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Tecnologia

Le spine di Oracle nella corsa all’IA: brucia cassa e ha il debito sotto pressione

Oracle e i rischi della trappola del debito: spese IA sotto stress e azioni lontane dal record di un anno fa. Gli scenari per Ellison.

Oracle si è dimezzata come valore borsistico nel giro di un anno e rischia che in futuro il fardello debitorio contratto per finanziare l’espansione dei data center gravi eccessivamente sulle sue finanze e le prospettive di redditività. Il gruppo di Austin celebre per le posizioni dominanti nel settore del cloud e delle tecnologie computazionali, fondato e guidato dal miliardario Larry Ellison, tra i più importanti e ben inseriti protagonisti del capitalismo tecnologico Usa, sta affrontando nel pieno della rivoluzione dell’intelligenza artificiale la necessità di far fronte con la difficile sostenibilità del proprio indebitamento e con le spese crescenti per le infrastrutture di calcolo necessarie.

I rischi del debito Oracle

Il debito di Oracle è prezzato come rischioso. Il rating associato parla chiaro: Standard&Poor’s lo prezza BBB-, al limite della soglia del “junk”, i titoli detti volgarmente “spazzatura” la cui detenzione in portafoglio è ritenuta di carattere speculativo dagli analisti finanziari. Il problema di fondo è antico quanto l’economia di mercato: Oracle sta spendendo molto più di quanto incassa concretamente per sostenere i cicli di investimenti a cui ha vincolato le sue azioni future. Non è detto che questo possa essere sostenibile sul medio-lungo periodo. Il Credit Default Swap (Cds) di Oracle a 5 anni, che misura il rischio di possibile default dell’azienda sul suo debito in un lustro,è al massimo dal 2008, anno della Grande Recessione.

Yahoo Finance ha fatto i conti sul colosso di Austin sottolineando come Oracle preveda un aumento dei ricavi da 90 a 230 miliardi di dollari dal 2026 al 2030 e uno degli utili da 8 a 22 miliardi nello stesso periodo, ma anche che il suo “non è lo stesso modello di business impiegato dalle aziende hyperscaler. Microsoft, Amazon, Alphabet e Meta generano decine di miliardi di dollari all’anno di flusso di cassa libero che possono contribuire a finanziare l’espansione internamente” nel quadro di un programma di investimenti programmati da 725 miliardi di dollari nel solo 2026.

Oracle ha più bisogno del debito e bruciando cassa in una fase in cui, peraltro, anche i tassi appaiono incerti o tendenti al rialzo, si pone nella prospettiva di un maggior rischio di sostenibilità. Oracle prevede un flusso di cassa netto negativo, per la mole di investimenti necessari, di 23,7 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2026, stando ai conti trimestrali rilasciati a giugno, nonostante un aumento del 54% a 32 miliardi di dollari di quello operativo. Il mercato, riguardo a Oracle, sta prezzando il fatto che in nome di questi maxi-costi a essere messa a repentaglio sia la sua ambiziosa strategia sull’IA. E dunque una grossa fetta della capacità americana di spendere in conto capitale per la rivoluzione tecnologica in atto. Qualcosa che il titolo del gruppo ha già negativamente prezzato: l’azienda si è dimezzata di valore in un anno ed è circa il 57% sotto i record massimi di settembre 2025.

La grande scommessa dell’IA

In sostanza, la grande scommessa della rivoluzione IA si gioca tutta sulla possibilità di costruire marginalità maggiori degli immensi costi richiesti per lo sviluppo di data center ultra-potenti, di acquistare chip, unità computazionali, infrastrutture di calcolo. E sulla sostenibilità del debito contratto dalle grandi aziende tecnologiche per promettere ora di aver gli strumenti con cui lavorare domani sulla frontiera infinita dell’innovazione.

Colossi come Oracle sono la ghiandola pineale dell’intelligenza artificiale: Oracle custodisce un’importante riserva di valore in termini di capacità di immagazzinamento e processo dei dati e, non a caso, Ellison è stato con Sam Altman (OpenAI) e Masayoshi Son (Soft Bank) Dei suoi conti che prevedono un’espansione concreta delle attività abbiamo scritto più volte così come delle prospettive debitorie che riguardano in generale i colossi tecnologici americani e pongono una legittima domanda sulla sostenibilità degli investimenti: aziende come Oracle e i loro risultati saranno decisive per comprendere se la grande corsa dell’IA creerà profitto diffuso o se la fatica e i costi sobbarcati per evolvere la potenza di calcolo saranno tutt’altro che compensati dal passaggio decisivo dell’economia dell’intelligenza artificiale.

Si dovrà passare da un’economia in cui si fanno soldi sviluppando l’IA a una in cui i soldi si accumuleranno utilizzando l’IA e la potenza di calcolo a disposizione, in cui le economie di scala americane sono sfidate dai costi crescenti, dall’incertezza sulla spesa necessaria per finanziarsi e dall’ascesa della competizione cinese che mira a abbassare i costi dei token di ogni singola azione IA. Ci sarà da allacciare le cinture, per Oracle e non solo: anni di euforia sono pronti a essere testati alla prova della realtà. E si capirà cosa sarà davvero, negli anni a venire, la corsa all’intelligenza artificiale.


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