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La guerra in Sud Sudan smantella il già precario sistema sanitario

La ripresa degli scontri nel Paese africano sta creando problemi in un contesto già molto disastrato e debole

Il Sudan del Sud rischia di precipitare sempre più verso una nuova guerra civile. Anzi, per molti osservatori di fatto il più giovane Paese al mondo, nato nel 2011 dopo l’indipendenza dal Sudan, sta già osservando al proprio interno un nuovo conflitto armato. I protagonisti sono gli stessi degli scontri andati avanti tra il 2013 e il 2018: da una parte il presidente Salva Kiir, dall’altra l’ex vice presidente Riek Machar. Il primo è di etnia dinka, il secondo invece appartiene alla comunità dell’etnia nuer. I due hanno convissuto al governo tra il 2018, anno degli accordi di pace tra le parti, e il 2025. Poi è stato un susseguirsi di nuove tensioni sia di ordine governativo che etnico, su cui hanno pesato e non poco anche i venti di guerra provenienti dai Paesi circostanti, Sudan in testa. Gli scontri di oggi stanno nuovamente gettando sul lastrico l’intera popolazione, sia in termini economici che sociali. E anche la sanità locale, già ampiamente precaria e compromessa dalla guerra dello scorso decennio, ne sta risentendo e non poco. Sono infatti migliaia gli sfollati che premono adesso sulla fragile struttura sanitaria, con il rischio quindi di trascinare ulteriormente il sistema locale verso il baratro.

Gli scontri tra le due fazioni principali

Il problema di accordi simili a quelli del 2018 è che il loro impianto è basato più su una spartizione del potere che su una reale intenzione di riconciliazione interna. Per cui, al primo scricchiolio le tensioni mai sopite tornano nuovamente a manifestarsi in tutta la loro drammaticità. La convivenza forzata tra Salva Kiir e Riek Machar non ha fatto eccezione, con il presidente che a un certo punto ha cacciato il vice presidente dopo le notizie di scontri tra le forze governative e quelle legate ai nuer. Secondo Kiir, dietro le nuove violenze ci sarebbe stato lo zampino di Machar, intenzionato secondo il presidente sudsudanese a non rinunciare al ruolo di guida delle milizie a lui vicine. Con la fine della condivisione del potere tra i due attori protagonisti della storia recente del Paese africano, in diverse regioni miliziani e combattenti hanno ripreso a imbracciare le armi.

Gli scontri hanno avuto luogo soprattutto nella regione del Grande Nilo Superiore, lì dove i neur sono in maggioranza e negli anni hanno dato vita a una sorta di “governo parallelo” rispetto a quello ufficiale. Machar ha sempre respinto le accuse lanciate al suo Splm-Io, partito contrapposto all’Splm “ufficiale” di Salva Kiir e da molti considerato come una milizia radicata nei territori in maggioranza neur. Il dito dal diretto interessato è stato puntato invece sul cosiddetto “White Army“, un gruppo composto sì da membri dell’etnia neur ma da cui Machar ha spesso preso ufficialmente le distanze. Ad ogni modo, lo scontro tra le parti in campo è oramai ad alta intensità in alcune regioni del Paese. Anche perché le tensioni locali si intrecciano con quelle del vicino Sudan, con il governo di Khartoum ritenuto essere più vicino all’Splm-Io, mentre dall’altro lato le Rsf di Dagalo avrebbero ricevuto appoggio da Kiir.

L’impatto sulla sanità locale

A risentirne maggiormente in un conflitto è sempre il sistema sanitario locale. Il Sud Sudan parte già da una condizione piuttosto precaria: le uniche strutture degne di nota e capaci di soddisfare almeno una minima parte della domanda di assistenza sanitaria, si trovano nella capitale Juba. In tanti si sono messi in marcia verso la città negli ultimi mesi nella speranza di ricevere proprio qui le cure necessarie. Tra le migliaia di persone costrette ad abbandonare i propri territori, non ci sono soltanto i feriti dai combattimenti. La gente cerca assistenza anche per via della malnutrizione in diverse aree raggiunte dagli scontri, su cui grava anche lo spettro di una carestia. Il cibo manca sia per la mancanza di piogge e sia perché i combattimenti stanno rendendo pessime le condizioni della logistica. A Juba però, è difficile riuscire a dare supporto a tutti e le autorità sanitarie locali hanno lanciato l’allarme per una situazione che il Paese, senza aiuti dall’esterno, non sembra in grado di affrontare.

Fonti diplomatiche legate alla missione Onu in Sud Sudan, da mesi lanciano ripetuti allarmi: “Juba sta per andare verso il dirupo“, è la frase più letta nei vari comunicati. Anche perché il sistema sanitario appare ovviamente in condizioni ancora più critiche nel resto del Paese, sia perché in alcuni casi gli scontri hanno fisicamente danneggiato i presidi ospedalieri e sia perché le strutture periferiche da sole non riescono ad affrontare le emergenze. Nel giro di pochi mesi, in poche parole, il Sud Sudan potrebbe aggiungersi nel triste elenco dei Paesi in piena emergenza umanitaria.

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