza economica e nazionale. La mossa trasformativa decisa dalla Casa Bianca risponde agli stessi, vecchi timori: in primo luogo, cercare risorse per puntellare il debito e il disavanzo interni tramite nuove fonti di reddito; in secondo luogo, ricordare l’onere di garantire il commercio globale e usare la leva degli standard comuni per spingere i Paesi partner ad accettare i dazi come “biglietto d’ingresso” alla globalizzazione Usa; infine, ma è ancora remoto pensarlo, c’è la spinta alla re-industrializzazione che appare un pallino di The Donald. Il dato di fatto è che la guerra commerciale non si è fermata col ricorso alla Corte Suprema contro i dazi dell’aprile 2025 ma si è fatta solo più complessa e dai tempi lunghi. E dunque difficile da gestire per i Paesi colpiti.


Geopolitica e finanza sono settori sempre più interconnessi. Andrea Muratore li racconta in “Follow the Money”, il nuovo corso on demand di “InsideOver”. 

Se vuoi avere un assaggio del mio corso, iscriviti all’anteprima gratuita qui

Follow the money, come finanza e geopolitica si influenzano: iscriviti all’anteprima gratuita


Se invece sei già pronto a entrare nel mondo della Geopolitica e della Finanza, iscriviti al corso Follow The Money:

“Follow the Money”: come finanza e geopolitica si influenzano

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto